Giuseppe Staffa.
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I personaggi pi malvagi della Chiesa.
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Parte 2.
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2013. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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GLI EVANGELIZZATORI. NE UCCIDE PI LA TONACA CHE LA SPADA.
Alberto di Livonia.
Arnaldo di Citeaux.
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AL FIANCO DEI CONQUISTADORES. SOTTO QUESTA CROCE NON TRAMONTER MAI IL SOLE... MA A VEDERLO SARANNO IN POCHI.
Vicente de Valverde.
Diego de Landa.
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I MONACI GUERRIERI. PREGA E MASSACRA.
Grard de Ridefort.
Hermann Balk.
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CI SONO PI ROGHI IN TERRA... DI QUANTI NE PU SOGNARE LA TUA FILOSOFIA.
Julius Echter von Mespelbrunn.
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GLI ORRORI DEL NOVECENTO. IL SECOLO BREVE, MA NON TROPPO.
Josef Roth.
Alojzij e Viktor Stepinac.
Athanase Seromba.
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Bibliografia.
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FINE Indice.
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PARTE QUARTA.
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GLI EVANGELIZZATORI. NE UCCIDE PI LA TONACA CHE LA SPADA.
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Capitolo 15.
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Alberto di Livonia.
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Molti conoscono le Crociate: pochi sanno che gran parte di esse
insanguinarono i popoli baltici.
Ci  tanto pi vero quanto pi appare difficile definire con
precisione cosa sia stata una crociata.
Le guerre condotte nel nome del cristianesimo rivaleggiano col
numero delle messe cantate in loro nome, senza che l'espressione
prendere la croce compaia nei gesti o nelle intenzioni.
In effetti la bestia era nata prima della coscienza di chi l'aveva
scatenata e si registra uno scarto notevole nel ritardo in cui giuristi
o teologhi medievali indugiarono nel fornire una spiegazione
su cosa rendesse una guerra santa.
Soprattutto se coloro che erano naturalmente deputati a difendere
la fede, siano essi re, imperatori o il papa stesso, erano spesso
e volentieri impegnati a scannarsi tra di loro.
Bisogner giungere a ridosso dell'epoca dei Lumi, all'inizio del
Settecento, per veder comparire finalmente quella parola che avr
la forza di imprimersi cos in profondit nella nostra coscienza
storica: e non a caso essa risulter dall'incrocio del termine croisade
risalente al francese medio del 1570 con l'espressione spagnola
cruzada del 16esimo secolo, a denunciare due ambiti linguistici
e territoriali in cui gli orrori della guerra santa ebbero gli effetti
pi dirompenti. Nella prima, si riflettevano le nefandezze perpetrate
a cavallo del 13esimo secolo contro i cosiddetti Albigesi, nella seconda,
riverberava la furia fanatica della reconquista con la quale
i popoli iberici hanno sottratto progressivamente la loro terra agli
odiati musulmani, in un lunghissimo scontro protrattosi dall'ottavo
al 15esimo secolo.
Nel frattempo, pur privata di una giustificazione lessicale, la
volont di prevaricazione della Chiesa reiterava sanguinose campagne
in Terra Santa, tanto spettacolari quanto inutili se si esclude
il successo dell'autoaffermazione attraverso il riconoscimento di
un nemico comune contro il quale rinsaldare la propria identit.
Eppure, quelle guerre combattute a partire dal 1099, pietosamente
fasciate nell'ipocrita devozione del pellegrinaggio con il
quale schiere di armati sanguinari si abbattevano come cavallette
in Medio Oriente con la scusa della liberazione del Sacro
Sepolcro, furono quelle la cui spettacolarit maggiormente si 
avvinghiata alla nostra immaginazione, grazie alla potente opera
della propaganda politica, letteraria, artistica e naturalmente
religiosa.
Tanto sfolgoranti quanto vacue, come i successi effimeri che le
accompagnarono, spazzate via dopo appena due secoli dal definitivo
attestarsi in quelle terre dei popoli musulmani che sancivano
con la presa di San Giovanni d'Acri nel 1291 la propria soverchiante
superiorit.
Al contrario, nel silenzio dei ghiacci nordici, reso ancora pi
assordante dal vuoto delle fonti, si compiva in nome di Cristo una
carneficina destinata a cambiare quasi definitivamente il volto di
quelle terre e di quelle genti, almeno sino a quando, alla fine del
19esimo secolo, la contrapposizione tra russi e tedeschi riapr ferite
che si erano cicatrizzate lungo il corso di lunghissimi secoli.
Quelle stesse ferite incise come marchi indelebili dal ferro e
dalla croce, con i quali i popoli del Nord sperimentarono la magnanimit
del Signore sin dal 1147, quando cio il papato decise
di posare il suo amorevole sguardo sui pagani dell'Europa nordorientale.
Non che sino a quel momento questa regione non avesse conosciuto
le carezze degli eserciti cristiani che, celati sotto le insegne
imperiali di carolingi, ottomani e salici, avevano gi soggiogato
danesi e slavi costringendoli ad accettare battesimo e vescovi.
Ma per la fine dell'11esimo secolo tale tradizione era gi superata: i
danesi erano divenuti un popolo cristiano indipendente, mentre
il rifiuto con cui gli slavi avevano ricusato gli insegnamenti del
Salvatore non destava n scandalo n interesse.
Fino a quando le vicende scaturite in Terra Santa, oltre a innescare
la seconda crociata, si propagarono come un domino sino a
schiacciare il destino degli ignari popoli baltici.
La caduta del principato di Edessa, risalente al 1144, provoc
un'ondata di sdegno tale da indurre l'allora pontefice Eugenio III
a organizzare un pellegrinaggio punitivo contro gli esecrati musulmani.
Pi che il papa fu la voce flautata di Bernardo di Chiaravalle
che si assunse l'onere di convogliare le coscienze europee
verso la giusta causa della santa guerra; ma seppur ipnotizz la
maggior parte del continente, scalf a malapena spagnoli e tedeschi
del Nord.
L'imbarazzo suscitato dalla tiepida accondiscendenza, fu abilmente
aggirato dal papa che autorizz Alfonso Settimo di Castiglia ad
attaccare i musulmani spagnoli in vece di quelli siriani: quanto
meno il papato aveva salvato la faccia. Una soluzione simile fu
prospettata dal magnifico Bernardo che concedeva una deroga
identica durante il Reichstag tenutosi a Francoforte il 13 marzo
del 1147, autorizzando i nobili sassoni a muovere guerra contro i
propri pagani piuttosto che marciare su Gerusalemme.
La bolla emanata da Eugenio il 13 aprile del 1147, oltre a recare
il titolo di Divina dispensatorie, che di per s  gi tutto un
programma, attestava quanto lo stesso papa avesse apprezzato la
brillante iniziativa del suo propagandista per eccellenza.
E cos, verso la fine di quell'anno, due flotte danesi e due eserciti
sassoni si spingevano verso est, seguendo un parallelo infinitamente
pi a nord di quelli che attraversavano le roventi sabbie
siriane.
A condurli, la croce del vescovo Adalberto e quella del legato
papale Anselmo da Magdeburgo.
Per la verit, questa prima campagna, conosciuta come Crociata
dei Venedi, dal nome delle popolazione verso cui fu rivolta, era
in realt mossa dai soliti vecchi motivi di conquista delle terre e
riscossione di tributi, piuttosto che da una spasmodica ricerca di
ricompense spirituali.
Anzi, in questo caso si trattava di una vendetta rivolta contro
Nyklot, knes o altrimenti principe degli Abotriti, che aveva osato
invadere la Vagria nel giugno del 1147 devastando gli insediamenti
che i sassoni avevano da poco costituito sottraendoli proprio
ai Venedi.
Normale che quell'esperienza si esaurisse dunque con l'assedio
di Demmin, risolto frettolosamente con il battesimo della guarnigione
locale, tanto falso quanto dettato dalla necessit di rimandare
a casa l'esercito assediante. Questo sembr accontentarsi di
un fugace bottino pur di abbandonare una campagna che risultava
molto pi complessa del previsto, sia per la geografa della zona,
ricca di paludi e corsi d'acqua di difficile penetrazione, sia per
l'astuzia e le abilit tattiche dimostrate da Nyklot.
La mancata coesione tra i capi cristiani fece il resto, cos, anche
se qualche entusiasta pi zelante si era offerto di devastare le
campagne circostanti in cerca di una preda pi cospicua, i capi,
consci di non voler sciupare una possibile gallina dalle uova d'oro,
neppure per la nobile causa della cura delle anime, rientrarono
pur borbottando a casa.
D'altronde, se non fosse stata impostata come una crociata, la
spedizione poteva dirsi conclusa in attivo: essa complet l'occupazione
sassone della Vagria e della Polabia, rese il principe Nyklot tributario e alleato dei sassoni; produsse un discreto malloppo
e la liberazione di un numero sensibile di schiavi. Tutto sommato
non male per una scampagnata al di l del confine slavo.
Non di questo avviso era il santissimo Bernardo, che aveva
patrocinato la campagna con parole di fuoco, incitando i cristiani a
combattere i pagani fino al momento in cui, con l'aiuto di Dio,
saranno convertiti o spazzati via.
Insomma, come al solito, la famelica brama di evangelizzazione
non poteva accontentarsi delle briciole.
Ma il sommo propagandista cristiano era destinato a non vedere
realizzato il suo sogno.
Certo, di soddisfazioni nella vita ne aveva avute, a cominciare
dalla nascita di quel formidabile ordine templare di cui fu l'entusiasta
sponsor non pi di una ventina d'anni prima.
Nonostante ci egli pass a miglior vita nel 1153 senza poter
assaporare il brivido della conversione di quella sterminata gena
di infedeli che ancora osava deturpare le bianche terre del nordest
europeo.
Lo stesso papato, negli anni successivi, aveva il suo bel daffare
che non occuparsi di una landa sperduta ai confini del continente,
cos, le sporadiche iniziative intraprese contro gli slavi ebbero il
sapore delle scaramucce locali, prive di tutto l'apparato che accompagnava
una normale crociata, comprese prediche particolari,
dispense speciali e soprattutto armate raggranellate in ogni dove.
Solo la caparbiet dei singoli reggeva in piedi l'antico sogno
di Bernardo, i cui magri successi coglievano spesso impreparati
i pontefici come nel caso della conquista di Rugen, la pi grande
isola della Germania posta di fronte alla costa della Pomerania,
annessa alla causa cristiana dal vescovo Assalonne, il fondatore
di Copenaghen.
Al papa Alessandro Terzo non rimase che congratularsi con il fervore
del primate danese, cogliendo un'azione che non rientrava
minimamente nelle strategie pontificie che invece miravano gi
alla conquista degli estoni del Baltico orientale, dando per concluse
le lotte contro gli slavi.
E difatti, il papa aveva gi bella e pronta la bolla che avrebbe
spalancato la strada a nuove e pi feconde spedizioni.
Nel 1171, il pontefice promulg la Bolla Non panim animus
noster, con la quale le future campagne contro estoni e finnici
venivano equiparate ai pellegrinaggi in Terra Santa: i pagani del
Nord salivano cos al rango degli infedeli del Sud, vedendo definitivamente
segnato il proprio destino.
Il retaggio di Bernardo aveva attecchito e si cominciavano a
intravedere i frutti del suo incessante lavoro: bisognava aspettare
gli uomini giusti, pronti ad assumersi l'onere di una messe cos
gloriosa; bisognava aspettare le belve che avrebbero divorato
la ricca preda che si stendeva al di l dell'Elba verso il Baltico
orientale.
Quelle belve vennero, e avevano le fattezze di Innocenzo Terzo e
del suo degno rappresentante Alberto.
Innocenzo, molto pi dei suoi predecessori, seppe cogliere il
senso profondo della smania di conversione di Bernardo, una
missione che come la maggior parte di quelle propugnate dall'eccellente
apologeta doveva passare per la via delle armi.
Non importava che tale proposito apparisse pazzesco, come sottolineava
il vescovo di Pomerania che, secondo la testimonianza
riportata negli Annales di Vincenzo da Praga, nell'osservare
i crociati che si ritiravano da Stettino, nel volgere della prima
crociata nordica, commentava causticamente: Se erano venuti
per rafforzare la fede cristiana... avrebbero dovuto farlo con le
prediche, non con le armi.
Ma se, come credeva Bernardo e dopo di lui Innocenzo, il diavolo
andava sconfitto fisicamente prima ancora che spiritualmente,
ecco che qualsiasi arma umana andava bene pur di estirpare la
presenza del maligno dai cuori pagani.
Al lettore attento non sar sfuggito che un'impostazione di questo
tipo, la costruzione cio di un impianto ideologico che presentasse
l'avanzata cristiana come un immane sforzo contro le forze
del male, nascondeva in realt molto pi pratici e gretti desideri
di conquista e sopraffazione, ai quali indulsero in maggior misura
tutti coloro la cui indole sanguinaria ben si pasceva della violenza
e della crudelt.
E la sete di sangue di Innocenzo era vasta come le terre che si
accingeva a includere nell'abbraccio avvolgente del Signore.
Ecco che dunque, in questa logica distorta, le terre del Nord
apparivano destinate al predominio cristiano per mandato divino.
Si operava cos un ribaltamento attraverso il quale i cristiani non
apparivano come invasori, bens come coloro destinati a ripristinare
una condizione di giustizia, strappando ai pagani usurpatori
le terre che Dio aveva concesso ai suoi fedeli con il patto sancito
attraverso suo figlio.
Tutte le terre.
Innocenzo, come Bernardo prima di lui, convogliava il suo crudele
fanatismo in una manifesta volont di guerra a oltranza, in
uno scontro globale contro le forze del maligno di cui la Terra
Santa e ora l'estremo Nord costituivano due fronti, distinti s, ma
con un obiettivo comune: salvare le anime in ogni angolo della
Terra, attraverso una lotta spietata, feroce, globale.
Tanto pi qui, nelle lande nordiche, dove il martirio dei primi
missionari - giustamente accolti a suon di randellate dai popoli
che le abitavano, non appena fu chiaro che le intenzioni degli
evangelizzatori erano lontanissime dal messaggio di amore
e pace con il quale avevano agghindato le loro lingue mendaci
- urlava vendetta.
Cos Innocenzo trov il suo angelo vendicatore nel furore sanguinario
di colui che per molti versi appariva come l'uomo della
Provvidenza.
Alberto, noto nelle cronache col nome di Albrecht von
Buxthoeven, quella missione ce l'aveva stampata nei geni. Nato nel 1165
a Bexhvede nella Bassa Sassonia, in seno alla nobile famiglia
degli Appeldem, egli era il nipote di Hartwig Secondo von Utlede, l'arcivescovo
di Brema che tra il 1182 e il 1196 aveva gi immolato
alla causa della conversione il monaco agostiniano Meinardo,
proditoriamente fatto santo nonostante avesse ricevuto una sonora
batosta durante la sua catechesi presso i popoli della Livonia, la
zona compresa tra Estonia e Lettonia lungo il corso della Dvina.
N and meglio con il secondo agnello sacrificale, il cistercense
Bernardo abate di Loccum che, chiamato in tutta fretta a sostituire
il vecchio Meinardo, ormai stanco e affaticato, non fece in tempo
a essere nominato vescovo di xkull, la citt appena costruita
in territorio ostile, che subito incontr la bella morte sulla punta
di una lancia pagana.
Per la verit le fonti coeve, tra cui primeggia la Cronaca di Livonia
di un certo Enrico, un prete missionario che verg in latino
i fatti dolorosi della nascita della colonia tra il 1225 e il 1229,
malignarono che tale sorte non fu sortita dalla volont di sacrificio
del povero Bernardo, ma molto pi dalla bestiale foga del suo
destriero che balz in avanti troppo repentinamente: comunque
neppure l'esercito di sassoni armati fino ai denti che accompagnava
il sant'uomo, molto probabilmente per aiutarlo a portare la
croce, riusc a impedire che si facesse scempio del suo cadavere,
letteralmente fatto a pezzi dalle popolazioni inferocite.
Comunque siano andate le cose, la causa della conversione della
Livonia aveva il suo primo martire: bastava solo qualcuno capace
di non prendere troppo alla lettera il suo intrinseco significato ma
che al contrario ne fosse interprete interessato.
Ed ecco che Hartwig decise di ricorrere al sangue del suo sangue,
confidando, come spesso accade in casi estremi, sulle mai
deludenti risorse familiari: il 28 marzo del 1199, la nomina che
fu dell'incauto Bernardo convol nelle braccia del nipote Alberto,
che gi si era distinto come canonico capitolare nella citt di
Brema.
Il giovanotto dimostr di avere subito le idee chiare e di saper
interpretare il mandato dello zio, che si poteva condensare in un
unico limpidissimo pensiero: crociata permanente.
Non per niente aveva passato l'anno antecedente alla sua
immissione in ruolo reclutando nuovi crociati alla causa sino a ottenere
un esercito di cinquecento guerrieri, ben addestrati e ben
armati.
Ma soprattutto, Alberto si teneva in perenne contatto con Innocenzo
III, divenendo interlocutore privilegiato delle mire espansionistiche
del pontefice.
Le quali, fedeli alla teoria della monarchia papale secondo la
quale il pontefice in quanto vicario di Cristo aveva la responsabilit
del benessere spirituale e politico dell'intera umanit, erano
da tradursi nell'impegno a intervenire ovunque fosse possibile
e con ogni mezzo, umano e sovrumano: detto in altre parole la
benedicente mano di Innocenzo autorizzava la carneficina dei
popoli riottosi che avessero osato opporsi al cammino della fede,
concedendo ai paladini che avessero compiuto le mirabili gesta di
beneficiare dei pieni privilegi concessi alla crociata.
Alberto and ben oltre tale interpretazione, palesando sin da
subito l'intenzione di creare in Livonia un principato territoriale
religioso, costituendo un vero e proprio Stato teocratico di cui lui
avrebbe costituito il vertice indiscusso.
Quanto fosse lucido e spregiudicato il suo disegno lo dimostrano
le disposizioni che adott nel perseguimento dell'impresa,
non concedendo nulla o quasi nulla al caso.
Innanzitutto spost la base delle operazioni dalla sede fluviale di
Uxkull al pi accessibile sito di Riga, dove si preoccup di fondare
una citt fortificata in cui accogliere i coloni tedeschi bramosi
di conquistare le nuove terre. Il nuovo insediamento, sito sul mar
Baltico alla foce del Daugava, aveva inoltre l'incomparabile vantaggio
di consentire l'attracco ai cog, le imponenti imbarcazioni
a fondo piatto capaci di trasportare fino a cinquecento guerrieri o
vettovagliamenti necessari a una citt per un intero inverno.
I continui rientri in Germania che effettu sino al 1224, oltre ad
assicurargli costanti relazioni con il papato per tramite di Dietrich
von Treyden, un intraprendente missionario cistercense che ben
sei volte si rec in quegli anni a Roma per informare Innocenzo
di come stessero andando le cose nel profondo Nord, seppero
garantire al gagliardo evangelizzatore continui appoggi che ne
rafforzavano la posizione.
Seguendo la stessa strategia Alberto pose il fratello Dietricht
a capo dell'abbazia cistercense costruita in tutta fretta sulla riva
opposta del Daugava e concesse in feudo al cognato Engelbert
von Tisenhausen tutte le terre intorno alla nuova citt. Senza contare
l'impressionante stuolo di parenti che distribu a vario titolo
nella citt di Dorpat, l'odierna Tartu, una volta che questa cadde
conquistata nelle sue mani.
Insomma Alberto si copriva le spalle con una robusta rete familiare,
destinata a influenzare le sorti della Livonia per i secoli
a venire.
Niente in confronto al retaggio che il prorompente vescovo
concesse come lascito a imperitura memoria di s e delle sue gesta
incomparabili: la fondazione del famigerato Ordine monastico
dei Cavalieri Portaspada.
Egli infatti era giunto a una conclusione ovvia quanto penetrante:
se avesse voluto avere ragioni di quelle teste dure di estoni,
latgalli, curi, semigalli e seli che ancora si ostinavano ad adorare
alberi e fatine nei boschi piuttosto che inginocchiarsi all'unico
vero Dio, non poteva affidarsi ai normali eserciti crociati, che
una volta distribuite un paio di randellate e assistito ad altrettanti
battesimi raccoglievano baracca e burattini e se ne tornavano
bellamente a casa, paghi di aver compiuto il proprio dovere di
ardenti cristiani.
Era perfettamente conscio che la sua rapina a mano armata, pardon,
la sua opera di catechesi, avesse bisogno di gente tosta e
determinata e soprattutto votata alla causa in pianta stabile.
Non pi dunque un'armata legata a una generica crociata, ma
un esercito devoto a una missione specifica, quella di procurare
un regno ad Alberto, il prescelto da Dio.
Fu su queste premesse che nel 1202 egli convinse un gruppo di
tagliagole, a cui il titolo di cavaliere stava francamente davvero
troppo largo, a prolungare il voto che avevano pronunciato per
la peregrinatio, trasformandolo in una vera e propria professione
religiosa posta alle sue dirette dipendenze.
Alberto otteneva cos il suo agguerrito esercito privato, a cui
pose l'enfatico nome di Fratres Militia Christi de Livonia, i Fratelli
dell'Esercito di Cristo di Livonia. Ben presto, questi paladini
della fede furono chiamati molto pi prosaicamente Portaspada,
dall'emblema che spiccava sulla spalla sinistra recante una
spada rossa e una piccola croce, un simbolo reso ancora pi evidente
in contrasto col niveo mantello che essi indossavano allo
stesso modo dei templari.
D'altronde questi novelli monaci guerrieri dovevano molto ai
famosi Cavalieri del Tempio di Gerusalemme: identica la Regola
dalla quale trassero ispirazione, identica la determinazione con la
quale portarono avanti la propria missione, identica la crudelt.
Una qualit, quest'ultima, che non poteva non essere apprezzata
da un fine intenditore come Innocenzo Terzo, che infatti pose
immantinente il nascente ordine sotto la propria protezione e si
premur di inviare lettere di approvazione e incoraggiamento.
Non che ce ne fosse bisogno, dal momento che i Portaspada seppero
rapidamente rendersi degni dell'acquisizione dello status di
personae gratae con cui la munificenza papale seppe beneficiarli.
In pratica furono gli unici, insieme ai teutonici, che tra tutti gli
ordini monastici militari operanti nel Nord-Est riuscirono a ottenere
risultati duraturi.
Il segreto del loro successo militare stava nel ruolo limitato che
essi ricoprivano nell'ambito della strategia elaborata dal vescovo
Alberto.
Essi formavano un 'lite di cavalieri pesantemente armati, da
utilizzare con parsimonia in battaglia sia a causa del loro scarso
numero (non furono mai pi di centoventi, dispersi tra sei conventi), sia perch la valle della Dvina, come altrimenti era conosciuto
il fiume Daugava da cui Alberto aveva preso le mosse, non
forniva un terreno ideale per le azioni di cavalleria.
Il loro compito constava nell'organizzare i coloni e gli indigeni
che passo passo venivano convinti alla causa del Cristo durante le
campagne estive, mentre in inverno erano impiegati nella difesa
dei forti.
Ma naturalmente, la maggior occupazione per queste alacri api
del Signore fu quella di mettere a ferro e fuoco i territori assoggettati
e consolidarne la conquista.
I metodi perpetrati durante questa incessante opera di evangelizzazione
sono abbondantemente riportati nella gi citata Cronaca
di Enrico. In essa si legge ad esempio che durante un'incursione
avvenuta nel 1208, in cui i Portaspada erano di appoggio a
un esercito di lettoni appena cristianizzati, ai danni degli estoni
ancora refrattari, essi penetrando nella regione di Sakkala, trovarono
in ogni villaggio e paese uomini, donne e bambini nelle
loro case, uccisero da mattina a sera quelli che trovavano [...] finch
le mani e le braccia degli uccisori stanche dell'enorme massacro
del popolo, finalmente si fermarono. Quando tutti i villaggi
furono tinti del sangue dei pagani [...] cominciarono a ripiegare,
riunirono una gran quantit di bottino e portarono via con loro
animali da tiro e molto bestiame, e anche moltissime ragazze, le
uniche che gli eserciti in questo paese sono soliti risparmiare.
Evidentemente non bastava essere degli ardenti monaci guerrieri
per non soccombere all'indiscusso fascino evocato dall'antico
adagio moglie e buoi dei paesi suoi concedendo alla propria
solerzia quell'unica sostanziale variante, che tanta passione fosse
cio rivolta non al paese d'origine bens alle terre che cos benevolmente
li stavano accogliendo.
Comunque, al di l di ogni amara facezia, dovunque nella Cronaca
 la stessa solfa: morti ammazzati, squartamenti, stupri e
rapine.
Cos fu a proposito della spedizione compiuta nel 1209 contro
le genti dell'Ugaunia, in cui gli scampati all'eccidio fuggendo
nei boschi o sul ghiaccio del mare morirono di freddo; cos la
sanguinosa scorreria compiuta nel 1215 nel medesimo territorio
in cui gli intrepidi evangelizzatori saccheggiarono tutti i villaggi
e li diedero alle fiamme, e tutti gli uomini che riuscirono a catturare
li bruciarono vivi; cos nell'agosto del 1224 si consumava
la conquista della fortezza russo-estone di Doprat in cui ognuno
si affrett per essere il primo a salire, a elevare la gloria e la lode
di Ges Cristo e di sua madre Maria, a conquistare per se stesso
la lode e il premio della sua fatica [...] e cominciarono subito a
uccidere la popolazione, sia gli uomini che alcune donne, e non li
risparmiarono, cosicch presto arrivarono a mille.
Racconti tanto pi raccapriccianti se si considera che Enrico,
contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, apparteneva allo
stuolo dei missionari in quanto scolaro del vescovo Alberto e interprete
del legato papale Guglielmo da Modena, un ruolo che gli
permise di essere testimone oculare di un numero impressionante
di fatti d'arme con i quali si cristianizzavano le regioni baltiche.
Tale inaudita ferocia, si concretizzava attraverso l'efficienza
militare dei Portaspada e la superiorit tecnologica con la quale
sopravanzavano di gran lunga le popolazioni locali.
Innanzitutto i forti, caserme quadrangolari di pietra che di solito
venivano erette su precedenti fortezze in cui trovavano riparo
uomini e cavalli, spesso sotto la vigilante custodia di una torre
di guardia. E poi l'impenetrabilit delle corazze pesanti, a cui si
sommava l'imponente capacit offensiva garantita dall'utilizzo
di un'arma micidiale come la balestra, sdoganata per l'occasione,
per mezzo di un breve papale, dalla pessima reputazione di arma
diabolica con cui era frequentemente considerata all'epoca.
Come se non bastasse la disponibilit di catapulte, triboli, torri
d'assedio e trabucchi completavano la dotazione dell'indefessa
milizia di Cristo.
Eppure l'arma pi formidabile con la quale i Portaspada ebbero
ragione di una popolazione infinitamente superiore nel numero,
che poteva inoltre contare sulla maggiore conoscenza della geografia
del luogo, fu l'invidiabile capacit di assicurarsi l'appoggio
delle genti locali.
In barba a stragi e saccheggi, nonostante la carneficina che essi
perpetravano al loro passaggio, seppero vincere le resistenze locali
e portarle dalla loro parte. Come? Nel modo pi antico del
mondo, contando cio nell'insita cupidigia dell'uomo di cui il
vescovo Alberto conosceva, rispecchiandosi, l'evidenza.
Egli si preoccup di allearsi con i maggiori mercanti tedeschi
della zona e bastava un suo cenno per interrompere il flusso di
argento, armi e oggetti di lusso con i quali essi trafficavano con i
locali ricevendo in cambio pellicce e cera.
Inoltre, a chi si fosse dimostrato docile, Alberto garantiva la
protezione contro russi e lituani, senza contare l'incomparabile
vantaggio per cui chiunque avesse militato tra le file crociate poteva
togliersi la soddisfazione di vendicare antichi torti subiti in
passato da vicini bellicosi e rancorosi.
Ecco che dunque il battesimo diveniva la conseguenza, non la
causa dell'adesione alla causa cristiana.
A questo si era ridotto il messaggio di Cristo per tramite di uomini
spregiudicati e malvagi, di cui Alberto costituiva un esemplare
pi che caratterizzante: intimidazione, mercimonio, violenza
e sopraffazione.
Una costante, questa, talmente reiterata nei cosiddetti uomini
di Chiesa che l'essenza metafisica del loro messaggio finiva per
assumere il significato pi radicale di impossibile manifestazione
nel reale.
Comunque fu in tali modi che vennero tracciati i confini insanguinati
della Livonia, in cui nel corso di ben tredici pellegrinaggi,
avvenuti tra il 1200 e il 1224 Alberto poteva consolidare il suo
sospirato regno teocratico.
Certo, gestire una bomba a orologeria come l'ordine dei Portaspada non fu certo una passeggiata di salute.
Quelle teste calde, reclutate in ogni recesso della societ tedesca
tra cui traboccava un discreto numero proveniente dalla
nobilt dell'Assia, oltre che dalla regione di Brema-Lubecca -
casualmente la stessa del vescovo guerriero -, non potevano accontentarsi
delle magre ricompense che le campagne del Baltico
sembravano prospettare, con buona pace della vita di privazioni e
fatiche annunciata ed esaltata dagli strombazzamenti di Bernardo
di Chiaravalle che prometteva ben altri premi in Paradiso.
Serviva un incentivo meno fumoso per vincolare questi galantuomini
a una naja massacrante: ci voleva la terra. E difatti,
questi, nel 1204, riuscirono a strappare ad Alberto l'accordo che
prevedeva che i territori ottenuti con le future conquiste, sarebbero
spettati per un terzo agli indomiti cavalieri, mentre il restante
sarebbe defluito nei possedimenti diretti del vescovo.
Naturalmente una schiatta di tale risma difficilmente sottostava
agli accordi, considerati come inutili legacci da poter sciogliere
ogniqualvolta il loro desiderio li spingeva a comportarsi secondo
la propria indole.
Non appena insediatisi nelle terre loro spettanti essi cominciarono
a spremere come limoni i poveri contadini che ebbero la
sventura di capitare tra i loro artigli rapaci ma, insoddisfatti dei
miseri guadagni che anche cos ottenevano, si misero ben presto a
taglieggiare anche le terre del vescovo. La questione si protrasse
sino a che quest'ultimo rest in vita, e si sarebbe inevitabilmente
trascinata nei secoli a venire se la pazienza del Signore nei
confronti dei suoi terribili alfieri non avesse deciso di interrompersi
nel 1236, quando la disfatta subita a opera dei lituani e dei
semgalli presso Siaulial in Lituania non ne decret la prematura
estinzione.
I sopravvissuti confluirono nell'ordine teutonico, in cui poterono
continuare ad assecondare la propria natura missionaria per
ancora qualche secolo, mentre le terre indelebilmente segnate dal
loro passaggio ancora si leccano le ferite subite in quella drammatica
esperienza.
E meno male che ci pens l'Altissimo a bloccare la tracotanza
dei Portaspada, che altrimenti contavano sull'appoggio tutt'altro
che discreto di un pezzo da novanta come il papa. Innocenzo Terzo, in
effetti, aveva fatto capire chiaramente che nel caso della Livonia,
ma anche di tutte le future conquiste che le Crociate avrebbero
apportato, il vescovo avrebbe avuto la suprema autorit politica
e spirituale mentre i monaci-cavalieri avrebbero dovuto agire direttamente
ai suoi ordini.
Chiss quanti sudori freddi deve aver patito il povero Alberto
nel leggere la lettera che il pontefice indirizzava nel 1209 a
Folkwin, il truce gran maestro della Milizia di Cristo, compiacendosi
di aver soggiogato la Livonia per noi, utilizzando un
beffardo plurale che escludeva inesorabilmente il vescovo e si
riferiva al solo papa e alla sua maest.
Sarebbe stata una bella scocciatura, oltre che uno smacco insostenibile,
vivere all'ombra di un cos ingombrante pontefice che
alla fine avrebbe goduto del successo che la crudelt indefessa di
Alberto sembrava avergli servito su un piatto d'argento.
Fortuna che anche in questo caso il Padreterno seppe premiare
gli sforzi di un animo tanto zelante e richiam a s il grandissimo
Innocenzo nel 1216: non prima che quest'ultimo, forse conscio
della resistenza che Alberto avrebbe ineluttabilmente frapposto,
si trastullasse in nuove avventure avendo gi posto in agenda la
conquista della Prussia.
Finalmente Alberto, senza pi ostacoli papali, poteva dedicarsi
anima e cuore nel perseguimento della sua missione, che lo
avrebbe annoverato tra i pi grandi missionari della sua epoca.
Gi nel 1211 aveva fatto dono alla citt di Riga di una stupenda
cattedrale consacrata alla Madre di Dio, sicch la Livonia divenne
presto un grande luna park devoto al culto mariano, che
attirava come mosche pellegrini in cerca di indulgenza, una vera
manna per una terra in espansione in cronico bisogno di carne da
macello da consacrare sui campi di battaglia.
Fu con la spada in mano che lo colse la morte nel 1229, pronto
a esportare il culto di Maria sin dove l'avrebbe spinto la sua sanguinaria
mano.
A Riga  stato venerato come santo sino al 16esimo secolo, quando
la mano impietosa del protestantesimo cancell questo scempio
e finalmente rese giustizia a un numero impressionante di anime.

Capitolo 16.
Arnaldo di Citeaux.

A volte basta pronunciare una frase per entrare nella Storia. Se
poi questa sentenza risulta agghiacciante quanto quella espressa
da Arnaldo di Citeaux di fronte alle mura di Bziers il 22 luglio
del 1209, ecco che l'autore viene immediatamente catapultato in
quella particolare sezione storica i cui lugubri affreschi la rendono
cos simile a una galleria degli orrori.
Non ci sono altre definizioni per contemplare ci che usc dalle
labbra del monaco cistercense in quell'empio frangente:
Caedite eos. Novit enim Dominus qui sunt eius!, Massacrateli tutti.
Dio riconoscer i suoi!.
Una vera e propria manna per chiunque voglia denunciare il
comportamento riprovevole, anzi abominevole, attraverso il
quale la Chiesa avrebbe funestato il cammino umano con la sua
presenza millenaria, macchiandosi di delitti inenarrabili, stragi
sterminate, violenze efferate di cui la frase presa in questione costituirebbe
un mirabile quanto esaustivo esempio.
Un pretesto, invece, per chi  impegnato a difendere a spada
tratta quel millenario percorso, inteso come la massima manifestazione
possibile dello spirito dell'uomo ispirato dal fervore
divino, che avrebbe solcato le pagine della Storia senza macchia
e senza paura, senza ombre se non quelle proditoriamente allungate
dagli infami detrattori.
I quali non solo non avrebbero colto la grandezza della manifestazione
che si stava dipanando sotto i loro occhi, ma anzi, di
fronte allo sgomento della magnificenza che si stava volta per
volta palesando, avrebbero opposto la propria pervicace ignoranza
attraverso un rifiuto diabolico e partigiano, contrastando
il nitore della rivelazione con la cupa coltre della maldicenza e
dell'iperbole denigratoria.
Ed eccoli, questi indefessi operai della verit, pronti a sminare
il castello ideologico che a loro avviso sarebbe stato eretto per
mascherare la regale e reale valenza dei fatti accaduti, agguerriti
nel confinare la fatidica esternazione di Arnaldo nel limbo delle
falsit, figlie di culture preconcette, frutto maligno della propaganda
anticattolica, tanto faziosa quanto inconsistente.
Ed eccoli soprattutto ergersi con la sicumera derivante da una
suggestione che non appartiene a questa terra, ma che trova fondamento
in un'illuminazione donata ai comuni mortali che abbiano
scelto di abbandonare la propria miserevole ragione a intelletti
superni e omnicoscienti, addurre le prove che incontrovertibilmente
spazzerebbero la pretesa illusione di chi annovera quella
frase nella categoria del vero.
Come d'altronde falsa sarebbe tutta la vicenda intorno alla quale
si impernia come un diadema l'enormit di tale affermazione,
che avrebbe costituito il corollario di una delle pagine pi cupe
del cristianesimo europeo altrimenti nota come Crociata contro
gli Albigesi.
Distruggere la veridicit della frase di Arnaldo equivarrebbe a
smascherare, attraverso un limpidissimo gioco di analogie stringenti,
il falso mito dell'esecrabile sterminio dei Catari, perpetrato
attraverso la crociata apparecchiata da Innocenzo Terzo proprio a
partire dal 1209 e di cui la presa, il sacco e la strage di Bziers
avrebbero costituito il momento culminante.
Cos scopriamo che quella maledetta frase, con la quale Arnaldo,
guida spirituale della crociata, avrebbe risposto ai suoi soldati in
merito ai legittimi dubbi relativi al comportamento da adottare nei
confronti della popolazione della citt sotto assedio, per la stragrande
maggioranza cattolica non sia in realt mai stata pronunciata.
Le fonti non la menzionano, se non un'unica voce stridula e
lontana, quella di uno svergognato autore tedesco, il monaco cistercense
Cesario di Heisterbach, nel suo Dialogus miraculorum.
Per svalutarne l'attendibilit, si afferma che l'opera di Cesario
sarebbe stata scritta sessantanni dopo i fatti e soprattutto che il
mistificatore non avrebbe potuto sapere un accidenti di quello che
succedeva a Bziers, visto che avrebbe passato tutta la sua esistenza
in panciolle nella sua Germania.
Peccato che all'epoca in cui gli  ascritta l'opera, Cesario fosse
gi morto da quasi trent'anni, avendo abbandonato questa vita
intorno al 1240; ne risulta che in realt il Dialogus fu scritto fra il
1219 e il 1223, appena una decina d'anni dopo il sacco di Bziers,
e dunque in un arco di tempo molto pi vicino ai fatti avvenuti.
Certo, l'autenticit della frase attribuita ad Arnaldo  stata molto
discussa dagli storici, almeno da quelli seri che conoscono le
trappole relative al fascino di una sentenza cos lapidaria e diffidano
degli slogan che si imprimono nelle coscienze collettive,
spesso tanto esaustivi quanto fallaci: ci non toglie che, al vaglio
di un'attenta analisi, si possa oggi ritenerla del tutto plausibile,
essendo stata dimostrata la molteplicit e attendibilit delle fonti
dirette di cui disponeva il fecondo cronista tedesco, in merito al
massacro di Bziers.
Le quali, a dispetto di chi non se ne fosse accorto, non sappiamo
se per imperizia o per cattiva fede, risultano essere ben quattro: la
lettera inviata a Innocenzo Terzo dai suoi legati, scritta nel
1209 subito dopo i fatti; la Chanson de la croisade albigeoise di Guglielmo
di Tudela; la Historia albigensis di Pietro di Vaux-de-Cernay,
scritta pochi anni dopo, fra il 1213 e il 1218 da un monaco cistercense
vicino a Simone di Montfort e al suo ambiente; la Chronica
di Guglielmo di Puylaurens. Si badi bene che nessuna di queste
fonti  favorevole ai catari e che anzi, soprattutto la prima e la
terza esprimono il punto di vista ufficiale dei crociati.
Ma forse i novelli difensori della realt storica hanno
sviluppato un'insostenibile allergia verso i polverosi scritti che da pi di
sette secoli illustrano la vicenda.
Molto meglio affidarsi all'inappuntabile giudizio con il quale il
pio abate Clestin Douais, professore emerito di Tolosa, nell'Ottocento
liquidava l'inattendibilit di Cesario come esternazione
di un falso, bollando la ferale sentenza quale frase apocrifa svettante
nel nulla delle fonti coeve.
Le concedeva al massimo l'attribuzione al condottiero Simon
de Montfort, capo militare della spedizione; o, secondo quanto
desunto da certi testi (quali  un miraggio al quale appellarsi solo
attraverso un dogma di fede), l'erudito ammetteva tutt'al pi che
fosse sgorgata dalla bocca di un luogotenente di questi, ignorando
che la sua identificazione ben si attaglierebbe allo stesso abate
di Citeaux, riconosciuto nelle fonti come legato papale e consigliere
del Montfort.
Quanto sia pi opportuno affidarsi a un'interpretazione posteriore
di sei secoli, piuttosto che seguire la traccia di testimonianze
prossime ai fatti accaduti,  talmente ovvio da non concedere
spazio a nessun commento.
Eppure i sagaci studiosi, quelli che confutavano la veridicit di
Cesario a causa di un ritardo di sessantanni, non battono ciglio
nel dar credito all'analisi che l'abate Douais squaderna seicento
anni dopo, giustificando cos l'origine della leggenda nera anticlericale
sulla condotta del pio Arnaldo di Citeaux.
Come se una cos stringente confutazione non fosse esaustiva,
gli imperturbabili restauratori della verit affermano inoltre che
ammesso che l'eccidio ci fu, esso fu giustificato dall'esasperazione
provocata dalla crudelt dei catari, che, non solo a Bziers, da
anni perseguitavano i cattolici per soddisfare i dettami imposti da
una cupa, feroce e sanguinaria setta di origine asiatica.
Ma chi? Quei poveracci che secondo innumerevoli fonti, per lo
pi cattoliche, praticavano la forma pi rigorosa di non violenza,
astenendosi dall'uccisione sia di uomini che di animali?
Erano catari i contadini impiccati a Goslar nel 1051, che, annoverati
tra le prime vittime della repressione cattolica, furono accusati
di eresia e condannati solo per aver rifiutato di un uccidere
un pollo!
Ora, a parte il paradosso di presentare come persecutori coloro
che furono perseguitati per oltre un secolo in tutta Europa, proprio
il caso di Bziers mostra esattamente il contrario di quanto
vorrebbero farci credere tali volpi della fulgida evidenza: i cattolici
erano cos poco esasperati dai catari, che la ragione per cui la
citt fu attaccata e distrutta fu il rifiuto da parte dei suoi abitanti,
fedli alla propria autonomia municipale e ai propri princpi di
tolleranza, di consegnare ai crociati i circa duecento sospetti di
eresia di cui il vescovo Renaud de Montpeyroux aveva provveduto
a stilare la lista.
Pur comprendendo quanto sia imbarazzante che un legato pontificio
pronunci una frase degna di un ufficiale delle ss, anche se
mitigata dalla riconoscibile citazione della seconda lettera con
cui San Paolo dissertava con Timoteo sull'eresia tanto che la
Glossa Ordinaria si spinge a riconoscerla come un chiaro riferimento
alla predestinazione, il punto non  se Arnaldo l'abbia
detta o meno, ma  cosa abbia fatto immediatamente dopo la
chimerica sentenza.
E su questo le chiacchiere stanno a zero, dal momento che 
Arnaldo in persona a illuminarci in merito al tenore della sua condotta,
attraverso la minuziosa e sconvolgente descrizione con cui
arricchisce la lettera ufficiale che insieme all'altro legato pontificio
Milone scrisse al papa per riferirgli l'accaduto.
Cos si legge nel volume 216 della Patrologia latina, dove la
missiva  fedelmente riportata: La citt di Bziers fu presa e,
poich i nostri non guardarono a dignit, n a sesso, n a et, quasi
ventimila uomini morirono di spada. Fatta cos una grandissima
strage di uomini, la citt fu saccheggiata e bruciata: in questo
modo la colp il mirabile castigo divino.
I nostri, dice Arnaldo: che siano stati tutti gli assalitori a compiere
la strage o solo i cosiddetti ribaldi, i mercenari al seguito
dell'esercito crociato, Arnaldo se ne assume pienamente e trionfalmente
la responsabilit, parlando di mirabile castigo divino.
Il numero di morti di cui si vanta  sicuramente esagerato, come
lo  quello fornito da altri testimoni e cronisti che giunsero persino
a riportare l'inverosimile cifra di centomila vittime: si voleva
cos indicare una mattanza straordinaria, che rest a lungo nella
memoria della gente.
Ma ci che avvenne fu proprio quel che lascia intendere la frase
attribuita ad Arnaldo: fu compiuto uno sterminio indiscriminato
degli abitanti di Bziers, cattolici ed eretici, uomini e donne, vecchi
e bambini.
Verba volant, facta manenti Con buona pace di tutti gli abati e
dei loro pii lettori, che naturalmente rinnegano l'approvazione e
i complimenti con cui Innocenzo Terzo non solo benedisse l'opera,
ma conserv con grande cura i dispacci dei suoi legati impegnati
contro gli albigesi, includendoli addirittura nei registri ufficiali
della Santa Sede.
Tale scelta testimonia l'assoluta determinazione papale nello
schiacciare senza piet l'eresia dei catari, accettando addirittura
metodi degni di un'odierna pulizia etnica. Alla faccia del buon
pastore di evangelica memoria!
Ora  lecito chiedersi il perch di tanto accanimento, e soprattutto
chi fossero questi benedetti albigesi che tanto preoccupavano
quel sant'uomo di Innocenzo.
Se fossimo costretti a spiegarlo a un bambino, potremmo condensare
la questione pi o meno cos: per gli albigesi, il Dio
dell'Antico Testamento, quello che ha creato le cose, gli animali
e gli uomini,  malvagio. Dio c' ma ci odia, e per questo motivo
ci ha spedito in questa valle di lacrime a soffrire. Per fortuna, o
semplicemente per ripristinare l'antica visione del mondo
manicheista dalla quale questa setta eretica discendeva per diretta
filiazione con i bogomili, esiste per un altro Dio, un Dio gentile
e amorevole: tanto da non volere che fossimo mai nati, e che per
il nostro bene ci vuole morti. Per colmo di paradosso si potrebbe
affermare che gli albigesi fossero contrari alla vita, ferventi
sostenitori dell'estinzione della razza umana. In virt di ci essi
si proclamarono oppositori del matrimonio e in generale dell'accoppiamento,
in quanto tali pratiche spesso e volentieri conducono
alla gravidanza permettendo ad altre nuove persone di venire
al mondo, una spiacevole situazione che il Dio buono vorrebbe
evitare come la peste.
Una visione siffatta del mondo condusse tali curiosi esponenti
a perseguire una condotta di vita piuttosto rigida, di cui il vegetarianesimo
rappresentava una costante indissolubile: la carne
consegue dalla procreazione tra due viventi, quindi non era da
considerarsi un cibo accettabile. Unica deroga fu concessa al pesce
che, secondo la biologia medievale, andava considerato alla
stessa stregua di ortaggi e simili, fermo restando la convinzione
che esso non si moltiplicasse n insieme ai pani, n attraverso
una riproduzione sessuata, ma si formasse dal mare come frutto
spontaneo.
Ben pi gravida di conseguenze era l'opinione secondo la quale
gli albigesi ritenevano che papa, cardinali e preti dovessero vivere
in povert, e andare in giro mezzi nudi o abbigliati di stracci.
Naturalmente, rispetto alle teorie esposte sopra, il papa si trovava
pressoch in disaccordo su tutto. Pur dimostrando un sacrosanto
disinteresse in relazione alla dieta priva di proteine, non gli deve
essere andato gi quel passaggio in cui si invocava un papa povero
e pezzente, oltre alla balzana idea che la morte fosse una cosa
bella.
Esaurita ben presto la pazienza che l'aveva spinto in un primo
momento a misurarsi verbalmente con questi debosciati, il pontefice
pass presto a una maniera persuasiva molto pi concreta. E
a scanso di equivoci rispetto alla sua grandissima magnanimit,
fu egli stesso che a partire dal 1208 decise di esaudire la pi grande
ambizione degli albigesi, apparecchiando una crociata che li
sterminasse tutti.
Questa pi o meno potrebbe essere la spiegazione che soddisferebbe
i palati fini dei sedicenti studiosi di cui abbiamo tessuto le
indiscusse doti in precedenza: peccato che in tal modo si perderebbe
il senso di quella che  stata la pi grande eresia del Medioevo,
per certi versi l'eresia per eccellenza, capace di mobilitare
contro di essa la pi formidabile offensiva della Chiesa prima
della Controriforma.
Il punto  che i cosiddetti albigesi, attraverso le proprie credenze
e le proprie convinzioni, toccavano i gangli profondi del
tessuto sociale dell'epoca, in un'et di trasformazione in cui l'avvento
dei Comuni e l'inarrestabile avanzata delle nuove coscienze
nazionali metteva in crisi l'antico assetto basato sul duopolio
papato-impero.
Non a caso questa setta, sorta con molta probabilit nei Balcani
intorno alla met del 12esimo secolo, si trasfer presto nel Nord e Centro
Italia, l dove l'insorgere di un nuovo cetus, figlio dello sviluppo
mercantile e protoborghese delle municipalit, scardinava
il secolare assetto sociale che trovava nei bellatores, oratores e
laboratores la sua compiuta desinenza.
Questi homines novi (mi si conceda la forzatura della ben nota
formula latina) erano affamati di nuove istanze, di nuovi codici
comportamentali, di nuovi miti su cui fondare il proprio impianto
culturale che ne legittimasse e al tempo stesso ne rinvigorisse
l'esistenza.
Gli albigesi diventavano funzionali in tale percorso di formazione
e non tanto nel merito estremo delle loro convinzioni, quanto
nell'impianto dualistico delle proprie credenze.
Contrapporre a un dio malvagio un dio d'amore presupponeva
l'esistenza di una dicotomia che scompaginava la monolitica
perfezione dell'Unit, quella stessa sulla quale si basava la
Tradizione da cui scaturiva una societ intoccabile e immutabile: se
diveniva possibile contrastare Dio con un suo omologo, anche
l'architettura sociale poteva e doveva subire gli stessi effetti per
essere rifondata secondo le nuove realt emergenti.
Fu esattamente ci a preoccupare il papato e in particolare Innocenzo
III che di tale istituzione fu forse l'incarnazione pi compiuta:
la minaccia insita in questa eresia di scardinare un mondo
nel quale la Chiesa aveva prosperato, godendo di privilegi inauditi.
Tutto il resto era paccottiglia folclorica, una favola per bambini
da raccontare davanti al fuoco nelle lunghe sere invernali,
innocua se non avesse contenuto in s germi cos funestamente
eversivi.
Lo spregio in cui la Chiesa teneva in considerazione questa
nuova religione  denunciato dallo stesso nome con il quale tali
eretici erano definiti: albigesi, un toponimo geografico che, pur
sottolineandone la ramificazione - essendosi attestati nel sud
della Francia dove Albi aveva finito per diventare un covo ben
rappresentativo -, svelava l'assoluto disinteresse nel tentare di
cogliere appieno cosa essi rappresentassero.
Chi ci prov, inizi a chiamarli catari, dal greco KaGapoi
[kathari], riconoscendo nella parola il significato di puri. Tra loro
invece si chiamavano bons chrtiens, buoni cristiani o boni homini,
a sottolineare la loro adesione a un cristianesimo primitivo che
intendesse vivere in purezza l'insegnamento di Cristo, rifiutando
ogni seduzione dei beni materiali e auspicando di poter mediare
direttamente con Dio attraverso una via ascetica.
Ecco cosa erano i catari: uomini e donne che avevano abdicato
le blandizie terrene, ritenute, nella loro visione dualistica del
mondo, retaggio del diavolo. I catari rinunciavano a ogni propriet,
nel rispetto dei valori delle comunit evangeliche originarie,
abiuravano il crocifisso, simbolo di tortura del Cristo, rifiutavano
i sacramenti.
Essi si presentavano come una nuova ecclesia depositaria dei
veri valori evangelici e in quanto tale in contrasto insanabile con
la Curia romana, ai loro occhi ineluttabilmente corrotta e decadente.
Bastava loro un unico sacramento, il Consolamentum, una
sorta di battesimo che sanciva l'ingresso nella nuova comunit,
in cui l'adepto dopo una lunga iniziazione accedeva col grado
di perfetto: a quel punto chiunque poteva interpretare gli insegnamenti
divini senza la mediazione del clero e poteva rivolgersi
direttamente a Dio attraverso la preghiera.
Ecco con chi dovette confrontarsi il povero Innocenzo Terzo, con
delle teste dure e invasate sino al parossismo.
Bisognava affidare la missione a un uomo di polso, uno il cui
zelo avrebbe garantito il successo delle operazioni, uno la cui crudelt
l'avrebbe spinto a compiere ci che andava fatto per il bene
supremo della vera fede.
Quell'uomo era Arnaldo di Citeaux.
Nelle fonti francesi  conosciuto come Arnaud Amaury e come
spesso accade per personaggi cos oscuri, le sue origini sono buie
come l'anima in cui si riflessero le sue azioni.
Molto probabilmente ebbe natali spagnoli, visto che fino al 1198
fu abate nel monastero di Poblet in Catalogna e che in seguito,
sino al 1202, fu a capo dell'abbazia di Grand Selve a Bouillac
nel Midi-Pirenei, per poi assumere il ruolo di priore in quella di
Citeaux, da cui il nome.
Ci che appare evidente  l'ambito di formazione di questo soldato
della fede, forgiato alla fucina infuocata della predicazione
cistercense, l'ordine fondato da Roberto di Molesmes nel 1098
in cui ben presto rifulger l'astro di Bernardo di Chiaravalle, il
supercampionissimo della dottrina cattolica.
Delle sue nobili imprese abbiamo gi parlato: fu lui che super
l'iniziale imbarazzo della Chiesa rispetto all'uso delle armi
creando l'impianto ideologico su cui fondare gli ordini guerrieri
di cui i templari furono il fiore all'occhiello. Fu lui ad animare
le crociate nel Baltico, istillando l'ossessione della peregrinatio
permanente.
A tale fonte si abbever l'indole malvagia di Arnaldo, traendo
quelle suggestioni i cui frutti sarebbero maturati nella Linguadoca.
Perfettamente aderente agli insegnamenti di Bernardo, splendidamente
complementare alla sete di potere di Innocenzo Terzo,
l'azione di Arnaldo pot abbattersi come un maglio implacabile,
agitandosi in quella famigerata crociata di cui, se non fu l'istigatore,
fu sicuramente l'anima che la aliment.
Per amor di verit bisogna ammettere che Arnaldo part con
il freno a mano tirato. Rispettoso delle iniziali intenzioni con le
quali Innocenzo approcci blandamente il problema dell'eresia
francese, Arnaldo si present oltralpe con delle regole di ingaggio
dal bassissimo profilo: legato papale s, ma senza licenza di
uccidere, limitandosi a svolgere una sommaria opera di predicazione
che il pontefice stim ingenuamente pi che sufficiente; un
compito che inizi a svolgere dal 1203 in compagnia di Pietro di
Castelnau, suo collega di tonaca e di ruolo.
Ma i dibattiti con cui i legati pontifici si contrapposero ai perfetti
catari non diedero i risultati sperati: troppo blanda l'adesione
della passione popolare, troppo tiepida la risposta dei cattolici del
luogo che manifestavano una preoccupante mancanza di bellicosit
nei confronti degli eretici. Questi ultimi di contro esprimevano
una sempre maggiore sicumera, a cui giovava la pessima
impressione che i legati offrivano alla popolazione: pur presentandosi
come persone integerrime e moralmente accettabili,
erano comunque, nelle loro vesti pulite, con le loro scorte ricche
di cavalli e provviste, la prova dinnanzi agli occhi di tutti della
ricchezza della Chiesa, in netto contrasto con l'austera semplicit
dei ministri catari.
Neppure la calata di un asso del calibro di san Domenico riusc
a smuovere quelle menti asfittiche a ogni richiamo curiale.
Nell'agosto del 1205, infatti, questi era giunto a Montpellier
per dar manforte ai disperati legati, accompagnato dal vescovo
di Osma.
Domenico consigli di rinunciare alle scorte, al lusso, all'ospitalit
dei ricchi, per calarsi invece fra il popolo. Anzi egli stesso
inizi, con l'assenso dei suoi superiori, un percorso di predicazione
che lo port, negli anni successivi, in tutto il sud della Francia:
vestito solo della tunica, senza inutili orpelli, appiedato, e soprattutto
costretto a vivere di elemosina, forte solo del suo tenacissimo
carattere e della sicurezza delle sue idee.
Neppure tale sublime esempio riusc a smuovere quei benedetti
testardi di occitani, forse molto pi infastiditi che non impressionati
dal carattere intransigente e dalla personalit dirompente
dell'integerrimo campione della chiesa, che gi sullo scorcio della
sua azione missionaria si stava convincendo dell'inutilit della
predicazione e del dialogo, laddove, a suo parere, potevano ormai
servire solo il bastone e la spada.
Chi invece non pose troppi indugi fu proprio Arnaldo, che gi
alla fine del 1204 optava per un cambio di strategia che fosse
sensibilmente pi incisivo.
Stufo di cercare con la parola ci che poteva benissimo ottenere
con la forza e con il sangue, egli spinse Innocenzo Terzo a concedere
ai suoi legati di esercitare pressione sui vari signori locali affinch
gli eretici fossero espulsi da tutti i loro territori, e di dotare gli
stessi dell'autorit necessaria a deporre gli ecclesiastici sospetti
di collusione.
Cos, sul limitare del primo decennio del nuovo secolo, gli
eventi erano destinati a prendere una piega crudele e distruttiva,
cosa peraltro prevedibile visto il carattere di colui che era stato
posto a capo della legazione.
Il papa, su istigazione di Arnaldo, aveva iniziato a ventilare la
possibilit di una crociata contro i baroni occitani che si rifiutavano
di contrastare l'eresia, quando addirittura non la sostenevano.
A esasperare Innocenzo era il comportamento attendista con il
quale il re di Francia Filippo Augusto disattendeva puntualmente
le richieste di un intervento diretto, auspicato dal pontefice: gli
appelli rivolti al sovrano, affinch si adoperasse nella confisca
dei beni dei conti e dei baroni del Sud che non volevano eliminare
dalle loro terre l'eresia, cadevano pervicacemente nel vuoto.
Mentre i grandi feudatari del Nord scalpitavano con i loro cavalli
e cavalieri nel desiderio di nuove conquiste, animati ovviamente
da nobili intenti morali, il re temporeggiava, da un lato spaventato
dalla prospettiva di un'impresa di cos ampio respiro, dall'altro
poco propenso a scatenare una guerra che avrebbe arricchito i
suoi baroni e la potenza di un pericoloso rivale come il papato.
Tale disdicevole impasse fu superata da un fatto drammatico.
Il 15 gennaio 1208, mentre il legato pontificio Pietro di Castelnau
si apprestava a rientrare a Roma, fu sopreso all'altezza di
Saint-Gilles, in Provenza e assassinato da mano ignota.
Ad Arnaldo non parve vero: subito fece circolare la voce che
quella mano fosse di un sicario istigato dal conte di Tolosa
Raimondo Sesto, colui intorno al quale si imperniava la resistenza dei
baroni del Sud favorevoli al catarismo e refrattari alle ingerenze
papali.
A quel punto a Innocenzo non mancava che lanciare contro
quest'ultimo l'anatema, colpirlo con la scomunica e dichiarare le
sue terre esposte a preda.
Il resto lo fece la bramosia dei baroni del Nord che nella figura
del duca di Borgogna e del conte di Nevers seppero vincere le
residue ritrosie del re Filippo, infastidito dal comportamento del
pontefice, al quale non manc di sottolineare che solo la sua regale
persona era legittimata a spodestare delle sue terre un proprio
vassallo, come formalmente appariva il conte di Tolosa su cui si
era abbattuto l'anatema papale e tutte le sue conseguenze.
Ma ormai i giochi erano fatti: Innocenzo otteneva la tanto agognata
crociata alla quale poneva come capo Arnaldo, non prima
di averlo provvisto di un contingente di Cavalieri di Santo Spirito
di Montpellier, un ordine monastico guerriero creato a bella posta
e destinato a imitare l'omologo ordine del Santo Spirito in Saxia
che tanto bene si era comportato nelle sue campagne anticatare in
terra di Orvieto, Viterbo, Ferrara e Verona, solo pochi anni prima.
Al fianco di questi, tutto l'esercito scalpitante dei baroni del
Nord prese la via della Linguadoca.
La grande armata si mise pertanto in marcia nella tarda primavera
del 1209, partendo da Lione, in direzione della Valle del Rodano.
A questo punto, il conte Raimondo tent con grande astuzia
la sua ultima carta: fece atto di sottomissione al potere papale,
recandosi, prima dell'arrivo dei crociati, a Saint-Gilles, dove si
umili pubblicamente, sottoponendosi, si dice, al flagello.
Prest persino giuramento di perseguitare i catari, e, ritirata la
scomunica, prese la croce, come il pi fedele dei combattenti.
Cos, per merito di un grande fiuto politico, la contea di Tolosa si
trov improvvisamente sotto la protezione della Chiesa, ufficialmente
schierata dalla parte della crociata, e quindi inattaccabile.
Quanto fosse illusoria questa speranza, sar drammaticamente
smentito dai fatti successivi.
Nell'immediato per Arnaldo dovette cambiare obiettivo e con
il benestare del comandante militare Simone di Montfort, volse le
truppe contro Raimon Roger Trencavel, visconte di Carcassone
e di Bziers nonch noto protettore di eretici, che data la giovane
et non ebbe l'acutezza di imitare lo zio Raimondo di Tolosa,
ritrovandosi pertanto solo contro tutti.
All'inizio del 1209, quando la notizia dell'avanzata dell'esercito
si diffuse in terra d'Occitania, quando lungo il corso del Rodano
si allungarono a poco a poco interminabili fila di soldati a
cavallo, fanti, macchine da guerra, carri e barche di approvvigionamenti,
e soprattutto mercenari e grandi folle di pellegrini, o per
meglio dire, di civili, che a seguito dell'esercito, forti
dell'immunit loro concessa dalla partecipazione alla grande impresa,
speravano di conquistarsi ricchezze personali o chiss che altro,
quando appunto tutto ci fu chiaro a tutti, grande fu lo sgomento
e l'impressione.
La popolazione rurale cominci a fuggire, si rifugi nei villaggi
fortificati e nei castelli. Nel luglio del 1209 il visconte di
Trencavel si ritrov cos un grande esercito - si parl di ventimila soldati
- a poche miglia da Bziers: l dove si compir l'infame azione
dalla quale siamo partiti.
Dopo un infruttuoso tentativo di patteggiamento a Montpellier,
il visconte decise di abbandonare la citt con un gruppo di eretici
e di membri della comunit ebraica: lasciava Bziers e i suoi cittadini
nelle mani dei suoi migliori comandanti, mentre lui si rifugiava
a Carcassone, la capitale del suo feudo, sicuramente meglio
attrezzata per la difesa.
I crociati, nel frattempo, giunti in vista di Bziers, per voce del
vescovo della citt, Rinaldo di Montpeyroux, fecero una proposta
allettante quanto infame: avrebbero risparmiato la popolazione
locale se fossero stati loro consegnati gli eretici e i loro capi.
Nella citt assediata prevalse per la solidariet, forse anche
nella speranza di ricevere rinforzi da Raimon de Trencavel o dallostesso re Pietro di Aragona.
I consoli rifiutarono la proposta e non degnarono di uno sguardo
la lista di duecentoventi nomi che il vescovo stesso aveva preparato.
Sia detto per inciso che in questa lista, che comprendeva i
perfetti catari e i pi noti fra i praticanti l'eresia, erano evidenziati
alcuni nomi con l'espressione val, a significare probabilmente
valdesi, rinsaldando la convinzione che esistesse una forte connessione
tra questa corrente eretica e quella catara.
Bziers avrebbe probabilmente sopportato un lungo assedio:
era dotata di un buon sistema difensivo e poteva contare su un
discreto quantitativo di provviste.
Ma il Padreterno aveva deciso altrimenti.
Quel maledetto 22 luglio, una piccola guarnigione di uomini
usc dalle mura con l'intento forse di infastidire le truppe mercenarie
accampate nei pressi, mentre il resto dell'imponente esercito
stazionava pi lontano, occupato nella preparazione dell'assedio.
Il manipolo di uomini ebbe per la peggio nella scaramuccia
che ne segu e fu costretto a volgersi velocemente verso le mura.
Evidentemente non riusc a impedire, nella ritirata, l'ingresso in
citt dei mercenari che li inseguivano, provocando cos il panico
nei difensori e negli abitanti.
Mentre all'interno delle mura i mercenari impazzavano, al resto
dell'esercito, pur preso alla sprovvista, non parve vero di vedere
spalancata la porta della citt a cui stavano faticosamente
approcciandosi: in breve furono anche loro della festa e la citt fu rapidamente
conquistata.
Questo il resoconto delle operazioni militari a cui segu, come
abbiamo ampiamente dimostrato il furioso eccidio: ventimila,
quarantamila o centomila, di fatto non si conosce il numero degli
sventurati asserragliati nelle mura, cittadini o profughi provenienti
dalle campagne circostanti. Comunque morirono tutti,
donne e bambini compresi, e se qualcuno si salv, fu dovuto al
caso che sottrasse queste vittime designate al furore di Arnaldo e
della sua banda di tagliagole, intenti a saccheggiare senza piet,
n umana n tantomeno divina.
Cos inizi ci su cui la storia cristiana d'Europa ha mantenuto
un certo riserbo, o nella peggiore delle ipotesi ha operato qualche
distorsione, mascherando dietro la bandiera della guerra di
religione - una volta accettata a denti stretti l'evidenza dei fatti -
quella che fu in realt l'eliminazione fisica e culturale della gente
di Occitania, l'ampia regione che comprendeva l'intero sud della
Francia.
Quello che si inaugur a Bezirs fu infatti un vero e proprio genocidio,
anche se sulla mappa della storia medievale si chiamer
Crociata contro gli Albigesi o Catari.
Doveva essere una guerra lampo. Invece dur vent'anni, al
termine dei quali i morti sul terreno saranno migliaia, mentre gli
esiti di questo blitz crociato avranno un peso cruciale nella storia
europea.
Gli attuali confini francesi nasceranno proprio da quel lavacro
di sangue, con cui si spazz via quel Mezzogiorno francese dove,
tra la fine dell'11esimo e il 13esimo secolo, nacque e prolifer la pianta della
poesia romanza.
I poeti cantori, i decantati trovatori, componevano infatti in lingua
d'oc, l'idioma di queste lande che sar altrimenti sostituito
dal francese del Nord, mentre le corti aristocratiche, loro palcoscenico,
saranno prese, spogliate, saccheggiate e costituiranno
bottino di guerra dei conquistatori.
Inoltre, conseguente e concomitante a questa guerra, fu l'istituzione
del tribunale della Santa Inquisizione, in cui il reato di
eresia, comparato a quello di lesa maest, conferir agli organi
ecclesiastici occidentali la capacit di esercitare un potere di polizia
inaudito prima di allora.
Tutto, grazie al grandissimo zelo di Arnaldo.
Mentre la notizia del massacro di Bziers si diffondeva rapidamente
mettendo in allerta tutte le restanti comunit catare che
saggiamente decisero di arrendersi, come nel caso di Narbona, il
legato papale aveva gi nel mirino la capitale Carcassone, di cui
cominci l'assedio l'I agosto.
Tagliate tutte le risorse idriche alla citt, alla popolazione non
rest che arrendersi, dopo appena due settimane. Anche in questo
caso il recidivo Trencavel prov a trattare i termini di una resa
onorevole ma ottenne per tutta risposta la cattura: quanto agli abitanti
della sfortunata cittadina furono s risparmiati, ma costretti
ad abbandonare le mura in brache di tela se non addirittura nudi,
secondo quanto riportato da Pietro di les Vaux-de-Cernay.
Cos si manifestava la clemenza di Arnaldo.
Intanto, costui fu sollecitato da Innocenzo a lasciare il comando
delle operazioni militari al solo Simone di Montfort, dopo che il
duca di Borgogna e i conti di Nevers e Saint-Pol, nauseati dalla
mattanza, decidevano di abbandonare la crociata.
La mossa del pontefice serv sostanzialmente a gettare fumo
negli occhi di tutti coloro che, venuti a conoscenza di come si
stessero svolgendo i fatti nella fu bella terra di Provenza, volgevano
inorridite critiche alla volta del papato. Meglio che il suo
legato si dedicasse a una pi opportuna opera apostolica, piuttosto
che risultare direttamente coinvolto nelle esecrande operazioni
militari.
In buona sostanza non cambi nulla, dal momento che dietro
le quinte era sempre Arnaldo a guidare le danze, peraltro senza
troppi stridori da parte del Monfort, la cui vena sanguinaria ben
si accordava con quella dello spietato cistercense.
Entrambi furono immediatamente d'accordo nel tracciare la
successiva strategia secondo cui la crociata avrebbe dovuto proseguire:
primo, stabilire delle guarnigioni permanenti, attraverso
le quali mantenere un saldo controllo della regione, persuadendo
gli stessi crociati a prolungare una ferma che sino a quel momento
si concludeva dopo quaranta giorni di servizio; poi, isolare
politicamente e territorialmente il conte di Tolosa
Raimondo Sesto le cui terre, poste abilmente sotto la custodia papale come abbiamo
visto in precedenza, facevano gola sia a Simone che ad Arnaldo.
Cos, la terra che fu la culla della lirica cortese, centro vitale
e propulsivo della cultura occidentale, si accingeva a essere fatta
a brani dalla sete di conquista di uomini senza scrupoli che
all'ombra della croce e della spada si apprestavano a oscurare
ci che sino a pochi anni prima era stato una sorta di miracolo
edonisitico-spirituale.
Nell'autunno dello stesso anno cadevano Albi, Mziers,
Castelnaudary, Castres, Fanjeaux, Limoux, Lombers e Montreal: chi
non si arrendeva veniva massacrato senza troppe storie.
La manovra a tenaglia continu: a dicembre venne assaltato il
villaggio di Cabaret poco dopo il castello di Lastours; tra marzo e
giugno del 1210 soccombettero le citt di Bram e di Minerve: gli
albigesi scoperti in questo rastrellamento dovettero convertirsi se
intendevano aver salva la vita, ma in centoquaranta si rifiutarono
e finirono sul rogo.
Si giunse cos al 1212, anno in cui ormai la contea di Tolosa
era interamente circondata: alla premiata ditta Simone & Arnaldo
non restava che propiziare il pretesto che giustificasse la loro invasione
nei territori concupiti.
Niente di pi facile: venne immediatamente recapitata a Raimondo
la richiesta di consegnare alcuni cittadini tolosani il cui
odore di eresia era drasticamente coperto dal lezzo di provocazione
che esalava dalla pretestuosa domanda. Stavolta Raimondo
non ci stette e i crociati, sghignazzando, invasero il territorio e
depredarono il conte di tutti i suoi feudi.
Il tutto mentre Innocenzo, nel misero tentativo di salvare la faccia,
tentava le brame dei due sanguinari con il miraggio di un'altra
bella impresa in terra di Spagna.
Il pontefice poteva dormire sogni tranquilli, ch tanto Arnaldo
non sarebbe sfuggito al richiamo di una cos potente sirena;
quanto a Simone, si profilava per lui il titolo di conte di Tolosa e
la nomina a signore della Linguadoca.
Certo, dovr aspettare il 1215, quando il Quarto Concilio Lateranense,
uno dei pi importanti della Chiesa cattolica, scioglier i
nodi aggrovigliati sino a quel momento: la disputa sorta contro
Raimondo Sesto a cui la ragione delle armi aveva sottratto le terre
si risolse a svantaggio di quest'ultimo, cui fu concessa a titolo di
risarcimento la miseranda cifra di 400 marchi annui.
Pure Arnaldo ne uscir con le ossa rotte, poich la sua pretesa di
impadronirsi del ducato di Narbona, di cui era stato fatto vescovo
per premiarlo delle belle imprese provenzali, fu frustrata anche
in tal caso dall'ingordigia di Simone, che usc anche da questa
tenzone con la pancia piena.
Cos decise la salomonica sentenza di papa Innocenzo, forse intuendo
che i desideri di rivalsa di Raimondo avrebbero accorciato
la vita a Simone.
Quanto ad Arnaldo avr certo addolcito l'amara pillola con il
ricordo fulgido della gloriosa impresa compiuta in Andalusia.
Fu infatti tra i campioni cristiani che ebbero ragione della marmaglia
musulmana nella leggendaria battaglia di Las Navas de
Tolosa del 17 luglio del 1212, uno scontro talmente epico da essere
annoverato solo negli annali spagnoli.
Ironia a parte, pur non comportando conseguenze nell'immediato,
complice la cronica incapacit degli eserciti cristiani a cooperare
e a tramutare in conquiste territoriali durature gli occasionali
successi militari, l'evento sanc immediatamente un'impennata
dell'orgoglio cattolico vittorioso contro le soverchianti forze infedeli.
E sul lungo periodo, al netto di un'ipertrofica campagna
propagandistica che lo innalz alle vette del mito, rianim gli
Stati spagnoli nel compiere l'estremo sforzo della cacciata dei
musulmani dalla penisola iberica, limitandone la presenza, alla
fine del 13esimo secolo, al solo regno di Granada.
Va sottolineato che anche in merito a questa battaglia, si profil
lo zampino di Innocenzo Terzo, davvero ineguagliabile nell'esportare
crociate in ogni angolo del globo terracqueo.
N sfugge la propensione di Arnaldo a proiettarsi l dove la difesa
della fede costituiva un ottimo espediente per veder scorrere
il sangue. I cronisti arabi insistono sulla crudelt dello scontro, in
cui l'esercito cristiano non fece sconti a nessuno, passando a fil
di spada tutti i superstiti, mentre i mucchi dei morti ammazzati
impedivano alla cavalleria di proseguire nel suo impeto.
Ricco di tali ricordi, dopo l'insipida esperienza romana, Arnaldo
poteva finalmente riparare a Narbona, dove non seppe stare
troppo con le mani in mano.
Nel 1218, in seguito alla morte di Simone di Montfort cos saggiamente
prevista da quella lucida mente di Innocenzo Terzo, egli
prest volentieri il suo aiuto al figlio di quegli Amalrico, che,
impegnato contro il sacrosanto desiderio di rivalsa di
Raimondo Sesto, soccombeva per evidente inettitudine militare
alla spasmodica sete di riconquista del deposto conte.
Cos, amareggiato, Arnaldo vedeva il flutto del suo indefesso
lavoro sfaldarsi negli anni tra il 1221 e il 1223, in cui tutti i territori
assoggettati durante la vergognosa crociata albigese tornavano
agli antichi padroni, pur se per una parentesi effimera, destinati
infatti a cedere sotto i colpi dell'inquisizione e dello sradicamento
militare dell'eresia.
Questa nuova avventura dovr purtroppo rinunciare al contributo
prezioso dell'ennesimo araldo della fede: il signore lo coglier
a s nel 1225, mentre si trovava nell'abbazia di Sainte-Marie de
Fontfroide a Narbona.
Mentre le sue spoglie mortali venivano traslate a Citeaux, nessun
poeta provenzale pot cantarne le gesta: li aveva sterminati
tutti.

PARTE QUINTA.
AL FIANCO DEI CONQUISTADORES.
SOTTO QUESTA CROCE NON TRAMONTER MAI IL SOLE...
MA A VEDERLO, SARANNO IN POCHI.
Capitolo 17.
Vicente de Valverde.

Quando Cristoforo Colombo tocc terra dopo l'avventurosa peregrinazione
sull'oceano Atlantico, la prima cosa che fece dopo
aver probabilmente baciato quella spiaggia di cui ormai disperava
l'esistenza fu di piantare una croce.
Se mai ci fu un gesto che dichiarava solennemente e senza
ombra di dubbio che cosa significasse quell'incrocio di legni fu
proprio quello: giustificazione, arma, strumento di possesso, quel
totem potentissimo condens in quell'istante tutto ci che aveva
rappresentato la Chiesa nei 1492 anni precedenti e simboleggiava
tutto ci che stava per fare al Nuovo Mondo che le si apparecchiava
di fronte come un'immensa preda pronta per essere ghermita.
Infatti non era solo la conquista spirituale che si inaugurava con
quel sigillo. Erano soprattutto l'occupazione militare, lo sfruttamento
materiale, il depauperamento di beni e uomini a profilarsi
sotto l'ombra svettante di quel minaccioso simulacro.
La sequenza degli avvenimenti attraverso cui si dipaner la
conquista delle Americhe  ormai talmente netta, definita e codificata
che appare quasi superfluo evocarla.
Spedizioni, battaglie, violenze, coercizioni costituiscono un
quadro drammaticamente ben delineato, che solo la protervia di
fanatici negazionisti si ostina a offuscare attraverso l'ennesima
declinazione della leggenda nera, che, a furia di essere tirata in
ballo ogniqualvolta sia necessario occultare uno dei tanti capitoli
scabrosi della storia del cattolicesimo, finisce per acquisire uno
stinto colorito grigiastro.
Che violenza, ipocrisia, ingiustizia siano state la grammatica
attraverso cui la conquista si  declinata  scritto sui volti e nei
destini dei figli di quell'esperienza, il cui pesante retaggio  stato
equamente distribuito tra vinti e vincitori.
Fu solo fame di ricchezza: immediata, facile, brutale.
Il resto costitu un goffo quanto sterile tentativo di nascondere
ci che appariva come uno degli istinti pi bassi e pi genuini
dell'uomo, tanto infimo quanto incisivo.
A questa operazione di copertura molto ha contribuito la religione,
allestendo un formidabile apparato che ha reso assai pi
agevole il compito dei conquistadores, il cui operato rispondeva
a un unico imperativo categorico, quello della rapina.
In un simile contesto, la divinit stessa dei conquistadores finisce
per involgarirsi se non addirittura eclissarsi.
E che molto pi di quanto stesse avvenendo in Europa, qui,
sotto un cielo alieno che sembrava immune all'occhio giudicante
dell'Onnipotente, l'elemento spirituale, con tutto il suo gravoso
carico morale, soccombette innanzi tempo all'elemento
materiale.
Non esisteva neppure pi il pudore di mascherare le azioni pi
ignominiose dietro la bandiera di una dottrina che ne legittimasse
la natura, n pot esistere, perch  meravigliosi uomini che fecero
l'impresa si eressero al rango di demiurghi essi stessi, capaci
di trasformare il mondo in punta di spada e di fucile protetti dalla
sempre benedicente ombra della croce.
La quale oper forse per la prima volta la pi completa sintesi
della sua anfibia natura, quella cio di essere strumento di tortura
e simbolo di trionfo, realizzando quel miracoloso sdoppiamento
per il quale riusc a dispensare agli altri il suo potere di sofferenza
mantenendo per s l'aura della vittoria.
Fu infatti l'affermazione di una supremazia totale, sprezzante,
che colloc le pietre con cui nel 1594 si costru la chiesa di Nuestra
Senora de los Remedios, al vertice della piramide di Cholula,
in Messico, a schiacciare quella struttura che, oltre a essere
la pi imponente mai eretta dall'uomo, era anche il simbolo pi
potente delle popolazioni che su quelle terre esistevano da tempo
immemore.
Il trionfo doveva essere evidente, netto, carico di suggestione
dimostrativa: abbandonata ormai ogni valenza religiosa quella
croce svettava come il vessillo di un'occupazione militare.
Si concretizzava per certi versi ci che il grande ammiraglio
genovese aveva auspicato all'alba della spedizione: la vittoria
universale del cristianesimo.
Questo fu il movente che anim Colombo, a leggere i cui diari
esce fuori piuttosto l'aspirazione del saio che non l'amore per il
sestante dello scopritore.
La grande ossessione, il fuoco segreto che divorava quell'anima
tormentatissima era il sogno di poter diffondere il santo nome di
Nostro Signore e il suo Vangelo in tutto l'universo: cos scriveva
il futuro scopritore in una lettera rivolta al papa
Alessandro Sesto nel 1506,
mentre elemosinava il patrocinio dei potenti per il grande
viaggio.
Per colmo di paradosso, colui che divenne l'iniziatore dell'et
moderna portava in seno i frutti rinsecchiti della pi limpida eredit
medievale: nell'intima convinzione di esaltare l'antico egli
invece si accingeva, inconsapevolmente a inaugurare il nuovo.
E tale era la fede nutrita sulla propria missione che il grande
Coln, per dirla alla spagnola, era pi che appagato dal ruolo di
predestinato che si era ritagliato; nessuna ricchezza materiale
mai avrebbe eguagliato quell'esaltazione mistica che gli procurava
l'essere l'agente del Signore per la moltiplicazione della Sua
gloria.
L'oro e tutti i beni di questo mondo erano per lui solo un mezzo
con cui allettare la smisurata bramosia degli uomini, per aiutarlo
a compiere l'inimmaginabile.
Tra questa moltitudine che si imbarc per il nuovo mondo,
attratta come mosche dal miele, ci fu dunque una nutrita schiera
figlia della pi sordida schiuma d'Europa, il cui orizzonte immediato
era fottere e riempirsi le tasche: avventurieri di scurissimi
natali, avanzi di galera, soldataglia i cui confini mediterranei apparivano
molto pi ristretti della loro straripante ingordigia.
E poi c'erano loro, gli indefessi operatori di pace che quella
prematura croce piantata quasi prima che il piede conquistatore
toccasse quelle terre inconsapevoli, legittimava a spargere il fecondo
seme della favella di Cristo.
Gi nel 1516 tre frati gerosolimitani venivano inviati con poteri di
governo sulla straziata isola di Hispaniola, una delle prime a essere
toccate dalla grazia di Colombo, tanto che nel 1519, a pi di venticinque
anni da quell'infausto sbarco, la popolazione taino dell'isola
- che prima di conoscere gli europei contava circa 250.000 unit
- era ridotta a poco pi di un ventesimo, 12.500 anime.
Si possono immaginare gli agitatori dello spettro della leyenda
negra darsi di gomito e ammiccare compiaciuti nel riconoscere
che il responsabile maggiore dell'eccidio fu il virus del vaiolo,
che giunse nel 1518 come clandestino a bordo del corpo di un
ignoto quanto ignaro vettore. Sia esso stato mozzo, marinaio, soldato,
funzionario reale o perch no, prete.
Da qui si svilupp la prima grande epidemia che afflisse l'America
latina e che risulter insieme alle sue sorelle talmente
devastante da far pendere in brevissimo tempo verso il rosso la
bilancia demografica del Nuovo Mondo.
Vero, verissimo! Ma a parte che, a essere pignoli,"sarebbe lecito
chiedersi a che titolo si trovarono in quelle lande gli ignoti
latori di s graditi doni, anche a costo di divenire paradossale,
resta comunque il fatto, ampiamente documentato, tristemente
testimoniato, incontrovertibilmente riportato, che anche prima
dell'avvicendarsi di tali funestanti pestilenze non  che i conquistadores
si fossero presentati ai nativi con una rosa in mano e uno
sfolgorante sorriso.
O meglio, forse ci sar durato per lo spazio di un mattino,
quasi letteralmente.  bastato che gli autoctoni si dimostrassero
giustamente ostili non appena mangiata la foglia circa le reali intenzioni
di quegli strani uomini provenienti dal mare, che subito
la solfa  cambiata.
Gi l'anno successivo alla sua prima visita, Colombo militarizzava
Hispaniola e perseguiva crudelmente gli indigeni rei di
aver massacrato il presidio lasciato dal genovese come testa di
ponte per la conquista di quello che si riveler essere un nuovo
continente.
Da l la triste pratica delle encomiendas, le commende, un antico
istituto della Spagna medievale attraverso le quali un gruppo
di individui era tenuto a retribuirne altri mediante lavoro, natura
o altro mezzo, come risarcimento per lo sfruttamento di un bene
o per una prestazione ricevuta.
Le analogie finivano qui, poich mentre l'istituzione avita era
sorta in Castiglia e Aragona per proteggere quella parte della popolazione
che abitava lungo la frontiera con i territori musulmani,
in America fu tutto un altro paio di maniche, anzi neppure quelle
visto che i tapini costretti a subirle erano per la verit nudi come
vermi.
Esse diventarono il mezzo attraverso il quale si compir la colonizzazione
delle nuove terre, per cui venivano affidati agli
encomendieros spagnoli porzioni di territorio abitato con, in dotazione,
un gruppo di indigeni, che dovevano essere colonizzati e
cristianizzati: tradotto, esse offrivano la giustificazione giuridica
per cui ogni tagliagola che ne avesse la forza e la volont poteva
contribuire all'assoggettamento fisico, morale e religioso delle
popolazioni precolombiane, qualora reso strettamente necessario
per il proprio benessere, dunque, praticamente, sempre.
Non so, dopo tale trattamento, quanti fossero gli abitanti effettivi
cui si pot dedicare con delizia il virus del vaiolo.
I metodi adottati in tali istituzioni infatti sono facilmente
intuibili, approvati spesso e volentieri senza che gli uomini di Dio
provassero particolare imbarazzo.
Certo non mancarono le eccezioni come quella celeberrima del
domenicano Bartolom de Las Casas o quella leggermente meno
nota del confratello Diego Durn.
Il primo, nell'arcinota Brevisima relacin de la destruccin de
las Indias, tracciava un quadro talmente desolante della realt
delle encomiendas da spingere lo stesso Carlo V, uno non proprio
famoso per la tenerezza cardiaca, a redigere le Leyes Nuevas con
le quali si prospettava per gli indios un radioso futuro di libert,
talmente fulgido da risultare utopico, vista l'opposizione irriducibile
dei conquistadores.
Quanto al secondo, pot esprimere il suo amore empatico per
la cultura azteca dopo che, nel 1524, una bolla di papa
Adriano Sesto concedeva ampio mandato agli ordini mendicanti di evangelizzare
le genti del nuovo continente, inviando dodici francescani
in Messico - molto opportunamente ribattezzato Nueva Espana
- a costituire l'avanguardia di ci che diventer un'invasione di
locuste.
Sar stato forse lo strepito di questa inarrestabile avanzata a
soffocare l'afflato amorevole con il quale Durn si prodigava a
favore dei nativi, nella sua interessante Historia de las Indias de
Nueva Espana e islas de la tierra firme, finita per essere tacciata
come opera disdicevole tendente alla salvaguardia della cultura
pagana.
Ma entrambi le voci, furono talmente isolate da costituire un
unicum, un flebile refolo in mezzo a un'assordante tempesta.
Eppure questa unicit, per quanto inutile, ha avuto il pregio di
essere abbondantemente abusata da tutti coloro che sono pronti a
giurare e spergiurare sulle buone intenzioni della Chiesa.
Alzi la mano chi in merito a una discussione sugli orrori perpetrati
dal clero nelle Americhe non si sia sentito rinfacciare il
venerando nome di Bartolom de Las Casas, come se la sua sola
testimonianza servisse a mondare quei peccati evidenti come la
luce del sole.
Ma, forse, non ci sarebbe stato bisogno che il venerando domenicano
ergesse il suo implacabile je accuse se i suoi confratelli
non avessero aderito cos entusiasticamente al depauperamento
di un continente e delle sue genti. Senza contare che i pi misconoscono
che quella nobile anima fu la stessa che sugger a Carlo V
l'importazione di negri africani per sostituire gli indigeni nei
laboriosi inferni delle miniere d'oro delle Antille, come ci ricorda
la penna categoricamente morale, quella s, di Borges nella
Storia universale dell'infamia.
Chi invece non ebbe remore a intraprendere la strada maestra
della conquista come tanti altri contemporanei e confratelli, senza
ambiguit iniziali, senza tentennamenti, fu il nostro Vicente de
Valverde, che entr in questa sventurata esperienza del cammino
umano attraverso l'ingresso principale, quello della crudelt.
Mentre Colombo era impegnato a fare la spola tra quelle che
lui testardamente si ostinava a ritenere le Indie e la Spagna, qui
nasceva il nostro, in quel di Oropesa, nel 1498.
Per quanto il toponimo suoni in italiano foriero dello scintillante
destino cui il famigerato Vicente andr fiduciosamente incontro,
debbo per amor di verit disilludere il lettore, puntualizzando
che le origini del nome risiedono nel termine greco oros, monte
e in quello latino pes, piede, da cui consegue che il paese
che diede natali tanto illustri nasconda molto pi prosaicamente
il significato di ai piedi del monte. E in effetti, il luogo si erge
alle falde della Sierra de Gredos, l dove queste si insinuano nella
valle del Tiago, nella regione di Castiglia-La Mancia.
Sar che in quei luoghi si suggeva l'amore per l'avventura insieme
al latte di capra, il piccolo Vicente sub la fascinazione che
fu di suo padre, Francisco Hemando de Valverde, hidalgo della
corte del Terzo conte di Oropesa.
La stessa fascinazione che dopo circa un secolo agiter le notti
insonni del pi famoso cavaliere della Mancia, quell'Alonso
Quijano che, per quanto frutto della finzione letteraria, sar destinato a
immortalare la gloria della regione e a beneficare l'intelletto umano
sotto le spoglie di un meraviglioso cacciatore di mulini a vento.
Chi temper tanta baldanza, destinata certamente alla carriera
delle armi, fu probabilmente la madre, Teresa Alvarez de
Vallejeda, che dopo aver schivato la pedata con ci i cattolicissimi reali
avevano scacciato i padri pochi anni prima, lei, figlia di ebrei
convertiti, avr voluto consacrare a Dio la vita del pargolo come
pegno per lo scampato pericolo.
Non sappiamo se effettivamente la donna pronunzi un voto
di tal fatta, cosa peraltro probabile quanto meno per emendare la
colpa di un'origine tanto esecrabile per quei tempi, n se il figlio
fu tanto sollecito nei confronti degli eventuali desideri materni,
fatto sta che il rampollo, dopo gli iniziali studi intrapresi nel 1515
nella locale universit di Salamanca, decise di indossare il saio
domenicano il 23 aprile 1524.
Resistette sei anni in patria, dopodich quel tarlo che ormai lo
divorava dal di dentro, a cui molto deve aver contribuito l'indottrinamento
subito presso i seguaci di Domenico, lo spinse alla
volta delle Indie Occidentali, dove i suoi confratelli avevano gi
iniziato per decreto reale l'altissima opera di evangelizzazione
dei poveri selvaggi.
L'amore per il suo lavoro, lo condusse a partecipare alla mirabile
impresa che il grandissimo Pizarro stava per compiere: la
conquista dell'impero Inca.
Non conosciamo le circostanze in cui Vicente incontr il celebre
conquistador, ma stimiamo che la nobile attivit di guardiano
di porci con cui quest'ultimo si era reso talmente valente in
Spagna da dover fuggire a gambe levate per non dover rendere
conto della prematura dipartita di un suo protg - questo almeno
secondo alcune fonti - abbia costituito un ascendente irresistibile
per il frate in cerca di avventura.
 certo comunque che Vicente partecip alla terza spedizione
che il cabotiero di Trujillo intraprese nel 1531, dopo che una natura
selvaggia e una popolazione non proprio benevola avevano
vanificato gli sforzi di penetrazione e soprattutto dilapidato le sostanze
concesse all'hidalgo, che ben due volte aveva fallito la
caccia e la conquista dell'Eldorado.
Cos, costretto a riparare in Spagna a elemosinare aiuti e soldi,
Pizarro era riuscito nella non disprezzabile impresa di ottenere
addirittura da sua maest Carlo V la patente di ricercatore d'oro
e di imperi, ottenendo con la famosa Capitulacin redatta a Toledo
nel 1529, se non proprio armi e uomini, almeno l'autorit
per accrescere il bottino della corona con le favolose terre che si
stendevano a sud del continente americano.
Al resto pensarono l'incontenibile fame di ricchezze della famiglia
Pizarro, che offr un numero ragguardevole di fratelli e
parenti entusiasti di imbarcarsi alla ricerca di tesori favolosi, e
molto pi le capacit organizzative di Diego de Almagro e quelle
di fundraiser di Hemando de Luque.
Erano questi i favolosi nomi con i quali Pizarro aveva stretto
nel 1523 un'infame societ, la Empresa del Levante, con lo scopo
beneaugurante di spartirsi in tre parti uguali tutto l'arraffabile che
sarebbe stato reperito in terra di Per: le imprese di Corts in Messico
avevano solleticato le brame e aizzato la cupidigia di molti e
i tre erano intenzionati a replicare sul versante pacifico del continente
ci che ormai era inflazionato su quello centrale e atlantico.
E passi che Almagro fosse un avventuriero e un uomo d'arme
come Francisco Pizarro: ma che Hemando de Luque fosse
un prete, vicario della chiesa panamense, parroco e maestro di
scuola della cattedrale di Darin, la dice lunga sulla reale portata
dell'evangelizzazione per la quale gli uomini di Dio si catapultavano
nelle Indie occidentali.
Con il patrocinio di un exemplum cos corroborante, il nostro
domenicano non poteva che gonfiarsi il petto d'orgoglio e
accingersi a intraprendere il meraviglioso viaggio, sempre e solo a
maggior gloria del Signore.
Cos, nel gennaio del 1531 si associ a quel manipolo di centottantacinque
ardimentosi, trentasette cavalli, qualche cane, schiavi
e ausiliari indigeni che a bordo di tre vascelli, come le caravelle
di Colombo, salpava dalle sponde di Panama alla volta delle terre
del Sud: destinazione Tumbez, la citt incaica che tanto aveva
titillato, nel corso della seconda spedizione, gli appetiti degli intrepidi
esploratori.
Indugiare sui particolari raccapriccianti che caratterizzarono le
tappe dell'entrada, come era chiamata all'epoca la penetrazione
all'interno di un territorio a scopo di conquista,  un esercizio
che lascio volentieri alla curiosit morbosa del lettore che trover
nelle cronache dell'impresa pane per i suoi denti.
Sull'argomento si sono versati fiumi d'inchiostro, che non
eguaglieranno mai la portata di quelli di sangue.
Sia da parte di coloro che vissero direttamente i fatti, in cui tra
i vari Ruiz de Arce, Estete, Sancho de la Hoz, Trujillo, estensori
di memorie pi o meno ufficiali, spicca la testimonianza di Titu
Cusi Yupanqui, terzo sovrano inca di Vilcabamba che in un'accorata
Relacin de la conquista del Peruy echos del Inca Manco
II, dettata nel 1570 a due frati giunti a battezzarlo, esponeva una
delle rarissime cronache in cui la fine dell'impero inca viene visto
dalla parte degli indigeni soccombenti. Sia da chi redasse resoconti
immediatamente dopo, come Cieza de Leon o Garcilaso
Inca de la Vega, i cui Comentarios Reales de los Incs, vergati nel
1609, restituiranno il sapore amaro e imbarazzante della verit
filtrata attraverso gli occhi di un meticcio, figlio disprezzato di un
conquistador e di una principessa della dinastia di Cuzco.
Come  noto fu un cammino di morte, in cui gli spagnoli, avanzando
in un territorio gi dilaniato da una guerra civile, ebbero di
volta in volta ragione dei locali attraverso le modalit crudeli gi
brillantemente sperimentate in Messico contro gli aztechi.
Non  questa la sede per trattare di strategia e tattica militare o
analizzare le debite differenze che contraddistinsero le due conquiste.
Ci che appare chiaro  che anche qui si assistette a una nitida
carrellata di orrori con cui gli spagnoli si accanivano sui superstiti
delle loro mirabolanti cariche di cavalleria; o la cura con cui si
inasprivano sui corpi superstiti a volte solo per saggiare il taglio
affilato delle lame con asportazioni di nasi, bocche, seni, gambe
e qualsiasi altro membro; o ancora la premura con cui si preoccuparono
di cibare i cani con la prole di quelle sventurate madri,
spesso solo per il fastidio dei pianti suscitati dalla loro brutalit.
E poi stupri e violenze di ogni sorta, alle quali non  dato sapere
se Vicente prendesse parte in prima persona, ma che certo non
imped di praticare.
D'altronde di che pasta fosse il domenicano fu assai evidente
nell'episodio che lo render tristemente famoso e che risulter
risolutivo per l'infelice sorte del popolo inca.
Pizarro e compagni capirono presto che se volevano ottenere
qualcosa che non fosse solo lo sbrilluccichio di quattro idoletti
tascabili dovevano saldare i conti con Atahualpa, colui che si ergeva
vittorioso sulle rovine fumanti dello scontro fratricida che
stava insanguinando il Per.
Quest'ultimo, forte di un esercito di 80.000 guerrieri e forse pi
infastidito che incuriosito da questi strani uomini venuti dal mare
accondiscese di incontrarli a Cajamarca, la localit dell'altopiano
settentrionale dove il sovrano indugiava nella cura di bagni termali.
A rassicurarlo in merito all'abboccamento erano i resoconti
che le sue spie gli riferirono a proposito degli stranieri: uno sparuto
gruppuscolo di poche centinaia di uomini, provvisto di armi
non cos formidabili come era sembrato in un primo momento,
lente a ricaricarsi e inaffidabili; gli stessi destrieri che avevano
seminato il panico tra le popolazioni costiere si rivelarono per
quello che erano: cavalcature appunto, incapaci di offendere e
utilizzate per trasportare esseri evidentemente deboli per riuscire
a farlo da soli.
Fu tale sicumera che salv Pizarro dall'essere annientato durante
il faticosissimo spostamento che gli spagnoli dovettero sostenere
inerpicandosi tra le vie delle Ande, per raggiungere il luogo
pattuito partendo da San Miguel, il primo insediamento che la
loro alacrit aveva fondato nella piana di Piura.
Tutta la vicenda indurrebbe a gridare al miracolo (qualora fossimo
inclini a credere a tali manifestazioni), visto l'impensabile
esito dell'incontro.
Questo avvenne secondo una mirabile sequenza cinematografica:
da un lato Atahualpa, svettante nella sua fulgida regalit,
dall'altro un trio che non avrebbe sfigurato in una pellicola di
Sergio Leone nella quale avrebbero mirabilmente impersonato i
ruoli del violento, del crudele e dell'infame.
Il primo, Pizarro, se ne stava acquattato coi suoi nelle case intorno
alla piazza della citt, pronto a scatenare la sua esigua cavalleria
certo che avrebbe seminato il panico tra le file nemiche.
Il secondo, Vicente, ideatore del folle quanto ingegnoso piano
che si stava per compiere, avanzava nella piazza deserta andando
incontro al suo destino armato di una bibbia e di un crocifisso.
Il terzo, Felipillo, un oscuro indigeno aggregato alla compagnia
spagnola, che accett di fungere da interprete in quel ferale incontro
e cui pi di una tradizione attribuisce una colpevole omissione
e ambivalenza nell'esercizio della sua funzione.
Questo fu lo spettacolo che si dispieg al cospetto del sovrano
inca che avanzava sorretto su una portantina, mentre l'avanguardia
del suo immenso esercito indugiava nel suo ingresso in citt:
uno strano figuro avvolto in un saio e un infimo indio appartenente
a chiss quale trib del suo sconfinato regno.
E qui inizi lo show di Vicente: brandendo le sue armi, molto
pi esiziali di qualsiasi lama o sputafuoco, il prelato si avvicin
al sovrano, blaterando l'infame requerimiento, la formula che le
eccelse menti ispaniche, nella fattispecie condensate nel sublime
intelletto del giurista regio Palacios Rubios, avevano coniato a
partire dal 1514 per rendere ufficiale la pratica dell'evangelizzazione
degli autoctoni: letto in spagnolo, l'enunciato articolava
una filippica in cui, snocciolando una breve storia dell'umanit,
si giungeva al punto culminante rappresentato dall'apparizione di
Cristo, definito capo della stirpe umana, il quale avrebbe trasmesso
il suo potere a san Pietro e questi ai papi suoi successori.
Uno degli ultimi papi, Alessandro Sesto per la precisione, avrebbe
poi fatto dono del continente americano agli spagnoli in virt del
grazioso trattato di Tordesillas del 1494, per il quale a sua maest
non spettava che riconoscere il papa come signore del mondo
e, in sua vece, il re di Castiglia per diritto di donazione: in caso
contrario, gli spagnoli che Vicente indegnamente rappresentava,
si sarebbero sentiti autorizzati a compiere la schiavizzazione forzata,
o, nel peggiore dei casi, lo sterminio.
Dell'ingiunzione, come letteralmente va inteso il senso della
requisitoria di Vicente, Atahualpa non cap molto, se non il fare
minaccioso del prete e un vago attentato all'autorit della sua persona.
Di certo non aiutarono i farfugliamenti di Felipillo che, di tale
girandola teologica e dottrinale, dovette rendere al frastornato sovrano
ben misera traduzione.
Logico che Tinca rispondesse come fece: ovviamente sottoline
che non sarebbe stato il tributario di nessuno e chiese da quale
potere derivasse una simile pretesa.
A quel punto il frate gli mostr trionfante la Bibbia. Atahualpa
la prese e se l'accosto all'orecchio come per ascoltare, poi,
non sentendo alcun suono, disinteressato butt il libro per terra
e richiese, a sua volta, una spiegazione sulla presenza degli spagnoli
all'interno dell'impero che giustamente considerava come
proprio.
Valverde, che forse aveva gi previsto tutto, si limit a
raccogliere la Bibbia e, fatto dietrofront, ritorn sogghignando da
Pizarro, mentre Atahualpa, a quel punto furente, gli intimava di
prepararsi a rendere conto di tutte le malefatte che i suoi avevano
perpetrato dal momento stesso che i loro sacrileghi piedi avevano
contaminato quelle terre.
Le cronache divergono su ci che Valverde rifer una volta tornato
dal suo comandante, ma in tanti asseriscono che pronunci
le seguenti parole, estratte dal celeberrimo libro di Prescott La
conquista del Per. Non vedete che, mentre ce ne stiamo qui a
sprecare il fiato con questo cane, pieno d'orgoglio com', i campi
si stanno riempiendo di indi? Muovetevi subito, che io vi assolvo.
Del resto non  che Pizarro avesse bisogno di incentivi quando
si trattava di seminare violenza: il piano ardimentoso era gi stato
convenuto e si trattava semplicemente di metterlo in atto. Ci che
stupisce, al limite,  la completa connivenza del frate riguardo a
ci che di l a poco si sarebbe scatenato e le parole di sdegno con
cui accolse il pi che legittimo comportamento di Atahualpa, denunciando
un'ottusa crudelt davvero difficile da digerire.
E mattanza fu: tra il fuoco delle colubrine, la carica della cavalleria
che menava fendenti all'impazzata, gli spagnoli fecero
scempio dell'avanguardia inca, tanto che a giudicare dai corpi
rimasti sul campo si tratt pi di una carneficina che di uno scontro.
Le fonti parlano di diverse migliaia di morti, non meno di
duemila, mentre il grosso dell'esercito, decapitato, si sparpagliava
nei campi circostanti. Tra gli spagnoli si registraval ferimento
di un solo uomo, lo stesso Pizarro, che durante le azioni concitate
dell'ecatombe si lanci sulla lettiga che trasportava Atahualpa per
difenderlo dalla furia sconsiderata dei suoi, opponendosi al filo
delle lame amiche per impedire che il prezioso ostaggio venisse
ucciso: l'operazione and a buon fine a costo di una ferita alla
mano, e mentre nella piazza ancora agonizzavano i resti
dell'lite
nobiliare e burocratica dei figli del sole, Pizarro imbandiva in
uno degli edifici circostanti gi un banchetto, al quale invitava
Atahualpa, sconfitto ma illeso. Ancora.
La sua prigionia garantiva la miglior difesa contro i desideri
di rivalsa del popolo attaccato e dunque all'inizio il sovrano fu
trattato con il massimo riguardo.
Ma le cose erano destinate a cambiare e molto contribu la perfidia
di Vicente.
Atahualpa, resosi conto ben presto che la cupidigia degli spagnoli
era rivolta principalmente all'oro, inizi a prendere tempo
e ad assicurare ai suoi carcerieri che se gli avessero fatta salva la
vita, li avrebbe letteralmente coperti del giallo metallo.
In questa illusione fu molto assecondato dal frate che, accecato
dalla brama di ricchezza, prometteva mari e monti e l'insperata
libert pur di mettere mano sul malloppo. Sembra che il favoloso
riscatto con cui Atahualpa avrebbe pagato la sua scarcerazione,
offrendo in cambio tutti i materiali preziosi che la stanza in cui
era imprigionato potesse contenere, fosse una sua idea.
Il pegno fu saldato ma il destino del sovrano sar ben diverso:
Vicente non aveva dimenticato l'affronto subito durante l'abboccamento
e riteneva che esistesse una sola strada per lavare l'onta,
o meglio bruciarla, attraverso la santa purificazione del rogo.
Una leggenda tardiva attribuisce l'esito della sorte di Atahualpa
a Felipillo che falsificando abilmente le risposte che il sovrano
prigioniero offriva durante gli interrogatori, ne avrebbe volutamente
provocato la fine. Tutto perch costui, traditore per antonomasia,
sarebbe stato spinto da un movente passionale: innamorato
di una delle concubine di Atahualpa, non avrebbe mai permesso
a questi di riottenere il suo potere illimitato e vendicarsi dunque
della sua insana infatuazione.
Ma come si diceva, queste furono solo favole, dal momento che
 accertata la presenza di almeno un altro interprete, tale
Martinillo che avrebbe smascherato le ambiguit di una traduzione
infedele.
La responsabilit della morte di Atahualpa ricadde tutta sulle
spalle di Vicente, che tanto premette sulla volont del titubante
Pizarro. Questi, conscio della pericolosit che avrebbe comportato
mantenere in vita un avversario cos potente, l'avrebbe volentieri
tolto di mezzo, ma in qualit di rappresentante della corona
il non adempimento alla parola data avrebbe potuto provocargli
degli spiacevoli grattacapi.
Lo tolsero dalle ambasce la suadente lingua di Vicente e tutto il
partito brutale dei suoi uomini che bramava la morte di Atahualpa
come rimedio alle sempre pi insistenti voci di assembramenti
nemici.
Organizzato un raccogliticcio tribunale al quale parteciparono
i valenti capitani, furono letti all'incredulo sovrano i sinistri capi
d'accusa che lo inchiodavano alla morte su una bella pira, tra cui
spiccavano il tentativo di rivolta contro gli spagnoli, la pratica
dell'idolatria e l'uccisione del fratello Huascar, l'altro pretendente
al trono che guarda caso si era dimostrato molto pi accondiscendente
nei confronti degli intrepidi esploratori.
Definirlo una farsa  un eufemismo, ma a Vicente non bastava:
doveva annientare il suo avversario anche psicologicamente, e
soprattutto spiritualmente.
Conscio del terrore che una siffatta morte avrebbe instillato
nell'inca, la cui religione considerava un sacrilegio la distruzione
del corpo, insinu in Atahualpa l'idea che se avesse accettato il
battesimo, il frate si sarebbe impegnato a commutare quella terribile
sentenza.
All'affranto sovrano non rest che abdicare e per una volta
Vicente fu di parola: piuttosto che bruciare sul rogo, Atahualpa fu
soffocato tramite garota, nel giorno del Signore 29 agosto 1533.
Con lui terminava il tahuantinsuyo, l'impero inca, mentre le
cronache della Chiesa si arricchivano di un'ulteriore gloriosa pagina
a testimonianza della clemenza dei suoi figli diletti.
Compiuto il proprio dovere, Vicente pot continuare il
consolidamento della conquista di cui la presa di Cuzco rappresentava
un naturale viatico.
Qui nel 1534 venne eretta una nuova chiesa che presto verr
chiamata con sua somma soddisfazione chiesa di Valverde a giusta
ricompensa per la sua alta impresa.
Ma al frate non bastava ed eccolo negli anni successivi rientrare
in Spagna e perorare la sua causa per ottenere quella carica che
gli avrebbe concesso la protezione delle anime dell'intera America
del Sud.
Il resoconto delle sue gesta fece inorridire le anime candide dei
confratelli ai quali, nell'estate del 1534, aveva fatto visita alla casa
madre nel convento di Santo Stefano di Salamanca. Soprattutto
Francisco de Viteria espresse il suo biasimo nei confronti della
tristissima vicenda di Atahualpa, traendo spunto per i nobili scritti
che lo consacreranno tra i padri fondatori del diritto internazionale.
Di diverso avviso si dimostr la corona spagnola che invece,
giudicando pi che appropriata la condotta del frate, lo beneficava
con la carica tanto sperata di vescovo di Cuzco e dunque di tutto
il Per, resa vacante dalla prematura morte avvenuta nel 1531
di quell'altro sordido personaggio che fu Hemesto de Luque, il
terzo socio dell'impresa, a cui la carica era spettata in accordo a
quanto pattuito il giorno in cui la tragedia ebbe inizio.
Per colmo di ironia, nel 1536, a Valverde venne conferita anche
la carica di protettore degli indios, come premio per l'egregio
lavoro che stava compiendo nelle encomiendas, in cui batteva
indiscriminatamente uomini e donne, alternandoli il giorno e la
notte con intenti evidentemente differenti ma tutti miranti al proprio
appagamento.
Quasi scontata la nomina a inquisitore generale - non sia mai
che quelle povere anime dei suoi schiavi fossero sfiorati dalla tentazione
di abbandonarsi all'eresia e perdere il premio della vita
eterna cos faticosamente conquistato nell'inferno in cui il nuovo
vescovo si era premurato di trasformare la loro esistenza.
Nella sanguinosa disputa che si venne a creare tra Pizarro e Almagro
in merito alle competenze dello sfruttamento dell'immenso
territorio, Valverde si tenne a debita distanza, conscio che la
fame di entrambi si sarebbe placata solo con lo scoppio di una
guerra civile.
Molto pi proficuo accontentarsi delle illimitate prerogative religiose
di cui disponeva, all'ombra delle quali poteva prosperare
secondo il volere di Dio.
L'esercizio di quel potere gli procur presto inimicizie e rancori
profondi, dettati forse molto pi dall'invidia con cui troppo
repentinamente e troppo materialmente il vescovo si stava arricchendo.
Trasferitosi a Lima, introdusse una corte personalissima composta
da uno stuolo di parenti, famigli e accoliti vari da non avere
nulla da invidiare a quelle che oltreoceano facevano brutta mostra
di s nella Curia romana o nelle dimore regali.
Fu a quel punto che avvenne la svolta o per lo meno quella
che sembr tale: Vicente de Valverde, meravigliando i contemporanei,
assunse una posizione sensibilmente pi favorevole verso
l'infausta condizione in cui gli indios erano costretti a vivere.
Si scagli addirittura contro le autorit civili ottenendo la condanna
esemplare di due spagnoli che avevano abusato delle loro
serve indigene, suscitando lo sdegno e la riprovazione di tutti gli
adelantados della regione, quelli che sin dai tempi della reconquista
ricoprivano la carica di governatori o giudici di un territorio
consacrati per nomina regia.
Che tali ripensamenti fossero il frutto di una tardiva fulminazione
avvenuta sulla via di Damasco appare improbabile, vista
la distanza della citt siriana dal Per, dove al massimo si poteva
incappare nella fascinazione di un ben altro sentiero, che conducesse
alle magnifiche ricchezze di un pi prossimo, per quanto
fuggevole Eldorado.
Molto pi probabile che tali iniziative fossero dettate dal
desiderio di vendicarsi dei numerosi nemici o al massimo rispondessero
al tenue istinto di salvare le apparenze imposte dall'altisonante
carica cui la sbeffeggiante ironia del destino l'aveva consacrato.
Difficilmente, se avesse realmente redento la sua anima, il Padreterno
gli avrebbe concesso in sorte quella terribile fine con cui
fu strappato da questa terra.
Nel 1541 gli eventi della guerra civile, che puntualmente si
scaten, lo travolsero. Mentre gli accoliti del defunto Almagro
assassinavano Pizarro a Lima, Vicente, temendo che il rancore
dei sicari l'avrebbe prima o poi raggiunto, si diede alla fuga. L'11
novembre era a Tumbez, dove inviava una lettera al governatore
Vaca de Castro che si apprestava a muovere contro gli insorti,
poi, salpando su una balsa diretto verso nord, giunto all'altezza
dell'isola di Puna, in Ecuador, di lui scomparve ogni traccia.
Fu lo zelo di ricercatore con cui il vicer del Per Francisco de
Toledo farc le sue Informaciones sul limitare del 16esimo secolo a
squarciare il velo di mistero che avvolse quella scomparsa, ammantandola
con il sudario dell'orrore.
La piccola imbarcazione sulla quale Vicente e pochi compagni
fuggivano fu intercettata infatti dai nativi dell'isola presso la quale
risalivano le ultime notizie.
Non sappiamo se quello che accade fu dettato dal fatto che la
fama del vescovo e la sua autorit fossero nulle presso questi selvaggi
o se fu proprio la celebrit di Vicente a determinare ci che
gli successe: in entrambi i casi la sua morte fu atroce.
Il frate domenicano fu abbrustolito, vivo, su una graticola e,
infine, gli furono cavati gli occhi e nelle orbite vuote gli venne
colato dell'oro fuso.
Se davvero andarono cos le cose tutto si pu dire dell'Altissimo,
tranne che non abbia uno spiccato, per quanto macabro,
seme of humour.

Capitolo 18.
Diego de Landa.

Nel 1524, fray Toribio da Benavente, uno dei dodici apostoli
francescani inviati a salvare le anime dei poveri sventurati del
Messico, secondo il volere eminentissimo di papa Adriano Sesto,
prese talmente sul serio il proprio dovere da assumersi la briga
di imparare quella strano idioma che permetteva a quegli esseri
di comunicare tra loro. Assunse addirittura un nome in nahuatl,
Motolinia, dall'eloquente significato di umile, a indicare con quale
spirito si assunse il carico gravoso dell'evangelizzazione degli
indios.
La straordinaria empatia che il frate riusc a stabilire con quelle
popolazioni gli permise pi tardi di redigere un'interessantissima
Historia de los Indios de Nueva Espana, con la quale, negli anni a
cavallo tra il 1540 e il 1550 egli cerc di mettere a fuoco i fattori
che interessarono la penetrazione degli europei nel Nuovo Mondo
e soprattutto gli effetti che tale infiltrazione produsse.
La sua opera si apre con una quanto mai appropriata similitudine
biblica in cui tali effetti, ineluttabilmente definiti piaghe,
vengono paragonati a quelli che funestarono l'Egitto come narrato
nel Libro dell'Esodo.
La prima piaga fu il vaiolo, trasportato da un soldato del nobile
Panfilo de Narvez, il prode condottiero che, partendo da Cuba
nel 1520, giunse in Messico per capire che diavolo stesse combinando
Corts e eventualmente soffiargli il malloppo da sotto il
naso: impresa nella quali fall miseramente ottenendo in cambio
la perdita di un occhio, trafitto da una lancia in combattimento, e
due anni di prigionia presso il rivale. Se egli fece fiasco non cos
il morbo che galoppava tra le sue fila, capace di piegare gli aztechi
molto pi che non le armi degli spagnoli.
Che comunque ebbero il loro peso, soprattutto nello scontro in
cui Corts il 13 agosto del 1521 prese Tenochtitlan, l'attuale Citt
del Messico, tanto da essere annoverate come la seconda piaga.
La terza, e non poteva essere altrimenti, fu la fame, el
hambre, che insieme alla cruz e alla espada decim la famiglia selvaggia,
secondo i versi dell'Oda a la araucaria araucana con
cui Neruda omaggiava la pianta andina, testimone di una storia
tristemente afflitta dai lutti, cos comune a tutte le popolazioni
precolombiane.
La quarta piaga furono i calpixques, i sorveglianti, simbolo
dello sfruttamento con cui i conquistatori prosciugarono letteralmente
le terre e gli uomini che le abitavano: assieme agli schiavi
negri, di cui inizi in quel periodo l'infame esodo verso le Americhe,
essi fungevano da intermediari tra i colonizzatori e il resto
della popolazione, infettando e corrompendo tutto, fetidi come
la carne putrefatta.
La quinta furono le imposte che gli iberici imposero agli indigeni,
commisurate secondo una logica inoppugnabile a tutto l'oro
che quegli ingordi selvaggi avrebbero accumulato da tempo immemorabile.
Logico che gli esploratori si attendessero una cospicua
messe e che, qualora gli indios non riuscissero a soddisfare le
loro sacrosante voglie, fosse normale ricevere in cambio torture o
crudeli prigionie che contribuirono non poco all'assottigliamento
delle file di quei popoli avari.
Da qui alla sesta piaga il passo  breve, identificata dall'attento
francescano con le famigerate miniere d'oro.  pressoch impossibile
stabilire il numero esatto di indios che perirono in quei
budelli, alla ricerca di quel metallo adorato come il biblico vitello
molto pi dello stesso Dio in nome del quale si scavava nelle
viscere di quella terra.
La settima fu l'edificazione di Citt del Messico, costruita sulle
macerie di Tenochtitlan, la capitale dell'impero azteco: la nuova
citt non si eresse solo sulle pietre dell'antica, ma anche e soprattutto
sui corpi dei suoi abitanti che numerosi perivano sotto la
furia dei lavori, cadendo dalle impalcature o schiacciati durante
la demolizione delle strutture precedenti. Apparentemente normale
se si proietta il tutto in un'epoca in cui la messa in sicurezza
dei cantieri era un miraggio ancora di l da venire, tanto lontano
da non essere stato raggiunto neppure ai nostri giorni: quello che
scandalizza era che gli indios, oltre a fornire la forza lavoro necessaria,
ovviamente senza retribuzione, erano costretti a pagare
il materiale che loro malgrado utilizzavano nella realizzazione
dell'opera che testimoniava la loro nuova condizione di schiavit,
e a premurarsi di procurarsi da mangiare da soli, ch altrimenti
nessuno avrebbe provveduto loro.
Da qui la domanda da un milione di dollari: se quei poveracci
erano sfruttati come muli in citt dalla mattina alla sera, chi diavolo
coltivava i campi che avrebbero dovuto sfamarli? La risposta
 semplice quasi quanto il suo effetto: una carestia devastante
che allung la gi cospicua fila di morti.
L'ottava piaga ha il volto deformato degli schiavi delle miniere,
resi non pi a immagine e somiglianza di Dio ma molto pi simili
a una pergamena corrotta e illeggibile, su cui si affastellavano
irriconoscibili i caratteri impressi a fuoco di coloro che di volta
in volta ne erano diventati i padroni. Cos i civilissimi europei
marchiavano quelli che consideravano una loro propriet, riservandogli
un trattamento che sarebbe risultato una barbarie anche
se riservato alle sole bestie.
La nona piaga ha il sapore acre della polvere dei deserti che
dovevano macinare tutti coloro preposti al servizio di approvvigionamento
delle miniere e dei minatori, disseminate negli angoli
pi sperduti di quelle regioni, di cui deturpavano la bellezza come
cancri putrescenti. Costretti a percorrere talvolta pi di sessanta
miglia, questi poveri diavoli spesso e volentieri consumavano le
proprie provviste prima di giungere a destinazione o, se erano
particolarmente parsimoniosi, sulla via del ritorno, trovandosi in
una condizione in cui l'asperit del paesaggio e molto pi la durezza
degli uomini li abbandonava al proprio destino.
Una sorte che si realizzava ben presto, trasformando quegli
sventurati in carcasse maleodoranti il cui numero fu tale che in
breve tempo tutto il paese fu stravolto dalla pestilenza, vero e
proprio inno trionfante dell'incedere dei conquistadores.
I quali, non paghi di tutto ci che arraffavano, protendendo i
loro artigli mai sazi, si scannavano tra loro come cani al cospetto
della preda, nella speranza di strappare ai rivali il boccone pi
succulento.
Su questa immagine idilliaca, da decima piaga, si chiude il sipario
sull'apocalittico resoconto vergato da quell'anima sensibile
che fu il pio Motolinia.
Nonostante la lucidit con la quale il missionario elenc gli
orrori di cui la conquista orgogliosamente si fregiava, egli non
riusc mai a condividere l'opinione di Las Casas che considerava
questa alla stregua di un oltraggio perpetrato contro la morale
cristiana prima ancora che contro la giustizia umana.
Nella cieca convinzione che Dio avrebbe protetto gli indios una
volta entrati nel cospetto infinito della sua chiesa, egli non dubit
mai della fede che nutriva nei confronti della sua opera missionaria,
alla quale dovevano abdicare anche le giuste rimostranze
contro il trattamento inumano riservato agli indigeni dagli avidi
hidalgos. Era un male necessario, attraverso il quale il trionfo del
Signore sarebbe rifulso in una luce pi accecante.
Motolinia non vide o non volle vedere l'azione devastante di
colui che non avrebbe sfigurato nel catastrofico compendio biblico.
O forse era troppo vecchio e stanco, troppo indurito dallo
spettacolo che i suoi occhi avevano sostenuto, troppo esausto per
alzare la penna contro chi, a partire dal 1549, si apprestava
a infliggere il colpo mortale a ci che restava dell'integrit materiale
e spirituale di un popolo morente: Diego de Landa, colui che passer
alla storia come l'uomo che oscur la cultura maya.
Pochi mesi dopo che il missionario francescano toccava le
sponde della Nuova Spagna, nella vecchia nasceva il futuro flagello
degli indios. Era infatti il 12 novembre 1524 quando il piccolo
Diego si affacciava in questa vita presso la nobile famiglia
Caldern della citt di Alcarria, nella regione di Toledo.
A sedici anni, nel 1541, il giovinetto venne rapito dall'estasi
tanto comune a molti suoi contemporanei e decise di seguire tale
ispirazione sin dentro le mura del convento di San Juan de los
Reyes, a Toledo, dove si apprest a seguire le orme impresse dal
Poverello pi di tre secoli addietro.
Era costume assai diffuso che i frati, al momento della consacrazione,
scegliessero il nome di una citt o di un luogo che
avesse rivestito una particolare importanza nella loro vita: non si
sa cosa abbia spinto Diego a legare il proprio destino al paesello
di Landa, un pueblo che secondo il Diccionario corogrfico 
situato a sedici chilometri da Vitria e tre chilometri da
Arrazua-Ubarrindia, duecentocinquanta chilometri a nord di Cifuentes,
nella provincia di Alava, in Spagna. Anche se sarebbe pi opportuno
dire era ubicato, visto che attualmente la regione  sommersa
a causa della costruzione di una diga che se da un lato
rende impossibile la ricostruzione dei nessi intercorsi tra Diego
e Landa, dall'altro denuncia un'evidente propensione del destino
a cancellare gli stessi, in un estremo gesto di pudicizia mirato a
coprire il disagio che la vicinanza a un personaggio cos imbarazzante
comportava.
Comunque sia, Diego nel 1549 prese la fatale decisione di imbarcarsi
per le Americhe, a ingrossare la gi nutrita schiera di
confratelli francescani che tanto si stava adoperando per recuperare
il terreno perduto a vantaggio dei rivali di sempre, gli altezzosi
domenicani.
L'oggetto del contendere era manco a dirlo l'accaparrarsi il pi
alto numero di anime di coloro che sino a quel momento avevano
campato benissimo senza l'amorevole abbraccio della Grazia
di Dio. Una faccenda che agli zelanti evangelizzatori era parsa
quanto meno scandalosa se non addirittura inaccettabile.
E pensare che quando Colombo si present alla corte di Spagna
portando con s come prova degli inestimabili tesori che aveva
scoperto al di l della sconfinata distesa d'acqua quegli esseri seminudi,
ci fu chi dubit ardentemente che essi appartenessero alla
razza umana.
Casi monos, li defin Juan Gins de Sepulveda, quasi scimmie,
nel dibattito (se tale si pu definire) che si scaten in seguito
a quell'esotica apparizione teso a definire la reale natura
di quegli esseri e ovviamente orientato a definire quale fosse il
comportamento pi consono da adottare nei loro confronti.
In soldoni gli spagnoli, in questo similissimi agli altri europei,
pur apprestandosi a compiere la pi grande rapina perpetrata ai
danni del genere umano in generale, in cui si contraddistingueranno
con azioni odiosamente crudeli degne della pi oscura barbarie,
si preoccuperanno sin dal principio di giustificare tutto il
loro operato con un castello giuridico che ne legittimasse la condotta
e l'ispirazione, fedeli all'alto grado di civilizzazione cui i
popoli occidentali erano, a loro dire, giunti.
Da l prese la stura una ridda di dissertazioni di cui l'infelice
commento di Seplveda non costitu che uno degli innumerevoli
tasselli, senza peraltro essere il pi velenoso o aberrante.
Sar stata la fama di umanista di cui era circonfuso lo scrittore
a trattenerlo dal limitare il suo giudizio nell'alveo di una vaga definizione,
in cui i nativi americani si attestavano nella condizione
di homunculi, un gradino inferiore alla compiuta perfezione della
razza umana.
Ma basta riportare le testimonianze di un religioso, il domenicano
Toms Ortiz e quella di un uomo di lettere e di scienza come
Gonzalo Fernndez de Oviedo y Valds, per capire che aria tirava
all'epoca: e parliamo di categorie che, almeno sulla carta, avrebbero
dovuto esprimere, in virt di una presunta sensibilit di cui
i gruppi sociali a cui appartenevano continuavano a fregiarsi, un
atteggiamento pi benevolo nei confronti degli indios.
Il primo, relazionando al Consiglio delle Indie, inorridiva dei
loro costumi, di cui sottolineava le pratiche antropofaghe e la sodomia,
di cui sembravano aficionados incalliti. Proseguendo nel
resoconto in cui si sottolineavano la bestialit e la stupidit con i
quali gli indigeni erano soliti innervare tutti i loro atti, il frate concludeva
che questi esseri fossero pi animali degli asini, ricolmi
di vizi e senza traccia alcuna di bont e di cultura.
Il secondo, pur non abbassando gli indiani sotto il livello di un
qualsiasi quadrupede, li considerava pi o meno simili a materiali
da costruzione, nutrendo per essi lo stesso rispetto che potrebbe
suscitare un oggetto inanimato.
Nella prefazione della sua Historia general y natural de las
Indias, Islas y Tierra Firme del Mar Ocano, un'opera redatta nel
1535, frutto dell'esperienza e dell'osservazione diretta delle cose
americane - peraltro molto apprezzata dagli studiosi contemporanei
- egli giunse a tracciare formulazioni tanto grottesche che
se non fossero cos aberranti susciterebbero anche il riso. Godetevi
questa chicca: Quando si fa la guerra contro di loro e si viene
al combattimento faccia a faccia, bisogna stare molto attenti a
non colpirli con la spada sul capo, perch ho visto molte spade
spezzate in questa maniera. I loro crani sono non soltanto spessi,
ma anche fortissimi.
Alla luce di esternazioni di tal genere, non stupisce che l'illuminato
Oviedo fosse di fatto un fautore della soluzione finale
che ovviasse al problema della presenza degli indiani e che addirittura
tale responsabilit fosse assunta dal Dio dei cristiani per
il quale non dubitava che la polvere da sparo contro i pagani
sarebbe stata come incenso.
Nonostante gli accorati proclami di chi tirava per la giacca lo
stesso Padreterno, gli uomini di chiesa, che negli affari dell'Altissimo
erano addentro pi di chiunque invasato, avevano ben
chiaro l'atteggiamento da tenere nei confronti delle smisurate popolazioni
con cui ebbero la ventura di entrare in contatto.
La loro condizione umana non si metteva in discussione n poteva
essere altrimenti: considerare quegli esseri, per quanto selvaggi,
uomini a tutti gli effetti, offriva loro la possibilit di recarsi
in quelle terre e diffondere il verbo del Santo Vangelo a quegli infelici
che sino a quel momento ne erano stati tristemente privati.
Ci che appariva come un sacrosanto dovere morale celava in
realt la molto pi opportuna necessit di giustificare la presenza
della Chiesa in territori che si presentavano come un'inestinguibile
messe pronta a essere raccolta, una torta troppo golosa della
cui spartizione il clero non voleva e non poteva mancare.
D'altronde Dio non era mai stato schizzinoso in merito alle anime
accolte nel suo grembo e, nella lotta alla sottrazione di queste
alle grinfie di Satana, la possibilit di ingrossare le schiere celesti
con milioni e milioni di nuove reclute, avrebbe ampiamente compensato
la loro nudit e la stranezza dei costumi.
A redimere i quali, comunque, avrebbero pensato gli interpreti
del mandato divino, pronti a insegnare a quei benedetti selvaggi
quale fosse il giusto comportamento da adottare per varcare degnamente
i cancelli del cielo.
A ci si dedicarono con delizia e solerzia gli uomini come
Diego.
Armato di queste ottime intenzioni, il frate fresco di nomina
si catapult l dove le sagaci volont dei suoi superiori desideravano
che attestasse la propria testimonianza: nella regione dello
Yucatan, la terra che da poco pi di sette anni, nel 1542, era stata
annessa alla corona spagnola grazie all'audacia di Francisco de
Montejo, che aveva trovato anche il tempo di fondarvi una citt,
Mrida, destinata a diventarne la capitale.
Sulle prime il buon Diego se ne stette quieto quieto, svolgendo
quelle funzioni il cui unico valore  relativo alla capacit di ingrossare
una biografia.
Nominato assistente del guardiano, raggiunse questi nella missione
appena fondata in quel di Izamal, la pi grande citt delle
pianure settentrionali dello Yucatan: al frate dovette sembrare
un'ottima testa di ponte da cui far partire l'offensiva cristiana attraverso
la quale evangelizzare le popolazioni maya.
Un'opera su cui il fervente missionario dimostr subito di avere
le idee chiarissime.
Eletto custode nel 1550 risult gi essere titolare della Scuola
del Capitolo in cui si distinse per la bont dei modi con i quali
svolgeva la sua azione educatrice. Lo zelo in cui si consum in
tali prime mansioni gli valsero ben presto il riconoscimento dei
confratelli tanto da eleggerlo funzionario responsabile del monastero
di Sant'Antonio da Padova, l'irridente costruzione che
i conquistadores avevano eretto sulla sommit delle preesistenti
vestigia maya, adottando una tattica ampiamente sfruttata pi o
meno da quando Cristo aveva concesso ai suoi fratelli di seminare
il verbo.
Eppure Diego, una volta assunta la carica nel 1553, giudic
misere quelle costruzioni, di cui lament l'effmera estensione a
quattro casupole di paglia, e si dedic all'edificazione di un convento
degno di questo nome.
E, soprattutto, consono alla dignit di ci che si apprestava a
compiere.
Persuaso che gli indigeni fossero una razza inferiore, soggiogata
dal diavolo, egli scaten una feroce crociata attraverso la quale
soffoc ci che rimaneva di un popolo gi duramente provato
dalle sanguinose guerre con cui la penetrazione spagnola aveva
squassato quelle terre.
Forte dell'autorit con la quale, il 9 maggio del 1522, papa
Adriano Sesto aveva promulgato la bolla Exponi nobis fecisti, dove
si conferiva agli ordini mendicanti e in particolare ai francescani
l'autorit di adottare tutti i provvedimenti che avessero ritenuto
necessari per il completamento dell'opera di evangelizzazione
dei nativi americani, Diego si sent pi che legittimato a impartire
lezioni di catechismo attraverso metodi che comportassero
la tortura, la violenza e l'uccisione. Istituendo un vero e proprio
tribunale dell'inquisizione, egli istru un numero impressionante
di processi al termine dei quali a migliaia furono affidati alle
carezze del boia: dopo un siffatto trattamento era un miracolo
che restassero dei sopravvissuti pronti a ricevere gli insegnamenti
adeguati a comprendere la magnanimit del Signore.
Ma ci che dovrebbe fare indignare un cattolico, fu che tale
crudele ferocia si abbatt nella stragrande maggioranza dei casi
contro coloro che avevano gi ricevuto il battesimo e affidato la
propria anima alle misericordiose braccia di Dio.
La conquista della regione infatti non fu ovviamente una passeggiata
e gli spagnoli erano riusciti nell'impresa grazie al contributo
di un cospicuo numero di trib locali, le quali avevano
accettato, quanto di buon grado  facile immaginarlo, l'alleanza
con gli iberici pur di non venir spazzati via da quella che consideravano
una minaccia inarrestabile: una condizione che prevedeva
ineluttabilmente l'ardente abbraccio della fede dei civilizzatori.
D'altro canto gli ingenui maya non potevano conoscere la lezione
che invece avevano imparato doviziosamente conversos,
moriscos e marrani: abiurare la propria religione e porsi al riparo
della croce difficilmente costitutiva una garanzia a salvaguardia
delle persecuzioni cui ciclicamente l'affiato cristiano si abbandonava.
Se non fosse per le atrocit in essa contenute, susciterebbe quasi
tenerezza la lettera che Francisco de Montejo Xiu, il cacicco di
Mani, invi a sua altezza Filippo Secondo il 12 aprile 1567 per lamentarsi
del trattamento che lui e il suo popolo hanno subito grazie a
de Landa.
In essa il tapino, dopo aver assicurato il sovrano di aver appreso
la bont di conoscere Dio nostro Signore come l'unico vero
Dio, lasciando la nostra cecit e idolatrie, e la vostra maest, come
signore temporale denunciava che prima che potessimo aprire
entrambi gli occhi, si  abbattuta su di noi la persecuzione peggiore
che si potesse immaginare, ed era l'anno (15)62, da parte
del religioso francescano, che prima aveva iniziato a insegnarci
la dottrina, salvo poi cominciare a tormentarci, appendendoci per
le mani e frustandoci crudelmente, appendendo pesi di pietra ai
nostri piedi, torturando molti di noi su un verricello, o attraverso il
supplizio dell'acqua, di cui molti sono morti o sono stati mutilati.
E proseguiva asserendo che tutto avveniva contro ogni verit,
che non abbiamo mai commesso (nulla) durante il nostro periodo
di cecit e di infedelt. E come vediamo noi stessi mutilati dalle
crudeli torture, morti molti di coloro che le subiscono, derubati
della nostra propriet, e ancora di pi, vedendo dissotterrato
le ossa dei nostri battezzati, morti come cristiani, siamo arrivati
alla disperazione. Uno smarrimento reso ancora pi cupo dalle
lettere scritte da fray Diego de Landa, autore principale di tutti
questi mali e degli oneri, in cui si afferma che vostra maest ha
approvato gli omicidi, le rapine, le torture, la schiavit e le altre
crudelt inflitte su di noi, per le quali ci chiediamo come queste
cose siano potute essere state proferite da un sovrano cos cattolico
e cos retto come  vostra maest. Se si dice che abbiamo
sacrificato uomini dopo che abbiamo ricevuto il battesimo,  una
grande falsit inventata da quello per abbellire la sua crudelt.
La missiva si chiudeva con l'augurio che Fray Diego de Landa e
i suoi compagni possano soffrire la penitenza per i mali che ci hanno
inflitto, e possano i nostri discendenti fino alla quarta generazione
vendicare la grande persecuzione che si  abbattuta su di noi.
L'epistola fu sottoscritta, oltre che dall'autore, anche da Juan
Pacar, Jorge Xiu, Francisco Pacar, governatori rispettivamente di
Muna, Pacab e Te-Xul.
Ma furono ben pi estesi i territori su cui la rabbia di Diego
si scaten, includendo le regioni di Pencuyut, Tekit, Tikunch,
Hunact, Tekax, Oxkutzcab, sino a estendersi a tutta la penisola
dello Yucatan e parte del Guatemala.
Ora, che il fanatismo del frate si accanisse contro gli uomini, le
donne e i bambini costituiva gi un atto esecrabile.
Eppure Diego riusc ad andare oltre, compiendo un delitto che,
al pari della distruzione della biblioteca di Alessandria, pu essere
annoverato come uno dei pi grandi crimini perpetrati ai danni
del genere umano.
Il 12 luglio del 1562 infatti, egli riun nella piazza antistante
la chiesa francescana di Mani, cinquemila idoli di diverse fogge
e dimensioni, grandi pietre utilizzate come altari, piccole pietre
lavorate, terrecotte e codici con geroglifici e, dulcis in fundo, venticinque
rotoli di papiro contenenti libri di storia e di religione,
calendari e testi profetici: in una parola, tutto lo scibile della sapienza
maya.
Accatast il tutto su una bella pira e giustificando quanto stava
per compiere con la seguente formulazione: Abbiamo trovato
molti libri scritti con queste lettere e dato che in essi non v' cosa
che non sia corrotta da superstizione e falsit diabolica, li bruciamo
indistintamente!, de Landa trasform immediatamente il
pensiero in azione con un imponente autodaf che in un colpo
solo ridusse in polvere tutti i sedimenti su cui si era costituita
l'architettura identitaria di un popolo.
Ovvio che quegli infelici, costretti ad assistere a tale spettacolo,
si dolessero e piangessero come se gli stessero strappando la pelle
di dosso; eppure, non solo li stava cancellando dalla faccia della
terra, sia materialmente che spiritualmente, ma provava anche fastidio
per i loro lamenti.
Un mostro. La cui crudele ottusit non manc di sollevare il
biasimo anche di chi, al pari di lui, era preposto a svolgere il medesimo
sporco mestiere dell'evangelizzazione.
Il domenicano Diego Durn, nella sua Historia de Las Indias
de Nueva Espana e Islas de Tierra Firme, redatta tra il 1576 e il
1581 stigmatizz il fal dei libri antichi - una pratica in cui de
Landa trov l'ottima compagnia di Juan de Zumrraga, primo
vescovo di Citt del Messico - considerandolo un errore imperdonabile
anche ai fini stessi dell'opera di proselitismo.
Ben pi incisivo fu il commento con cui Francisco Toral, il
francescano che giunto nello Yucatan il 14 agosto del 1562 in
qualit di vescovo, assunse la notizia del fresco rogo (mi si conceda
l'ossimoro) bollandola come esempio di stupido zelo.
Fu molto pi la sua disapprovazione che non le lagnanze dei
poveri indios a costringere l'intraprendente de Landa a prendere
la via della Spagna per giustificare un operato in cui violenze,
prevaricazioni e omicidi si associavano a malversazioni e appropriazioni
indebite.
Cos dopo un periglioso viaggio durato circa un anno e mezzo
in cui il povero frate improvvisatosi inquisitore pativa un naufragio
e le minacce di una grave malattia, eccolo finalmente comparire
a Madrid, nell'ottobre del 1564, al cospetto del Consiglio
delle Indie, cui dovr rendere conto delle ragioni delle sue azioni.
Chi pensa che giustizia verr fatta si sbaglia di grosso: non solo il
buon de Landa non subir la bench minima condanna ma anzi, al
termine di un vergognoso rimpallo di responsabilit giuridiche, il
nostro eroe si trover al cospetto di un manipolo di confratelli che,
sentito il parere di uomini dotti, molto addentro alle segrete cose
dell'Inquisizione, non solo lo assolsero per aver agito giustamente,
ma gli conferirono addirittura lo scranno episcopale dello Yucatan,
reso vacante dalla prematura dipartita del suo non proprio amico
Toral, chiamato dal Signore nel corso dell'aprile del 1571.
A compiere il miracolo fu la benevolenza con cui sua maest
Filippo vedeva l'agire del frate e la degnissima impressione che
aveva suscitato, unanimemente, la lettura della relazione con la
quale il pover'uomo aveva vergato la sua personalissima
versione dei fatti, un manoscritto che passer alla storia con il titolo
di Relacin de las cosas de Yucatn, con cui a partire dal 1566
Diego inizi a tessere l'impianto difensivo attraverso il quale discolparsi.
E cos, un nuovo baldanzoso vescovo poteva salpare alla volta
dello Yucatan nel 1572, dove giungeva nell'ottobre dell'anno
successivo in compagnia di trenta confratelli, grazioso dono cui
aveva provveduto l'amicizia di Filippo II.
Nessuno pu dubitare della festosa accoglienza che le popolazioni
locali hanno riservato al suo trionfale ritorno, alla cura delle
quali il magnifico Diego si prodigher sino alla fine dei suoi giorni,
resa tanto prossima dall'impazienza con la quale il Padreterno
fremeva nel poter circondarsi di una figura cos integerrima.
Infatti non passarono che pochi anni prima che il vescovo, alla
prematura et di cinquantaquattro anni, fu chiamato a godere del
suo premio eterno, il 29 aprile 1579, mentre la forza inesauribile
della propria passione l'aveva spinto a Mrida, nella capitale di
quello che a ragione poteva essere considerato un regno fatto a
sua immagine e somiglianza.
Poi scese l'oblio, soprattutto su quel popolo che per secoli sar
avvolto da una coltre cos fitta da dubitare che esso sia mai esistito.
Sino al 1863, quando un fervente studioso delle culture precolombiane,
l'abate Charles tienne Brasseur de Bourbourg, intento
a spulciare volumi polverosi nella biblioteca dell'Accademia
Storica di Madrid, si imbatt in ci che restava della ponderosa
Relacin, l'opera che in qualche modo aveva salvato le terga di
de Landa e della cui esistenza si era perduta ogni traccia.
Fu una scoperta sensazionale e come tale destinata a sgonfiarsi,
incapace di reggere al vaglio dell'impietosa analisi storiografica
che ne ha ridimensionato la portata. Ma all'epoca del suo ritrovamento,
il manoscritto ebbe per la cultura maya lo stesso effetto
che suscit in ambito egiziano il ritrovamento della stele di Rosetta:
una deflagrazione illuminante!
Si d il caso infatti che la buonanima di Diego de Landa, oltre
a prendersi la briga di raccontare in quelle fitte pagine come
pi o meno and la conquista del Centro America, snocciolando
con dovizia di particolari le imprese di Corts e compagni, senza
omettere gli aspetti pi scabrosi e raccapriccianti, si preoccup
anche di stilare una serie di attente osservazioni rivolte a tutto ci
che gli appariva strano e inusuale e che fosse in grado di catturare
la propria curiosit.
Cos, oltre a pittoreschi resoconti che illustravano come gli spagnoli
si dilettassero a nutrire i propri cani con le carni di una donna
india macchiatasi della grave colpa di non aver voluto soccombere
alle focose avances dell'oscuro capitano Alonso Lopez de Avila,
o come i prodi soldati commisero crudelt inaudite, mozzando
mani, braccia e gambe, tagliando i seni alle donne, gettandole in
laghi profondi e trafiggendo con la spada i bambini perch non
camminavano abbastanza svelti insieme alle madri, o ancora
come impiccassero agli alberi un gran numero di indiane, appendendo
alle loro caviglie i loro figlioletti per la gola, l'opera squadernava
anche indicibili meraviglie, nel momento in cui si soffermava
a ritrarre gli usi e costumi di quel popolo sventurato.
Non solo: oltre a restituire vivide immagini relative agli abiti,
all'architettura, al culto, insomma a tutto ci che caratterizzava il
sapere dei maya, il vescovo si era anche cimentato nel tentativo di
decifrazione di quelle oscure lettere che costituivano il misterioso
alfabeto con il quale gli indigeni comunicavano e che gli valsero
la comparazione con la stele di Champollion.
Ma quali? Quelle stesse che composero i libri diabolici che tanto
si era peritato a distruggere? Quelle stesse che bruciarono nell'incendio
da lui attizzato, per il quale i maya ancora piangono?
Eppure il ritrovamento della Relacin diede vita a uno stomachevole
paradosso: colui che era stato l'autore del genocidio culturale
dei maya fu salutato come il custode di quella tradizione,
che egli stesso aveva contribuito definitivamente a cancellare.
Per dirla con lo storico William Gates, che della famigerata relazione
ha curato una traduzione, se  vero che il 99% del nostro
sapere sul mondo maya deriva dal racconto di de Landa,  altrettanto
vero che con il famoso autodaf del luglio del 1562, quando
il frate distrusse 5.000 idoli e 25 rotoli di geroglifici Maya, egli
bruci 99 volte quel sapere della storia e delle scienze Maya che
troviamo nel suo libro.
La codifica prospettata da de Landa si riveler una mezza bufala:
il frate era partito dal presupposto che la lingua maya si basasse
su un alfabeto fonetico, mentre in realt verr appurato che
quei segni fossero sostanzialmente dei logogrammi, in cui significante
e significato sono condensati nello stesso simbolo, cos
come accade per i geroglifici o per la scrittura cinese.
Che poi l'errata interpretazione dei codici sopravvissuti alla furia
di de Landa, il Troano, il Gloier e i due conservati a Dresda
e Parigi - ai quali l'abate Brasseur si accost utilizzando pervicacemente
una tavola comparativa ottenuta cos fallacemente
- contribu ad alimentare il mito della citt di Mu, non fa che
aggiungere beffa all'orrore.
Ma ormai il danno era fatto: de Landa era consegnato alla Storia
come il massimo conoscitore della cultura maya, un riconoscimento
da cui non pu prescindere nessuno che abbia intenzione
di accostarsi allo studio di quell'affascinante sapienza.
La Storia stessa ebbe un fremito di sdegno tanto da permettere
la distruzione del sepolcro in cui le ossa del vescovo erano state
traslate.
Avvenne a Cifuentes, in Spagna, nel 1936, durante quella guerra
civile che in mezzo a tante storture, compreso il suo esito nefasto,
seppe narrare tanti racconti di giustizia di cui quella profanazione
non rappresent che un minuscolo capitolo.

PARTE SESTA.
I MONACI GUERRIERI.
PREGA E MASSACRA.
Capitolo 19.
Grard de Ridefort.

Se Parigi  valsa bene una messa, appare scontato supporre
che per una citt come Gerusalemme, vero e proprio totem
dell'immaginario collettivo dell'Occidente medievale, tutti i
buoni cristiani fossero disposti a porre ben altro sul piatto della
bilancia.
L'uomo del Medioevo considerava la Gerusalemme terrena
come la citt per antonomasia, simbolo della promessa che Dio
aveva stretto con i comuni mortali, sotto l'influenza della visione
dell'Apocalisse dove appare la Gerusalemme celeste lastricata
d'oro e incastonata da dodici pietre preziose.
Di qui l'intimo desiderio di riacquisizione dei luoghi santi, testimoni
un tempo della vita, morte e resurrezione del Cristo che,
sin dal settimo secolo, si trovavano sotto il dominio dell'Islam.
Non per nulla il Salmo 136 della Bibbia recitava: Se ti dimentico,
Gerusalemme, si paralizzi la mia destra; mi si attacchi
la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto
Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia e fu per questo che
Pietro l'Eremita, molto pi che Urbano II, pot chiamare a raccolta
gli uomini di buona volont al grido: Deus vult, Dio lo vuole,
dando origine al fenomeno delle Crociate che furono vissute, al
tempo, come una sorta di avventura spirituale definita comunemente
Peregrinano ad loca sancta.
Peccato che come tutte le cose nelle quali i cristiani si siano
imbarcati, di spirituale sia rimasta solo la facciata.
Umani, troppo umani i ferventi adoratori del Signore per non
lasciare il segno delle loro debolezze, delle loro piccolezze, delle
loro trame crudeli.
Alle quali chiunque si sarebbe rivolto con atteggiamento condiscendente,
riconoscendole cos simili alle proprie, se quelle
non avessero innegabilmente avanzato la pretesa di manifestarsi
come ispirazione divina, trascendente la finitezza umana.
In virt della quale anche il famoso prezzo che gli uomini di
buona volont, compatti, furono ben lieti di pagare, si trasform
nell'ennesima declinazione del sacro, assecondando la cattiva
abitudine di leggere tutto il mondo attraverso la filigrana spirituale
che finiva per accostarsi a paradossi tanto assurdi da perderne
il significato.
Cos anche la moneta di scambio che i cristiani seppero opporre
all'avanzata delle tenebre degli infedeli, fu la pi diametralmente
opposta alla dottrina che essi continuavano pervicacemente a
sbandierare: guerra, guerra e ancora guerra.
N poteva essere altrimenti dal momento che un richiamo cos
potente, come quello che Gerusalemme evocava, doveva ottenere
una risposta altrettanto potente, tanto da risultare la pi immediata
e genuina, quasi naturale: e poche manifestazioni condensano
cos efficacemente l'intima natura umana come la guerra, convogliando
in essa i pi profondi istinti di violenza, tanto ancestrali
da risultare innati.
Ma ecco che nel momento in cui la bestia veniva liberata, immediatamente
veniva avvolta dal velo della sacralit, l'unico capace di
mondare, come un lavacro purificatore, la coscienza di
tutti coloro che, cavalcandola, si sarebbero altrimenti macchiati
della sua colpa.
Il movimento conosciuto come Pace di Dio, che a partire dall'11esimo
secolo si peritava di mantenere in quiete i bizzosi feudi occidentali,
unito alla sfolgorante quanto inutile Tregua di Dio, sorta
negli stessi anni con l'evidente intento di limitare le violenze sino
alla completa astensione in alcuni giorni dell'anno, rispondevano
entrambi ai morsi di quella cattiva coscienza che non poteva essere
tacitata con istituzioni sporadiche e sbocconcellate.
C'era dunque bisogno di uno scarto, un salto epocale.
E dunque la guerra divenne santa, a formulare un ossimoro cos
stridente da far sanguinare le orecchie di tutti coloro che rimasero
storditi dal suo clangore.
Cos confusi da credere nel bluff che si celava dietro quel sudario
strappato, steso a nascondere gli aspetti pi crudeli e a
paludarne di liceit la brutalit in essa condensata.
Per combattere una guerra santa, non bastavano pi i normali
soldati, quelli che la visione tripartita di Adalberone di Laon aveva
confinato intorno all'anno mille nel ruolo di bellatores, concedendogli
oneri e onori del mestiere delle armi.
No.
Per combattere una guerra santa, servivano santi guerrieri. La
venuta dei quali sembrava annunciata gi da tempi non sospetti,
a giudicare dalle parole di Agostino, mica uno qualsiasi, che
nell'ultimo decennio della sua vita cos condiva la sua invettiva
Contra Faustum manichaeum: Cosa c' da biasimare nella
guerra? L'uccidere uomini che un giorno dovranno morire? Questo
 un biasimo non degno di uomini religiosi.
Pi chiaro di cos...
Talmente limpido che sulla scia di una tradizione cos prestigiosa,
fecero la loro comparsa gli ordini monastico-militari, destinati
a diventare uno dei simboli pi potenti di quella benedetta avventura
che la Chiesa si apprestava a vivere in Outremer, l dove la
terra non poteva che divenire santa, a completare una trinit sotto
la cui ombra tutto diveniva lecito, anzi auspicabile.
Fu cos che il minaccioso motto credere, obbedire, combattere
riecheggi, pur senza essere mai pronunciato, con pi profonde
e innervanti implicazioni di quando verr coniato quasi mille
anni dopo, risultando al confronto esile quanto un macchiettistico
sberleffo.
In quelle diramazioni cos essenziali per la Cristianit, prese
vita un'esperienza del tutto nuova, in cui uomini d'arme lasciavano
la vita propria del cavaliere per rivestire l'abito monastico.
E l'abito in questo caso, fu rinomatamente essenziale: perch
se la funzione del combattere restava intatta, essa si affiancava al
credere e ancor pi all'obbedire.
Gi san Benedetto, nella Regola, aveva avvisato gli aspiranti
monaci che l'obbedienza era il fondamento della vita monastica:
Il primo gradino dell'umilt  l'obbedienza senza indugio egli
scriveva.
Ebbene, questa pietra angolare della tradizione monastica fu
applicata a un nuovo genere di vita: quella di cavalieri che lasciavano
il secolo con tutte le sue vanit - orgoglio, ira, bottino,
affermazione di s - per mettere la propria spada al servizio dei
fratelli nella fede.
Questo per lo meno sulla carta, soprattutto quella aulentissima
vergata nel 1128 nientemeno che da Bernardo di Chiaravalle e
che, passata alla storia come il De laude novae militiae, costituir
il manifesto programmatico di coloro che diventeranno i pi evocativi
tra gli ordini monastico-cavallereschi sorti in quegli anni:
i templari.
Ma a ricordarci quanto quella pretesa fuga dal mondo e dai suoi
lacci mortali fosse appunto solo una chimerica aspirazione, ci
penseranno personaggi quali il nostro Grard de Ridefort, la cui
crudele indole e i comportamenti che da essa scaturiranno, riveleranno
quanto falso fosse l'impianto ideologico eretto a nascondere
pulsioni incontrovertibilmente pi meschine.
In effetti sono pochi gli attori dei drammi storici che possono
vantare una damnatio memoriae cos unanime quanto quella subita
dal borioso crociato.
Descritto come avido, arrivista e spregiudicato, tacciato addirittura
di vilt e codardia sino all'accusa pi infamante, quella
di aver tramato addirittura con i musulmani contro i suoi stessi
fratelli, quest'uomo sar preda di una spirale di delitti in cui la
crudelt si confonder spesso con l'insano furore della follia.
Praticamente nulla si sa di questo cavaliere sino al giorno in
cui, nel 1173, egli non si present nel regno di Gerusalemme, una
tappa ancora appetibile nonostante la campagna auspicata oltre
un ventennio prima da Bernardo si fosse rivelata tanto sfortunata.
Si era dato parecchio da fare il campione della fede, coniando
per l'occasione anche la singolare teoria secondo la quale
chiunque uccidesse un uomo intrinsecamente cattivo, quale era
naturalmente chi si opponeva a Cristo, non uccideva in realt un
uomo, ma il male che era in lui; dunque egli non era un omicida
bens un malicida.
Per quanto sgomberate le coscienze dei templari che avevano
posto il quesito e che potevano dunque spaccare teste e sventrare
nemici sicuri della benemerenza del Signore, la seconda crociata
si era rivelata un nulla di fatto capace di acuire semmai i gi tesi
rapporti tra bizantini e latini.
D'altro canto la Terra Santa manteneva intatta la propria attrattiva
in chi, come Ridefort, cercava quella gloria e quella fortuna
altrimenti negata in patria, per cui essere l'ultimo in ordine di
discendenza nel proprio casato era una iattura difficilmente sormontabile.
Cos, il rampollo abbandon la natia Fiandra (secondo alcune
fonti le origini sono da scovare in ambito anglo-normanno) e, armato
di tutto l'entusiasmo che un animo propenso all'avventura
pu cumulare, s'insediava in quella terra dove le continue scaramucce
tra cristiani e infedeli avrebbe certamente offerto l'occasione
per mettere a frutto le proprie doti.
In merito alle quali il prode Grard appariva evidentemente ben
fornito, visto che le cronache sono propensi a ritrarlo per quello
che oggi si definirebbe una testa calda, uno che prima agisce
e poi pensa alle conseguenze delle proprie azioni in un misto di
temerariet e impulsivit.
Questo almeno nella visione pi edulcorata, poich appare
chiaro, leggendo tra le righe, che il valente giovanotto si distinse
nell'essere un guerriero brutale, tanto determinato quanto ottuso,
capace di improvvisi scatti d'ira feroce a cui, bisogna riconoscerlo,
si univa un coraggio che rasentava l'incoscienza.
Tutte qualit che non sfuggirono all'occhio attento del conte
Raimondo Terzo di Tripoli, discendente di Raimondo Quarto di Saint Gilles,
eroe provenzale della prima crociata, e come lui reggente
di quei territori oggi corrispondenti all'attuale Libano e alla parte
nord-orientale di Israele.
Gli stessi che quel pazzo scatenato di Grard aveva eletto come
patria d'azione dopo essere sbarcato a Botrun.
Fu amore a prima vista: il focoso fiammingo poneva la sua spada
al servizio del nobile, puntando su di lui nella promozione di
una carriera che l'avrebbe ben presto avviato a una rapida scalata
sociale.
Questi dal canto suo, ampiamente soddisfatto delle prestazioni
del guerriero, promise ben presto che non appena si fosse liberato
un feudo tra quelli che indegnamente amministrava, l'avrebbe
volentieri ceduto al fedele servitore.
Fu proprio tale patto l'origine di una spirale di eventi che culminer
in un finale catastrofico, nel cui vortice soccomber nientemeno
che l'intero regno latino di Gerusalemme.
All'inizio le cose filavano a gonfie vele, tanto che nel 1179,
il giovane avventuriero rivestiva gi la carica di Maresciallo del
Regno, secondo solo al Connestabile di cui, per certi Versi, risultava
essere vassallo.
Ma l'ambizione di Grard non sembrava essere soddisfatta neppure
dal raggiungimento di una nomina cos prestigiosa: voleva
la terra, quel bene che da tempo immemore risultava essere l'unica
vera forma di risarcimento cui aspirava chiunque avesse la
forza di brandire una spada e costruire attraverso questa la propria
fortuna.
Finalmente, nel 1180, sembrava essere giunta l'occasione giusta:
la morte di Guglielmo Dorel, signore di Botrun lasciava vacante
un allettante riquadro nel complicato scacchiere dei regni
latini d'Outremer: il piccolo borgo costiero compreso tra Jebail
e Nephin, da cui si poteva ottenere una stabile entrata grazie ai
redditi del commercio, costituiva un ottimo punto di partenza per
chi intendesse impiantare radici solidi e durature.
Se a ci si aggiunge che l'erede del defunto Guglielmo, la figlia
Lucia, fosse una splendida fanciulla siriana, ben si comprende
perch Grard sbavasse tanto affinch Raimondo prestasse fede
alla parola data.
Questi sulle prime apparve intenzionato a soddisfare i diritti
vantati dal sodale dopo una lunga e onesta militanza, ma poi dovette
cedere l dove pi che l'onor pot l'onere di saldare antichi
debiti contratti al tempo della seconda crociata.
Si d il caso infatti che durante quella scelleratissima campagna,
Raimondo cadde nelle mani di Nur ed-Din e solo il pagamento di
un ingentissimo riscatto lo sottrasse dall'inferno della prigionia
dei sotterranei di Aleppo: un esborso che gli fu permesso grazie
al prestito concessogli dal potente ordine degli Ospedalieri, il cui
saldo deve aver costituito una dolorosa quanto persistente spina
nel fianco.
Ma ecco che al povero Raimondo gli si present innanzi un ricco
mercante pisano di nome Plivano, che, a sua volta infatuatosi
della bella fanciulla, mise sul piatto della bilancia, se pur inelegantemente,
ben diecimila bisanti d'oro: l'equivalente del peso
della ragazza che a occhio e croce corrispondeva a sessantatr
chilogrammi, lingotto pi lingotto meno.
Il conte super brillantemente l'imbarazzo per aver gi promesso
la pulzella e senza pensarci su pi di tanto la sfil dai sogni del
guerriero e la consegn in pompa magna al facoltoso commerciante
italiano.
In un colpo solo Raimondo riusc nella non invidiabile impresa
di inanellare due sgarbi che non andrebbero mai fatti a un cavaliere
medievale, soprattutto se crudele e vendicativo: venire meno
alla parola d'onore data e toccare la donna della sua vita, tanto
pi se questa era intesa come il salvacondotto per un radioso avvenire.
Grard con il cuore avvelenato dalla rabbia giur odio
eterno al conte Raimondo promettendogli che gliela avrebbe fatta
pagare.
Secondo l'opinione di molti storici fu questa lacerazione la
chiave di volta che orienter verso il male tutto il resto della vicenda:
un odio cieco, attonito e inesauribile nutrito contro colui
che un attimo prima era il benevolo signore a cui venivano fedelmente
dedicati i propri servigi, anche a rischio della vita, e un
attimo dopo diventava il pi esecrato dei nemici, contro il quale
si poteva compiere l'inaudito.
Vista sotto questa luce, l'intera gamma delle gesta di Ridefort
assumerebbe i tenui barbagli del dramma sentimentale, in cui
l'amore negato diventa l'alibi entro cui iscrivere la follia delle
azioni che ne punteggeranno la vita; una visione troppo tenera per
quanto consolatoria che ancora una volta rifiuta di considerare
l'unico vero movente che spesso sottende i comportamenti umani,
anche e soprattutto quelli pi ferocemente irrazionali: l'avidit
e la brama di potere.
Comunque sia, l'animo di Grard, cos oltraggiato, comp la
scelta pi consona agli afflati del proprio furore e come uno scalcagnato
protagonista di tanti romanzi d'appendice si arruol nella
legione straniera, o perlomeno in quella che all'epoca appariva
esserne l'incarnazione pi prossima: l'Ordine della Milizia Templare.
C' chi annovera l'ingresso come pegno dello scampato pericolo
da un'esiziale malattia, ma molto pi verosimilmente il fiammingo
era disposto ad accettare il voto di castit pur di sfogare la
propria furia in un corpo d'armata che ben avrebbe apprezzato la
virt della propria ferocia.
L'ordine, la cui perfetta organizzazione militare l'aveva posto
ben presto al vertice degli eserciti cristiani, di cui costituiva il
nerbo d'acciaio, era ben noto per l'efferatezza con la quale conduceva
le sue missioni sul campo, tanto che i monaci combattenti
si erano guadagnati l'appellativo di balis buyd, diavoli bianchi,
a riprova del misto di terrore e ammirazione con il quale
erano visti dagli infedeli.
Il fanatismo delle loro gesta, la fredda determinazione con la
quale esercitavano la loro vocazione alla violenza, li aveva resi
ben presto uno spauracchio spaventoso, capace di infestare gli
incubi notturni di tutti i bambini musulmani in cui si riverberava
la paura che quelle cappe bianche imprimevano negli animi dei
loro padri.
Cosa poteva sperare di meglio uno che placava i propri demoni
interiori solo affogandoli nel sangue altrui?
Tanto pi che questi chierici, oltre a essere l'equivalente dei
moderni marines, sembravano aver sviluppato uno spiccato fiuto
per gli affari, tale che i bottini raggranellati nelle loro campagne,
uniti alla gestione di fondi che mercanti e nobili delegavano loro
con cieca fiducia, aveva permesso la ramificazione di una rete
bancaria capillare e incisiva, capace di stringere nel pugno il destino
dei sovrani e dei potenti della terra.
Le ambizioni di Grard trovavano dunque un naturale bacino
di confluenza.
Fu tale la passione con quale l'antico cavaliere si rigenerava in
questa nuova vita che a forza di battaglie temerarie, tanto brutali
quanto ottuse, comp in brevissimo tempo una mirabolante scalata
che lo port ai vertici dell'organizzazione monastica, ricoprendo
gi nel 1183 le funzioni di Gran Siniscalco del Regno, cui seguirono
nell'autunno dell'anno successivo quelle di Gran Maestro.
Nel giro di quattro anni l'avventuriero fattosi monaco raggiunse
in pratica la pi alta carica della Cristianit dopo il papa, capace
di ergersi alla pari dei monarchi e di influenzarne le scelte.
Non male. Avrebbe potuto ritenersi soddisfatto, ma il tarlo della
vendetta rodeva e incapace di tacitarlo Grard sognava la rovina
di colui che l'aveva cos mortalmente offeso.
L'odio per il conte di Tripoli era condiviso con altri personaggi
ansiosi di segnalarsi come guerrieri di Cristo per ardore di fede e
molto pi per rancore nutrito verso i baroni nativi ostili a quanti
come Grard erano dei parvenus.
L'occasione per infliggere un primo colpo al nobile si present
nel 1186, quando la morte del re Baldovino V, sovrano di Gerusalemme,
riapr le lotte per la successione alle quali aveva tentato di
opporsi disperatamente il precedente sovrano Baldovino Quarto, l'infelice
re lebbroso tanto coraggioso quanto sfortunato. Questi,
ben conscio dei torbidi intrighi che funestavano la reggia, alla sua
morte avvenuta nel 1185 aveva disposto che la corona andasse al
nipote Baldovino V e, data la giovanissima et del prescelto, lo
aveva posto sotto la reggenza di Raimondo Terzo di Tripoli. Qualora
il fanciullo fosse morto, un'eventualit prevedibile vista la natura
cagionevole del pargolo, Raimondo avrebbe mantenuto la reggenza
finch i quattro potenti d'Occidente, papa, imperatore germanico
e i sovrani di Francia e Inghilterra, non avessero arbitrato
il passaggio tra le pretendenti Sibilla e Isabella, rispettivamente
sorella e sorellastra del sovrano piagato.
Tutte le fosche previsioni si avverarono ma quando si tratt di
rispettare le volont del glorioso monarca, una sorta di congiura
di palazzo perpetrata dalla scellerata alleanza di Alice de
Cortenay, la regina madre, la principessa Sibilla, Rinaldo di Chtillon,
signore di Kerak e Outrejordain e da Grard stesso, incoronarono
Sibilla regina di Gerusalemme, la quale immediatamente pose la
corona sul capo dell'imbarazzante marito, Guido di Lusignano,
uno che le fonti dipingevano, forse con un pizzico di cattiveria,
come avventuriero senza scrupoli.
Pare che nell'occasione, Grard, ben consapevole di violare le
norme di successione opponendosi al conte di Tripoli, si spinse
persino a minacciare il patriarca con la spada in pugno, poich
l'alto prelato tentennava nel consacrare la nuova regina, e rivolgendosi
all'odiato rivale esclamasse che quella corona finalmente
lo risarciva del matrimonio di Botrun.
Poco dopo, in seguito al rifiuto di Raimondo di rendergli omaggio,
Guido si consultava con Ridefort, il quale, leccandosi i baffi,
consigli di assediare il conte nella sua Tiberiade; il tutto mentre
Saladino, capace di riunire sotto il suo comando l'intera forza
musulmana presente in Terra Santa, appariva sempre pi propenso
a sferrare un colpo mortale ai nemici resi ancora pi deboli
dalle faide interne.
Ci spinse Raimondo a cautelarsi, contraendo un pactum privatum con il sultano, il quale addirittura gli concedeva le truppe
con le quali il conte si sarebbe apprestato a sostenere quella che
si stava profilando come una guerra civile.
Solo l'intervento di Baliano di Ibelin, uno dei cavalieri pi influenti
e assennati del regno evit la deflagrazione del conflitto,
proponendo piuttosto al nuovo sovrano Guido una missione
diplomatica che risolvesse la questione insorta con la contea di
Tripoli senza spargimento di sangue e soprattutto senza prestare
ulteriormente il fianco alle mire espansionistiche di quel volpone
del Saladino.
Cos nella primavera del 1187 una delegazione formata da
Baliano di Ibelin, l'arcivescovo di Tiro, il magister degli Ospitalieri
Ruggero des Moulins e lo stesso Grard, si incammin alla volta
di Tiberiade.
Nel frattempo, la disinvolta diplomazia con la quale il conte di
Tripoli flirtava con il sultano curdo produceva i suoi frutti avvelenati.
Nel 1187 Saladino decise un'incursione in Galilea come rappresaglia
a un precedente attacco subito da una carovana musulmana
per mano di Rinaldo di Chtillon, chiedendo diritto di transito a
Raimondo.
Questi, incerto tra il perdere l'appoggio del Saladino o ricevere
onta e infamia dai latini, propese per il primo, impegnandosi a
non contrastare le truppe musulmane durante l'incursione e preoccupandosi
di avvertire i cristiani stanziati a Nazareth di non
intervenire.
Ma intanto stava giungendo la delegazione inviata da Guido,
seppur mutilata dalla presenza di Baliano di Ibelin che si era attardato
nel suo feudo di Nablus.
Grard, non appena saputo della notizia del raid infedele, reag
da par suo, tanto pi che non c'era nessuno capace di contrastare
con la forza del ragionamento la furia del suo stolido impeto.
Cos, messo su un piccolo contingente formato dalle guarnigioni
templari di Qaqun e al-Fulah e dai cavalieri del regno acquartierati
a Nazareth - non pi di centoquaranta a cui si sommavano
quattrocento fanti - si mosse alla volta degli invasori, deciso a
sbarrarne il passo.
La cronaca di ci che successe l'I maggio del 1187, quando
cio le truppe di Ridefort intercettarono le forze musulmane
all'altezza delle fonti di Cresson,  narrata nell'Itinerarium
Peregrinorum et Gesta Regis Ricardi, un resoconto della terza
crociata.
Eppure lo scarno racconto non menziona il celeberrimo dialogo,
altrimenti riportato in numerosissime fonti, che intercorse
tra Grard e il suo sottoposto Jacques de Mailly, maresciallo del
Tempio, quando si trovarono di fronte un esercito di oltre settemila
uomini che formicolava nella valle sottostante sotto la guida
di Taqui ed-Din e Al Afdal, rispettivamente nipote e figlio del
Saladino e come lui, almeno il primo, valentissimo generale.
A quella vista il saggio de Mailly, valutata la soverchiante superiorit
nemica, propendeva per una salutare ritirata, appoggiato
caldamente dal gran maestro ospitaliero Ruggero des Moulins,
che in quel frangente avrebbe desiderato trovarsi a migliaia di
miglia di distanza.
Fu allora che Ridefort furibondo volse sprezzantemente le spalle
al suo omologo e rivolgendosi al suo ufficiale lo apostrof con
parole di scherno: Amate troppo la vostra testa bionda per desiderare
di perderla. Al che Jacques rispose profeticamente: Io
morir combattendo come si addice a un cavaliere. Voi fuggirete
come un vile!.
Dopodich, i crociati si riversarono come indemoniati sui fianchi
delle alture, abbattendosi con impeto sugli infedeli l in basso.
Ci che segu  facilmente intuibile: dopo un iniziale sbigottimento,
gli ayyubidi, compresa l'effettiva consistenza delle forze
ostili, ne ebbero presto ragione.
Nonostante gli strombazzamenti eroici annotati
sull'Itinerarium, sul campo restarono praticamente tutti i miles cristiani,
compresi des Moulines e de Mailly, la cui fulva capigliatura, attaccata
al resto della testa spiccata di netto, fece presto bella mostra
di s su una picca infedele.
Solo in tre si salvarono dal massacro, uno dei quali, guarda
caso, fu proprio Ridefort.
Che sia stata fortuna sfacciata o il miracoloso intervento di un
Dio amante delle imprese folli perpetrate in Sua gloria non  dato
sapere: certo appare alquanto strano, per non dire sospetto, che
proprio colui che maggiormente era stato l'artefice di un'azione
che somigliava drammaticamente a un suicidio risulti tra i rarissimi
sopravvissuti.
Al di l delle note epiche (o folcloristiche) dello scontro, il dato
rilevante fu che, in seguito a esso, Raimondo ruppe gli indugi e
rese finalmente omaggio al re, pur se appannato dall'infamante
etichetta di traditore che da pi parti iniziava a diffondersi grazie
alla premurosa propaganda di Ridefort.
D'altro canto era tempo di serrare le fila, poich l'imponente
assembramento di truppe che Saladino stava raggruppando ad
Hauran, al di l della frontiera, dimostrava inequivocabilmente
che la precedente scorribanda musulmana fosse in realt una
missione esplorativa inserita nell'ambito di una manovra a pi ampio
respiro, il cui scopo era infliggere un colpo mortale al cuore del
regno di Gerusalemme.
Mentre tutti gli Stati latini si mobilitavano per affrontare l'imminente
confronto, templari e ospedalieri moltiplicarono i loro
sforzi, ben intenzionati a vendicare l'affronto di Cresson. I primi,
soprattutto, misero a disposizione della causa i fondi che aveva
inviato loro il re inglese Enrico Secondo come pegno d'espiazione per
l'assassinio di Thomas Becket, e destinati alla crociata che il sovrano
aveva in animo di intraprendere a breve termine.
Eppure, anche di fronte a tanta solerzia, Grard seppe brillare
di luce tremula: Corrado di Monferrato, infatti, quando otterr la
reggenza di ci che rimarr della presenza latina in Terra Santa
dopo la catastrofe che si stava profilando, accuser il gran maestro
di aver stornato per s una parte ingente di quell'obolo,
deprecandone la rapacit che non seppe controllare neppure quando
intorno tutto il mondo crollava.
Ma non fu certo questa la colpa pi grave commessa dal nobile
Grard, soprattutto se paragonata alla condotta che il templare
ebbe nel corso degli eventi immediatamente successivi, destinati
a culminare nella pi drammatica disfatta mai subita dai cristiani
in Terra Santa.
La minaccia del Saladino era riuscita a ricompattare i nobili
d'Outremer i quali avevano risposto sollecitamente alla chiamata
di re Guido.
Cavalieri giunsero dalla contea di Ascolana, di Jaffa, Ramla e
Mirabel; altri vennero dalla contea di Tripoli agli ordini di Raimondo;
pi di cento sfilarono al seguito di Rinaldo da Sidone,
la cui baronia includeva anche il Beaufort, Cesarea e Baisan; n
mancava l'irruento Rinaldo di Chtillon, signore del Krak, sempre
pronto a menare le mani, che contribu alla causa con sessanta
cavalieri; poi il siniscalco Joscelyn di Courteney, con altri trenta
e il vescovo di Lidda, con una dozzina; l'arcivescovo di Nazareth
con i suoi uomini a cui si aggiunsero settanta cavalieri da Gerusalemme,
ottanta da Nablus, altrettanti da Acri e da Tiro; innumerevoli
quelli promessi dal principato di Antiochia; e naturalmente
i templari e gli ospedalieri, il nerbo dell'esercito: forse duemila
cavalieri pesanti, armati all'europea, a costituire la forza di sfondamento
per eccellenza, senza eguali al mondo; dietro di loro un
numero imprecisato di sergenti, scudieri, palafrenieri e picchieri;
quindi la legione dei turcopoli sui loro piccoli cavalli veloci, allevati
da trib turcomanne, privi di armatura pesante; poi i balestrieri,
pagati con ci che restava di quel benedetto denaro inviato
da Enrico d'Inghilterra e mercenari come se piovessero, tra cui
molti marinai italiani giunti dai porti della costa, dove avevano
lasciato le loro navi.
Chiudeva l'impressionante panoplia la calca di fanti reclutati
dai baroni e quella dei pii pellegrini, provenienti da tutta l'Europa,
privi di armatura e armati di nodosi bastoni, per la verit pi
propensi a pregare che a combattere.
Insomma quello che si riun di fronte ad Acri il 26 giugno del
1187 fu il pi grandioso esercito cristiano che mai abbia calcato il
venerando suolo della Galilea, un fulgore di corazze lucenti sotto
il sole dardeggiante: 24.000 arditi sciamavano in un tripudio di
vessilli colorati, maestosi e imponenti, a cui si somm il conforto
della Vera Croce portata nell'occasione dal priore del Santo Sepolcro,
visto che il patriarca Eraclio aveva dato forfait per un malore,
dietro il quale le malelingue argutamente avevano intravisto
le carezze della diletta Paschia de Riveri, la fanciulla con la quale
all'epoca il sant'uomo era solito sollazzarsi.
Ma neppure Saladino aveva lasciato nulla al caso: soldati affluivano
da Aleppo, Mosul e Mardin a ingrossare l'esercito pi
numeroso che egli avesse mai comandato.
Si profilava dunque uno scontro epico, la madre di tutte le battaglie:
restava stabilire il dove e quando e dettagli tipo la tattica
migliore da adottare.
Quello stesso giorno il sultano si mise in marcia dall'Hauran.
Egli comandava il centro dell'armata di poco superiore a quella
avversaria, suo nipote Taki ed-Din l'ala destra e Kukburi l'ala sinistra.
Marci fino all'estremo sud del Mar di Galilea dove si ferm
cinque giorni, per dare il tempo ai suoi esploratori di riferirgli
ogni mossa dell'esercito cristiano. Quindi l'I luglio attravers il
Giordano a Sennabra e il 2 si accamp a Kafr Sebt, mentre le
altre sue truppe attaccavano Tiberiade, che cadde dopo un'ora di
combattimenti.
I cristiani, informati dello spostamento delle truppe avversarie,
discussero il da farsi.
Raimondo, nonostante la moglie Eschiva fosse intrappolata a
Tiberiade con una piccola guarnigione, praticamente alla merc
del nemico, propendeva per una strategia difensiva: l'attacco alla
citt puzzava di trappola sin da quella distanza e non era altro
che un pretesto per far uscire i crociati allo scoperto; attaccare in
quel mese, con quelle temperature, equivaleva fare una passeggiata
all'inferno: molto meglio attestarsi nelle citt fortificate e
attendere i rinforzi promessi da Antiochia, lasciando che l'arsura
squagliasse gli infedeli come i sorbetti che Saladino era solito
inviare ai suoi nemici per ristorarli.
Se i latini avessero dato retta al saggio consiglio di Raimondo,
oggi racconteremmo un'altra storia. Invece fu il genio perverso
di Grard, la sua folle sete di sangue, il suo furore che ebbero il
sopravvento.
Quando tutti i baroni sembravano propendere per'il conte,
quando anche il re sembrava persuaso dalle sue argomentazioni,
ecco che il templare, spalleggiato dal fido Rinaldo, si eresse contro
l'antico rivale, tacciandolo di codardia e di connivenza con il
nemico.
Fu in quel frangente che, secondo le fonti, Grard utilizz il
topos del lupo, affermando che le parole del nobile si confondevano
sotto il pelo dell'esecrato animale che nella tradizione
medievale, assieme alla variante dell'orso e della volpe, era simbolo
di doppiezza e ambiguit.
Comunque, con o senza l'ausilio di improbabili alleati zoomorfi,
il gran maestro ottenne che l'armata cristiana avanzasse verso
il suo destino.
Il 2 luglio, questa si attestava all'altezza di Seforia, dove l'abbondanza
di fonti d'acqua avrebbe ancora permesso ai latini di
attendere placidamente che i nemici riarsi se ne tornassero a
casa.
Ma ecco giungere il messaggio disperato della povera Eschiva
che resisteva strenuamente in riva al lago di Tiberiade.
Di nuovo si tenne il parlement baronale e di nuovo Raimondo
ribad che avanzare sarebbe stato un suicidio, alimentando il
sospetto che la sua attesa celasse la soluzione definitiva alle sue
beghe coniugali.
Al di l della celia il conte convinse di nuovo i presenti, ma il
fido Grard si era ormai impegnato a diventare il massimo
exemplum del perseverare diabolico.
Introducendosi nella tenda regale al termine del consiglio di
guerra, persuase di nuovo il sovrano a cambiare idea utilizzando
gli argomenti noti, a cui si sommavano deliziose varianti: alla
cattiva fama di Raimondo aggiunse l'onore che imponeva a dei
cavalieri di salvare una dama in pericolo oltre alla velata minaccia
che, se non avesse dato l'ordine di avanzare, l'ordine templare
avrebbe tolto il suo appoggio alla sua traballante corona.
Guido, che non passer alla storia per essere un simbolo di perseveranza,
fece subito diffondere la notizia che il giorno dopo
l'esercito sarebbe avanzato.
Cos, all'alba del 3 luglio, l'armata cristiana si metteva in marcia
verso Tiberiade.
Dopo sei ore di cammino sotto un sole impietoso, l'esercito
vacillava per il caldo e per i continui attacchi con cui le frecce
della cavalleria musulmana tormentavano l'avanguardia e la
retroguardia. Dopo altre due ore, verso mezzogiorno, le forze cristiane
letteralmente friggevano dentro le armature arroventate, in
cui anche muovere un passo diveniva una tortura insostenibile.
A quel punto tutti convennero con Raimondo che fosse il caso
di compiere una deviazione alla ricerca dell'acqua senza la quale
sarebbe stata morte certa.
Al termine di altre quattro ore di marcia massacrante, i crociati
erano in vista delle sorgenti poste su una collina rocciosa alla
cui sommit, per una trentina di metri, si innalzavano due gobbe
rocciose note come i Corni di Hattin: peccato che a sbarrare loro
la strada ci fosse l'intero esercito di Saladino, dispiegato quasi in
irridente attesa. Dietro di questo, a riproporre il supplizio
tantalico, si profilavano le placide acque del lago di Tiberiade.
Raimondo stavolta intendeva forzare il blocco mentre gli altri
capi, tra cui incredibilmente spiccava Grard, decisero di accamparsi,
troppo esausti anche solo per immaginare un attacco.
La notte che venne, fu tra le pi terribili nella memoria dei bivacchi
militari.
Mentre i cristiani bruciavano per la sete, i loro nemici li irridevano
versando acqua sulla sabbia, mentre il suono di canti e
tamburi ossessivi rendevano il dormire un'impresa vana.
Non paghi, i musulmani incendiarono i secchi arbusti posti alla
base della collina, il cui calore e fumo acre, penetrato nel campo
latino, costituirono il tormentoso prologo dell'inferno che presto
avrebbe inghiottito i miles cristiani.
All'alba del 4 luglio le armate del Saladino avevano gi circondato
l'altura, ma per i soldati assiepati sulla sua sommit esisteva
un solo pensiero: acqua.
Senza badare ad altro i cristiani si riversarono sui fianchi della
collina attratti dal miraggio di quella polla che si stagliava all'orizzonte,
mentre gli ayyubidi si apprestavano a farli a fette al loro
disordinato passaggio.
Fu una carneficina. In pochissimi riuscirono ad aprirsi un varco,
tra cui Raimondo, destinato a finire i suoi giorni di l a poco, a
Tiro, abbattuto da una pleurite esiziale.
Gli altri rimasero sul campo e i sopravvissuti furono tutti fatti
prigionieri, in numero cos alto che il mercato degli schiavi sub
un tracollo tale che un cristiano si scambiava al costo di un paio
di sandali.
Tra le tante lettere che furono scritte per divulgare la vittoria, il
cronista Abu Sma ne riporta una in particolare diretta a Baghdad,
in cui l'autore con sangue freddo registrava dei dettagli raccapriccianti:
a Damasco il crollo dei prezzi dei captivi cristiani fece s
che, per incentivare la domanda, essi fossero venduti assieme alle
mogli e ai figli, mentre non era raro trovare per le strade teste di
latini esposte come meloni. In Siria, come d'altronde in alcune
citt italiane, c'era l'uso di esporre sulle bancarelle tali cucurbitacee
tagliate a met e composte a forma di piramide, e pare che
i devoti musulmani avessero iniziato a comprare i prigionieri cristiani
per staccargli la testa e riproporre il medesimo spettacolo.
Chi non poteva sperare di ricevere trattamento migliore furono i
fratres templari catturati insieme al loro magister Grard: troppo
temuti, troppo crudeli per augurarsi che la rinomata clemenza di
Saladino si estendesse anche sui loro capi.
Il quale anzi nell'occasione mostr il suo volto pi feroce.
Secondo il resoconto registrato dal suo segretario Imad
ad-Din, il sultano promise cinquanta denari a chiunque portasse un
templare o un ospitaliero prigioniero. Subito i soldati ne portarono
centinaia, ed egli li fece decapitare perch prefer ucciderli
piuttosto che ridurli in schiavit. Era circondato da un gruppo di
dottori della legge e di mistici, e da un certo numero di persone
consacrate alla castit e all'ascetismo. Ognuno di essi chiese il
favore di uccidere un prigioniero, sguain la spada e scopr l'avambraccio.
Il sultano stava seduto con la faccia sorridente... Le
truppe erano schierate, con gli emiri su due file. Fra i religiosi,
alcuni diedero un taglio netto ed ebbero ringraziamenti; la spada
di altri esit e rimbalz: furono scusati; altri ancora furono derisi
e sostituiti.
Eppure, a questa sorte scamp proprio colui che pi di tutti
avrebbe meritato tale trattamento, perlomeno nelle preghiere angosciate
e silenziose di tutti coloro i quali soccombevano trucemente
a causa della sua follia e della sua condotta criminale.
Ma si sa, l'erba cattiva non muore mai e anche in tale frangente
l'antica massima fu rispettata.
Grard fu risparmiato, molto probabilmente per essere utilizzato
come moneta di scambio, come infatti avvenne di l a poco.
Una sopravvivenza che contribu non poco a offuscarne la gi
torbida memoria, come avvenne centodieci anni dopo, quando,
durante il processo contro i templari, si diffuse la notizia che
Grard de Ridefort si fosse segretamente convertito all'Islam,
piangendo ai piedi di Saladino come un bambino, per salvarsi la
testa.
Un particolare forse divulgato ad arte, teso a screditare la fama
degli inossidabili cavalieri, ma che troverebbe conferma dal
comportamento adottato dall'ormai non pi prode magister negli
eventi successivi.
La vittoria di Hattin aveva spalancato a Saladino la porta del
regno di Gerusalemme: annientato il pi grosso esercito cristiano
mai conosciuto in quelle lande, a cui la Vera Croce, oltraggiata
dal comportamento del patriarca aveva deciso di voltare le spalle,
non restava che conquistare le singole fortezze cristiane per restituire
la Terra Santa all'Islam.
Durante questa avanzata trionfale, Grard dette ampiamente
prova di quale fosse la sua vera natura.
Quando a settembre l'armata musulmana si port sotto le mura
di Ascalona, Saladino offr la liberazione di re Guido e del gran
maestro in cambio della capitolazione. I due supplicarono come
due anziane prefiche affinch la popolazione accettasse la resa,
ricevendo in cambio lazzi e sberleffi che si alzarono dagli spalti
assiepati dai difensori. La citt fu poi presa, ma a differenza del
templare mantenne saldo l'onore.
Stessa solfa pochi giorni dopo, di fronte ai bastioni di Gaza.
Qui per la norma templare che vigeva in citt obbligava all'obbedienza
dei voleri del magister, anche se questi risultarono di
difficile interpretazioni, rotti dai pianti e dai lamenti con i quali il
sommo capo dell'ordine impetrava ai cittadini di abdicare per la
sua salvezza.
Quel giorno Grard ottenne la libert, ma la resa dei conti non
era lontana.
Ritroveremo infatti Ridefort in quella banda di disperati composta
da templari, ospitalieri e franchi dispersi che all'indomani
della liberazione di Guido da Lusignano lo riconobbero come
capo, impegnandosi a seguirlo sino alla morte.
Grard, fedele fino all'ultimo alla Militia Christi, nel luglio del
1189 si distinse a Tortosa, in uno degli scontri che drappeggiarono
il vessillo della terza crociata, per poi finalmente chiudere la
propria parabola il 4 ottobre, quando, coprendo la ritirata della
fanteria nell'assedio alla citt di Acri, mor con la spada in pugno
ricevendo la corona del martirio.
Questo almeno racconta tale Ambrose nell'Estoire de Eracles
Empereur et la Conqueste de la Terre de Outremer, il manoscritto
del 12esimo secolo su cui si basa la pi nota Cronaca di Ernoul.
La fonte, al pari di altre, appare impegnata a emendare il comportamento
non proprio eroico di Grard ai tempi della cattivit,
intollerabile per chi rivestiva un ruolo cos prestigioso in seno
alle armate sante della Cristianit. Fonti arabe propongono una
ricostruzione meno altisonante, in cui il templare non solo non
accolse impavido la bella morte, ma fu ucciso dopo essere stato
indegnamente catturato e dopo aver spifferato notizie sugli effettivi
dell'esercito cristiano. Solo che in questo caso la clemenza
di Saladino non poteva tollerare di liberare per la seconda volta
colui che aveva giurato di non muovere le armi contro di lui, una
deroga concessa solo a Baliano di Ibelin sul cui valore, a differenza
di Ridefort, il sultano non nutriva dubbi.
Inquadrare la figura di Grard risulta un esercizio abbastanza
complesso: uomo dedito alla promozione personale, incurante di
quale potesse essere il prezzo; schiavo di un'insana sete di vendetta,
per la quale sacrificare un popolo e un regno; folle animato
da un crudele furore bellico, tanto spavaldo sul campo di battaglia,
quanto codardo tra i ceppi della prigionia; anima persa desiderosa
del riscatto di un glorioso martirio.
Ma forse, a ben guardare, quello che a molti appare come un
enigma, si rivela come il chiarissimo paradigma del perfetto soldato
di Cristo.

Capitolo 20.
Hermann Balk.

Magari definirli i bisnonni di Hitler, secondo un'infelice
formula coniata nel corso degli anni Settanta del secolo scorso,
appare leggermente esagerato. Di certo per le imprese compiute
dai prodi fratelli dell'ordine teutonico diffcilmente rientrano
nella categoria delle nobili gesta con cui si  soliti infiorettare
l'epopea cavalleresca medievale.
D'altronde, se quei milites gloriosi riuscirono a catalizzare la
morbosa fantasia di Himmler, tanto da ispirarsi a essi per la creazione
delle spregevoli SS, un motivo ci deve pur essere.
Con ci non intendiamo prestare il fianco indulgendo a quella
paccottiglia esoterica che pretende di associare la benemerita
istituzione a improbabili trame dell'occulto; n ci preme alimentare
quella sorta di concorrenza con coloro che a ogni buon diritto
possono essere considerati i loro fratelli maggiori, i templari, di
cui i teutonici finiranno per costituire una sorta di alter ego dark
nell'universo limaccioso delpulp pi infimo.
Intendiamo semplicemente sottolineare come anche questa creatura
fin per incarnare, pur con le dovute differenze, la stessa
brama di potere che aliment gli ordini monastico-guerrieri che
la precedettero, costituendo l'ennesima declinazione della grammatica
della violenza di cui la Chiesa appare essere magistra insuperabile.
E come, tale inestinguibile pulsione, si sia incanalata in quegli
uomini la cui crudelt rappresentava un vettore attraverso cui manifestarsi
come atto terribilmente naturale.
Uno di questi fu Hermann Balk, il cavaliere che ebbe l'onore di
guidare l'Ordine Teutonico di Santa Maria di Gerusalemme alla
conquista della Prussia, divenendone il Maestro provinciale o per
dirla alla tedesca il Landmeister.
La puntualizzazione linguistica non  un vezzo filologico, visto
che tutto in questa confraternita trasuda di essenza germanica.
L'ordine era nato dall'esigenza di assicurare una valida protezione
per i pellegrini d'origini tedesche che si recavano nella
Terra Santa conquistata dalle armate crociate. Un afflusso che per
molto tempo apparve modesto se paragonato alle frotte di francesi,
inglesi, italiani e fiamminghi che invece si affannarono ad
affollare le sacre terre calcate dal Cristo.
La sua origine andrebbe fatta risalire ai tempi della prima crociata,
quando una coppia di coniugi, mercanti tedeschi provenienti
da Brema o Lubecca, prest soccorso a un connazionale ferito
durante la sanguinosa presa di Gerusalemme del 1099, inaugurando
un'attivit di ricovero e accoglienza che avrebbe privilegiato
elementi provenienti da zone germanofone, spesso incapaci
di comunicare con gli altri pellegrini poco avvezzi a masticare la
loro lingua.
Per i primi tempi, questa istituzione visse come una sorta di
emanazione del ben pi organizzato ordine degli Ospitalieri di
San Giovanni, sotto la cui tutela sarebbe stato posto a partire dal
9 dicembre del 1143, almeno secondo un documento pontificio di
incerta autenticit. Molto pi certa appare la trasformazione da
organismo con funzioni ospedaliere a vero e proprio ordine militare,
una metamorfosi avvenuta attorno al 1198, imitando in tutto
e per tutto l'organizzazione e la Regola dei Cavalieri Templari:
solo la croce della divisa cambi colore, trasformando nel nero
della morte il rosso del sangue con cui i fratelli maggiori avevano
saputo tingere i propri candidi mantelli.
Ci avvenne in concomitanza della terza crociata, quando la
spinta evangelica di Federico Barbarossa rappresent un
formidabile incentivo alla moltiplicazione della presenza tedesca in
Outremer.
La furia del Barbarossa si spense fatalmente due anni dopo nelle
gelide acque del fiume Salef, mentre l'ardore dei suoi sudditi
era destinato a sopravvivergli per poco pi di un secolo, quando
fatalmente la caduta di Acri del 1311 segner la fine delle velleit
cristiane in quel martoriato spicchio di mondo.
Ma i prodi cavalieri teutonici, la cui condotta per la verit in
quel tragico frangente fu contrassegnata pi da ombre che luci,
avranno il tempo di incarnare ci che lo storico Heinrich von
Treitschke, defin il triplice orgoglio: quello del cristiano, del
cavaliere, del tedesco.
Ora, al di l dei dubbi che una simile esternazione potrebbe
legittimamente ingenerare, tenuto conto che chi l'ha formulata
sia stato uno che stravedeva per Bismarck al punto da venerarlo
come l'eroe della presunta potenza germanica, bisogna ammettere
che i cavalieri teutonici godettero dell'indiscusso vantaggio di
beneficiare contemporaneamente dei favori del papato e dell'impero:
il primo vedeva di buon occhio l'impegno con il quale i
sudditi del rivale si prodigavano nell'adempimento della sacra
missione della crociata; il secondo coglieva l'importanza strategica
di poter contare su una forza militare germanica che operasse
nel Mediterraneo.
Il combinato disposto di questi due elementi caratterizzer la
storia peculiare di quest'ordine che dal canto suo dovette semplicemente
continuare a compiere ci che sapeva fare meglio, vale a
dire massacrare e conquistare.
Fu cos che quando i latini furono presi a calci dai musulmani
e costretti ad abbandonare la Terra Santa, i cavalieri teutonici
avevano ben poco di cui preoccuparsi, dal momento che il loro
fulgido destino era stato gi ampiamente tracciato da quella fervida
mente che fu il loro quarto gran maestro, Hermann von
Salza.
Figura quanto mai controversa, capace di suscitare interpretazioni
antitetiche secondo le quali  considerato un geniale e valoroso
uomo politico quanto un avventuriero senza scrupoli, il
cui unico scopo era quello di raggiungere le vette della gloria
personale, egli riusc sicuramente in un'impresa senza precedenti:
quella cio di garantire all'ordine da lui guidato la possibilit
o meglio, il diritto, di costruire uno Stato monastico autonomo
con il quale assecondare la brama di potere, la sete di sangue e
il desiderio di conquista: ci che in buona sostanza costituiva la
nuda e cruda intelaiatura di ogni ordine monastico cavalleresco,
sulla quale si innestavano tutte le sovrastrutture spirituali atte a
celarne la reale natura.
Il particolarissimo ruolo che von Salza aveva saputo ritagliarsi,
ago della bilancia nella politica tra Federico Secondo e i pontefici che di
volta in volta si succedettero a contendere il primato al mirabolante
Puer Apuliae, offrirono aWHockmeister, come altrimenti era
noto il Gran Maestro, una libert di manovra assai ampia che
finiva per riflettersi sui destini dei benedicenti confratelli cavalieri.
Cos, dopo aver fatto le prove generali in Transilvania, dove un
primo tentativo di radicamento ed espansione dell'ordine fu definitivamente
frustrato dal re d'Ungheria Andrea II, che nel 1225
invitava cordialmente a togliersi dai piedi quegli ospiti tanto ingombranti
quanto sgraditi, gli incontinenti teutonici giungevano
finalmente in quella che sarebbe diventata la loro terra promessa:
la Prussia.
Galeotto fu, manco a dirlo, il buon von Salza, che l'anno successivo,
il 26 marzo del 1226, in risposta a una chiamata di aiuto
impetrata dal duca Corrado i di Mazovia, riusciva a strappare
all'imperatore Federico un documento che concedeva ai teutonici
la facolt di insediarsi nella Terra di Chelmno.
La regione, situata nell'odierna Polonia centrale, avrebbe costituito
il premio con cui il nobile intendeva pagare il debito contratto
con l'ordine qualora intervenisse a debellare i pagani che
infestavano le sue terre, ma quel furbastro di von Salza and ben
oltre le concessioni del duca, ottenendo il permesso di assoggettare
tutte le terre che fossero eventualmente cadute in possesso
dei teutonici nel corso delle operazioni.
Tale privilegio, conosciuto come Bolla d'oro di Rimini, dal
nome della citt in cui fu redatto, sanciva di fatto la nascita di ci
che diventer la Prussia germanica.
Quello che non ratificava erano gli orrori che si sarebbero perpetrati
durante la gloriosa campagna di annessione e colonizzazione
di quelle terre selvagge, ma probabilmente si dava per
scontato che per aver ragione di quei popoli barbari e pagani ci
sarebbero volute le maniere forti. Sempre e solo a maggior gloria
del Signore, guai a dimenticarlo!
I cavalieri infatti ebbero cura di alimentare costantemente una
retorica che giustificasse il loro intervento armato nella regione,
dal momento che i poteri politici di cui erano stati investiti erano
direttamente proporzionali alla loro capacit di accrescere il mito
della crociata per l'evangelizzazione delle terre del Nord.
Era dunque essenziale che la Cristianit latina considerasse che
combattere in Prussia fosse una cosa positiva per l'anima.
A giudicare dai risultati, i cavalieri riuscirono benissimo nel
loro intento, intraprendendo una delle missioni pi sanguinose di
tutta la storia del Medioevo.
A iniziarla, fu appunto Hermann Balk, colui che a ogni buon
conto pu essere considerato l'alter ego di von Salza, i cui impegni
diplomatici presso le corti europee e soprattutto presso la Curia,
dove marcava stretto il pontefice per tentare di ricavarne quanti
pi possibili benefici, tenevano lontano dal vivo dell'azione.
La scelta di Balk si dimostr quanto mai appropriata, almeno
secondo il punto di vista dei colonizzatori, tanto che una certa
storiografia moderna, per la verit con accento smaccatamente
sensazionalistico, non ha esitato a conferirgli l'appellativo di Pizarro
delle terre baltiche.
Al di l dell'orrore che tali infelici accostamenti possano comprensibilmente
suscitare, non vi  dubbio che lo zelo profuso dal
cavaliere nell'adempiere al compito assegnatogli fu mirabile, attribuendo
a quella campagna i tratti peculiari che diventeranno il
marchio di fabbrica con cui i cavalieri teutonici suggelleranno la
loro secolare presenza in questo lembo d'Europa.
La sua strategia fu semplice e incisiva: penetrazione, massacro,
saccheggio e conversione, il tutto ripetuto con una monotonia
che, se non suscitasse il rispetto delle migliaia di vittime che gener,
risulterebbe nauseante.
A scandire le tappe di questa epopea, ci penseranno le illuminanti
pagine del Chronicon Terrae Prussiae, un dettagliato resoconto
che il fratello Peter von Duisburg, anch'egli appartenente
al glorioso ordine, termin nel 1326, inaugurandone di fatto la
storiografa ufficiale.
Apprendiamo cos che nel 1230 Balk part da Landsberg in compagnia
di un agguerrito manipolo composto da sette Ritterbruder,
i fratelli cavalieri che costituivano l'lite militare della confraternita
e da un contingente tra le settanta e le cento unit costituito
da Grumantler, letteralmente gli uomini dal mantello grigio,
i fratelli sergenti conosciuti in Terra Santa come turcopoli e da
Halbbriidder, i semifratelli con funzione di scudiero.
Corrado di Mazovia, che non si aspettava niente di pi di una
piccola forza, come quei templari, ospitalieri o gli appartenenti
all'ordine spagnolo di Calatrava che aveva gi introdotto nella
regione con scarsi risultati, assegna ai nuovi venuti l'insediamento
di Vogelsang-Warsin, un fortino di legno precedentemente costruito
dallo stesso Corrado, situato nei pressi della futura citt di
Torun sulla riva sinistra della Vistola.
Qui Balk, dimostrando di essere degno compare di von Salza,
con il quale evidentemente non condivideva soltanto il nome, si
assicur che il duca confermasse quanto promesso in precedenza,
evidenziando, se mai ce ne fosse bisogno, quanto l'urgenza
evangelica cedeva inevitabilmente il passo di fronte a molto pi
cogenti necessit terrene.
Intascata per la seconda volta l'assicurazione che a cose fatte il
Culmerland sarebbe passato nelle capaci mani teutoniche, Balk
rinfrancato si mise all'opera, mettendo subito in chiaro di che
spessore fosse la sua tempra.
Non appena passata la Vistola, il gruppo di Balk entr in contatto
con un nobile pruteno, dal nome molto poco prussiano di Pipino,
il quale esercitava un discreto controllo del territorio avendo
fortificato tre alture a guardia delle quali aveva posto un discreto
numero di uomini armati.
Balk non si fece scrupolo di attaccare il nobile, nonostante questi
avesse da tempo accettato il cristianesimo da cui aveva ricevuto
il battesimo e quel nome curioso. Vinto e catturato, il poveretto
fu messo a morte come relapso in modo estremamente crudele:
fu sventrato e le sue interiora furono inchiodate a una quercia
considerata sacra, mentre lui era ancora vivo; poi, come se non
bastasse un supplizio cos raccapricciante, fu costretto a correre
fino a che glielo permetteva l'estensione delle sue viscere fumanti,
sino a che, pietosa, giunse finalmente la fine.
Questo  almeno il resoconto dell'esecuzione stilato, non senza
una punta di agghiacciante compiacimento, dalla cronaca dei
cistercensi di Oliwa, in Pomerania: d'altronde, il fanatismo con
cui l'abbazia auspicava la lotta contro i pagani e gli infedeli riemerse
in tutta la sua crudezza non pi di un secolo dopo, quando
all'indomani delle immani perdite di Crcy, il cronachista cos
si lamentava: Se solamente tutti questi uomini fossero stati immersi
nel sangue dall'infedele, per la causa del regno celeste e per
la difesa della fede cattolica; in quel caso le anime del paradiso
avrebbero esultato, ma poich quell'ecatombe era avvenuta per
amore di un regno terreno, l'ignoto relatore chiosava che c' da
temere che si sia esultato per questo evento tra le anime dell'inferno.
Era dunque questo il tenore ideologico che accompagnava e
giustificava le imprese di Balk, il quale, dopo la morte di Pipino,
era ormai diventato lo spauracchio di quelle terre che ebbero la
sventura di testimoniarne il passaggio.
Gli stessi toni serpeggiano nel Chronicon, in cui la lunga esposizione
dei fatti militari appare costantemente ammantata dalla
rappresentazione di una fatale lotta dei soldati di Dio contro i
nemici della fede.
Cos, il bianco mantello di Balk che avanza tra le nevi invernali
di quelle fredde regioni assomiglia sempre pi al flagello con il
quale il Padreterno ha deciso di abbattersi su quelle popolazioni
che avevano avuto l'ardire di porsi contro il suo volere,
scatenandone il giusto castigo.
In quest'ottica tutto diventava lecito: dalla campagna campale,
in cui si esaltava la lotta all'ultimo sangue, sino al pi spregiudicato
rapimento di donne e bambini, una pratica abusata dal valente
condottiero per fiaccare la resistenza dei pruteni che si opponevano
contro quella che altro non era se non una violenta aggressione.
Nel mezzo, una lunga catena di efferatezze di cui pare che Balk
si cibasse come pane quotidiano e di cui il Chronicon registra
puntuale testimonianza.
Apprendiamo cos che quel giorno furono uccisi dai fratelli
millecinquecento uomini e dopo aver reso grazia a Dio per la
vittoria, tornarono con un ricco bottino pieni di gioia nel Signore
[...] e dopo una lunga battaglia, in cui vi furono morti e feriti da
entrambe le parti, essi uccisero tutti. Cos per grazia d Dio, quel
giorno furono ammazzati oltre tremila tra abitanti della penisola
di Samland e altri prussiani [...] Il maestro fratello Enrico (Balk)
riun dunque i fratelli e pellegrini, and in battaglia e nel mezzo
della notte di Natale giunse a una fortezza in Pomerania, che sorgeva
sul luogo dell'odierna Alt-Christburg; appoggiarono scale
alle mura, entrarono furtivamente e conquistarono la fortezza, gli
abitanti furono tutti catturati e uccisi. Un bel regalo per la notte
di Natale. [...] e nella loro ira uccisero poi i peccatori. La spada
brandita dai cavalieri cristiani divor la carne degli infedeli [...]
e cos fu provocato un grosso bagno di sangue tra il popolo dei
prussiani; in quel giorno ne caddero oltre cinquemila. Dopo di
che i crociati tornarono tutti a casa felici e lodarono la grazia del
redentore... et cetera, et cetera per circa 362 capitoli.
Quella di Hermann Balk, cos sapientemente dipinta, pu essere
considerata una crudelt funzionale.
Affidatogli il compito, egli lo esegu al meglio delle sue possibilit:
che poi svolgere tali mansioni si confacesse alla sua natura
sanguinaria non fu che un felice binomio i cui frutti valsero
all'ordine teutonico la presa di possesso di un territorio nel quale
i monaci guerrieri prosperarono per oltre tre secoli, ma le cui influenze
si protrassero sino al limitare dei tempi attuali.
Nel 1232, tutte le terre che furono di Pipino appartenevano ormai
ai cavalieri teutonici e nel 1233 questi avevano gi costruito
la citt di Chetalo e l'insediamento di Torun, il cui toponimo 
stato spesso associato al castello di Thoron in Terra Santa o fatto
risalire a Thor, il dio del tuono nel pantheon germanico: molto
pi verosimilmente la sua origine ebbe invece una matrice slava
e stava a indicare un luogo vicino a una strada, chiamata appunto
tor in quell'idioma.
Da l i teutonici intrapresero le loro campagne di penetrazione,
forti di un rinnovato contingente formato da venti Ritterbruder e
duecento Graumntler.
Con queste forze Balk nel 1233 invase la Pomerelia e in men
che non si dica conquist vaste porzioni di territorio, sfruttando la
Vistola come rete di approvvigionamento. Nell'occasione costru
l'insediamento di Marienwerder su un'isola del fiume, rendendo
giustamente grazie alla madre del Signore sotto le cui insegne
compiva alacremente la battaglia per la fede.
A questo punto scatt la seconda fase della campagna, secondo
una strategia ben collaudata qualche anno prima, ai tempi della
scampagnata transilvana: dopo il rastrellamento delle terre, venivano
fatti affluire dalla Germania coloni, che ricevevano terre e
maggiori libert rispetto alla consuetudine. L'intento era chiaro:
l'occupazione della regione da parte dei coloni tedeschi permetteva
di controllare saldamente le popolazioni prussiane a cui era
imposto il battesimo oppure la fuga o la morte.
Nel 1234, la costruzione della fortezza di Radzyn attestava
quanto ormai la conquista della terra di Chetano fosse un affare
concluso. Tanto da solleticare gli appetiti di papa Gregorio Nono
che in quell'anno poneva l'ordine teutonico sotto l'alta sovranit
apostolica, non dimenticando di sottolineare che tale privilegio
sarebbe stato accordato anche e soprattutto a tutte le terre che i
prodi cavalieri avevano sinora assimilato o si accingevano a fare.
Una sottomissione che i teutonici ammisero solo formalmente,
rimanendo di fatto i padroni assoluti di un territorio che di l a
qualche decennio sarebbe divenuto uno Stato indipendente.
Ci pot avvenire perch questi benedetti cavalieri, a differenza
dei loro omologhi che costituivano delle vere e proprie multinazionali
della fede, ossequiose sino all'eccesso nei confronti delle
volont pontificie, mal digerivano le intrusioni esterne, considerandosi
in definitiva puri e semplici tedeschi.
Vincolati sin dalle origini a un'idea nazionale rigidamente circoscritta
alla Vaterland, la patria germanica, si percepivano come
un insieme di tedeschi associati tra loro per compiere un'impresa
straordinaria in terre lontane.
Erano dunque i fedeli interpreti della Mnnerbund, fa categoria
antropologica coniata dall'etnologo Heinrich Schurtz all'inizio
del secolo scorso che individuava alla base dello spirito tedesco
l'appartenenza a una sorta di confraternita di uomini liberi, uniti
dal vincolo del sangue e raccolti attorno a un capo: una definizione
quanto mai appropriata per indicare l'essenza che animava
l'ordine teutonico, cos simile e cos diverso dagli altri ordini monastici
guerrieri.
Molto pi vicini all'impero dunque, di cui rappresentarono
da sempre una sorta di Kolonialtruppe, un'emanazione armata
a caccia di nuovi territori, a cui la genialit e l'intraprendenza
politica di von Salza aveva garantito un'autonomia senza precedenti,
e dalla quale il fido Balk non aveva nessuna intenzione di
allontanarsi.
Anzi, questo oscuro figlio della Bassa Sassonia, delle cui origini
si conosce poco o nulla, sembr prendere vita solo nel momento
in cui entr a far parte dell'ordine nel 1189 ad Acri, divenendo
l'incarnazione perfetta di un gruppo che affondava nella lotta e
nel sangue la sua ragion d'essere.
Orientato da questi ideali, Balk accett di buon grado le truppe
che la brama di Gregorio Nono gli forniva costantemente sin dal
1233, attirate dal bando di una nuova crociata che divenne una
sorta di sport a cui si dedicheranno per decenni tutti i rampolli
della nobilt europea.
Con cadenza stagionale, a seconda che i loro gusti fossero attratti
dalla reysa, incursione invernale o da quella estiva, a frotte
sciamarono verso la Prussia a compiere il proprio dovere di
buoni cristiani, incentivati dal premio delle indulgenze e soprattutto
dalla garanzia di facili bottini.
Che a volte potevano risultare estremamente generosi, come
dimostra l'investitura perpetua con cui Hermann Balk gratific
nel 1236 un cavaliere, concedendo a lui e ai suoi eredi maschi e
femmine un forte, trecento hide (ognuna corrispondente a circa
cinquantatr acri) con annesse pescherie e i tributi di tre villaggi.
La crudelt che Balk ostentava verso i pagani poteva tramutarsi
in estrema munificenza se rivolta a chi era disposto a coadiuvarlo
nella nobile impresa della colonizzazione.
Ma l'ordine e il suo landmeister non predilessero solo l'apporto
della casta nobiliare: spesso e volentieri si avvalsero anche delle
capacit militari di uomini di bassa estrazione sociale, dimostrando
un insospettabile spirito ecumenico che non storceva il naso di
fronte a ignobili natali. Cos tagliagole, assassini e soldataglia di
ogni ordine e grado pot partecipare alle epiche imprese, contando
addirittura sull'apporto di prussiani rinnegati che, conosciuti
con il termine quanto mai significativo di latruncoli o strutere,
erano autorizzati a terrorizzare le zone non ancora assoggettate
con azioni di guerriglia e di saccheggio, tanto sporche quanto abbondantemente
lodate.
Fu in compagnia di tali degni compari che Balk pot dedicare
tutto ci che rimaneva della sua esistenza al perseguimento del
mandato affidatogli, alla quale seppe aggiungere l'ineguagliabile
ausilio dei famigerati Cavalieri di Dobrzyn, uno sparuto quanto
agguerrito manipolo di fanatici che, sorti nel 1225 con l'intento
peculiare di difendere le frontiere polacche dalle incursioni prussiane,
conflu nelle file teutoniche con tanto di bolla papale datata
19 aprile 1335: con buona pace del vescovo di Oliwa Cristiano,
il loro antico signore che all'epoca del trasferimento languiva,
senza troppi rimpianti in casa tedesca, tra le grinfie dei prussiani,
dopo che un incauto tentativo di evangelizzazione l'aveva consegnato
loro mani e piedi.
Quando il 5 marzo del 1239 Hermann Balk mor, aveva gi intrapreso
la penetrazione della Pogesania da circa due anni, grazie
all'utilizzo di due grandi imbarcazioni fluviali che gli permisero
di raggiungere il delta della Vistola e fondare l'insediamento di
Elbing.
Da l sarebbe continuata la feroce crociata cos degnamente iniziata,
alla fine della quale nel 1283, dopo cinquantatr anni di violenze
indicibili, si conter lo sterminio di 80.000 pruzzi (cos erano
chiamati gli antichi prussiani) e la pressoch totale distruzione del
loro antico assetto sociale, delle loro credenze e della loro dignit
di uomini, ridotti nel nome del cristianesimo al rango di schiavi.
Una gloria di cui Hermann Balk potr vantare in eterno la paternit.

PARTE SETTIMA.
CI SONO PI ROGHI IN TERRA...
...DI QUANTI NE PU SOGNARE LA TUA FILOSOFIA.
   
Capitolo 21.
Julius Echter von Mespelbrunn.

Venne il giorno in cui la Chiesa consum nella furia del fuoco
di migliaia di roghi la propria paura.
Per lungo, lunghissimo tempo la sposa di Cristo si era cibata di
essa, si era vestita di essa, avvolgendosi nel suo ventre come nel
tepore di una vecchia coperta, in cui prosperava e cresceva forte
e terribile.
Fu attraverso la paura che l'Ecclesia accumul il suo potere
millenario, la cui forza risult molto pi convincente di un faticoso
quanto utopico canto d'amore, nel quale d'altronde non manc
certo di intonare la propria voce.
Ma pi che le delizie dell'abbraccio misericordioso di Dio, ci
che costrinse l'uomo ai suoi voleri fu la minaccia della dannazione:
e non quella procrastinata dopo la morte, la cui dilazione
avrebbe inciso minimamente in un essere indolente per natura e
incapace di immaginare a priori ci che appare lontanissimo e
quasi sfocato nel tempo, ma quella incombente che i volenterosi
interpreti del mandato divino prospettavano su questa terra e
nell'immediato, riservando gli orrori del carcere e dei supplizi a
tutti coloro che si mostravano poco ricettivi agli insegnamenti di
cui il clero si era fatto indegno latore.
Ma la paura ha il pessimo vizio di rimanere invischiata su tutti
coloro con i quali entra in contatto, intossicandoli con i veleni con
cui quelle volute sinuose voluttuosamente si avviluppano.
Siano essi vittime o carnefici.
Cos colei che, manipolando il terrore e piegandolo ai suoi
dettami, credeva di essere immune al suo letale abbraccio, rimase
coinvolta nelle sue spire, alle quali soccombette come le vittime
verso cui aveva riversato un frutto tanto esiziale.
Quelle ossessioni nelle quali la Chiesa vedeva concretizzarsi le
sue paure furono in sostanza i fantasmi dai quali essa non era mai
riuscita a liberarsi, pur credendo di sconfiggerli attraverso una
ferrea detenzione del potere: ma anzi, proprio in quel logorante
esercizio essa alimentava ci per cui era nata e che sostanzialmente
ha sempre costituito la sua vera ragione d'essere, la sua
natura pi intima.
In un allucinato gioco di specchi, la Chiesa, intesa come istituzione
di massa e come tale soggetta ai fenomeni sociali pi
elementari, tentava di esorcizzare ci che in qualsiasi societ finisce
per diventare una delle pulsioni pi elementari, vale a dire
la paura dell'altro.
Ci che  percepito come alieno, diverso da s, inevitabilmente
diviene un pericolo, una minaccia alla propria identit di cui disfarsi
con qualsiasi mezzo. In questa dialettica il potere si trasforma
in un ottimo antidoto, un viatico attraverso il quale coltivare
l'illusione che la prevaricazione di ci che  interpretato come un
nemico garantisca la propria sopravvivenza e il proprio benessere.
Peccato che la paura, quel meccanismo su cui si basa l'intero
processo, presenti delle implicazioni che la rendono inafferrabile
anche, e oserei dire soprattutto, in coloro che si piccano di saperla
domare.
Perch se  vero che da un lato essa identifica un pericolo reale,
chiaro e manifesto a tutti come un'epidemia di peste o un'invasione
di turchi, dall'altro essa indulge spesso al fastidioso vizio di
autoalimentarsi attraverso un'estensione di s verso cause fittizie
o perlomeno sconosciute.
L'oggetto della paura diventa quindi una costruzione sociale,
una sorta di codice attraverso cui interpretare se stessi e il mondo
circostante.
 quanto avvenne con il fenomeno noto come caccia alle streghe,
che raggiunse il suo parossismo nei secoli 16esimo e 17esimo.
Contrariamente a quanto sostenuto da una robusta tradizione
che imputava al Medioevo l'oscuro propagarsi di un evento cos
raccapricciante, furono invece le et sfolgoranti del Rinascimento
e quelle leggermente pi inquiete del Barocco gli ambiti temporali
in cui i roghi sfavillarono con maggior vigore, a illuminare
la buia notte dell'irrazionalismo.
In un'epoca in cui la Chiesa perdeva sempre di pi le certezze
sulle quali si era appoggiata, attaccata da un'arrembante riforma
che ne scuoteva l'unit sin nelle radici, disorientata da un mondo
che le recenti esplorazioni geografiche avevano reso molto pi
vasto e sconosciuto, decimata da un morbo che, seppur deflagrato
quasi due secoli prima, aveva stravolto la compagine demografica
del gregge che con tanta efficienza pascolava - costringendola
ad assistere a un radicale riassetto di fibre sociali che non riconosceva
pi come sue - fu quasi fisiologico che un'istituzione
che aveva sempre reagito alle crisi mostrando il ghigno della sua
faccia peggiore, rispondesse a tali stravolgimenti con un rigurgito
di violenza senza precedenti.
E come spesso accade in quei frangenti in cui il termometro
della paura raggiunge il suo apice, ecco sfogare immediatamente
quella pressione insostenibile verso il primo bersaglio recepito
immediatamente come un nemico.
E chi meglio della donna, in una societ maschilista che ha
sempre ritenuto l'altra met del cielo come un'appendice imperfetta,
l'espressione incompleta in cui la somiglianza di Dio
spesso subiva la distorsione delle lusinghe del suo eterno rivale
demoniaco?
E pensare che a rendere ancor pi capillare tale convinzione fu
proprio la diffusione della stampa, che per altri versi  sempre stata
considerata come uno strumento innovatore e dispensatore di
cultura, un formidabile ausilio alla dispersione delle cupe coltri
dell'eterna tenebra medievale, in cui una sin troppo preconcetta interpretazione
confinava le catene di un'opprimente superstizione.
E invece fu proprio la proliferazione di quel mezzo mai troppo
benedetto, perlomeno dagli alfieri del razionalismo e di una
visione laica del mondo, che paradossalmente infett l'Europa
dei germi di una febbre in cui erano destinate a bruciare mogli,
madri, figlie e sorelle.
Furono infatti libri come il devastante Malleus maleficarum
che, raggiungendo una distribuzione inimmaginabile senza l'avvento
dei prodigi di Gutenberg, alimentarono il fuoco su cui quelle
sventurate riarsero.
Vittime di una psicosi collettiva che forse costitu l'unico vero
punto di incontro in cui l'altrimenti squassata famiglia cristiana
ritrov univocit di intenti e passioni.
Cattolici e protestanti, calvinisti e zwingliani formarono un
fronte compatto, come compatta era la paura da cui tale ossessione
traeva origine.
Ma come avviene spesso all'interno di fenomeni di grande portata,
ci fu chi seppe coagulare meglio di altri le istanze che gravitavano
in quel particolare frangente, a un punto tale da divenire
riconoscibili in mezzo a un flusso che altrimenti sarebbe stato informe
e anonimo. Ci fu possibile solo grazie alla manifestazione
delle proprie doti, capaci di interpretare la natura pi profonda dei
movimenti di cui si trovarono a essere protagonisti.
Uno di questi fu Julius Echter von Mespelbrunn, la cui spiccata
vocazione sanguinaria e malvagia lo rese il candidato ideale a
rappresentare un tempo altrettanto tetro e crudele.
Una posizione alla quale contribu in maniera preponderante
l'essere un figlio di quella Germania che pi di altre terre divenne
il luogo propizio delle aspre contese in cui cattolici e riformati si
scannarono per ottenere la supremazia, creando quella lacerazione
che si rivel come humus privilegiato nel quale pot attecchire
la mala pianta della follia.
Il piccolo Julius nacque nel ricco castello di famiglia il 18 marzo
del 1545 a Spessart, una localit situata fra la Baviera nordoccidentale
e la parte meridionale dell'Assia.
Quelle colline rugginose appartenevano a un territorio che, di
fronte alla marea montante del protestantesimo - capace, secondo
la testimonianza degli ambasciatori veneziani, di strappare al
suolo tedesco ben nove decimi della popolazione -, si era opposto
caparbiamente come un inviolabile caposaldo cattolico.
I duchi Guglielmo Quarto e suo fratello Ludovico Decimo, che si alternarono
nella guida della Baviera proprio negli anni in cui il rampollo
di casa Mespelbrunn muoveva i primi passi in quel martoriato
mondo, si opposero fermamente all'avanzata luterana,
ostacolandola con tempestivi provvedimenti di censura.
Ovviamente, dietro la facciata religiosa si celavano, manco a
dirlo, motivazioni politiche molto pi stringenti. Il ducato bavarese
divenne il modello ideale di uno Stato confessionale chiuso
in cui, grazie a una politica ecclesiastica guidata dal sovrano, si
sfruttavano generosi privilegi romani.
In buona sostanza, ci si serviva volentieri sia del papato sia degli
ordini riformistici, in special modo dei gesuiti, per esercitare
un ferreo controllo sul territorio, ma sostanzialmente ci si lasciava
guidare con minor premura da Roma, che accontentandosi di
annoverare il ducato tra le file dei fedeli alla Chiesa cattolica,
lasciava che i signori di quella regione governassero secondo le
proprie esigenze.
Cos, seppure la Baviera fu il primo Paese a mettere in pratica
i decreti tridentini, patrocinando l'uso della forza e comminando
condanne a morte per motivi di fede con cui i protestanti venivano
edotti circa il nuovo corso che la Chiesa aveva inaugurato
con il famigerato Concilio, d'altro canto i duchi bavaresi avevano
espresso da tempo quanto fosse alto il prezzo della loro alleanza
con Roma.
Ispezioni ufficiali, riforme monastiche e parrocchiali, per
quanto contrastate dai vescovi, avevano assicurato il controllo sulla
fede e sulla disciplina dei religiosi, sul patrimonio del clero e dei
conventi, riducendo la politica ecclesiastica a una mera espressione
di potere, attraverso il quale la nobilt locale accresceva
l'influenza dei propri casati.
N si sottrasse a questa logica la schiatta alla quale il piccolo
Julius apparteneva, espressione di quella potente aristocrazia che
faceva nella Franconia il bello e cattivo tempo.
Secondogenito di Pietro Echter di Messelbrunn e di sua moglie
Gertraud Adelshaim, il ragazzo visse, al pari dei fratelli, la sua
infanzia tra le mura della magione avita, dove severi precettori gli
insegnavano quale fosse il suo ruolo nel mondo.
Che non tard a disvelarsi presto, essendo destinato a una carriera
ecclesiastica che gli avrebbe garantito di portare avanti gli
affari di famiglia sotto la benedizione del Signore, sempre pronto
ad assecondare le voglie dei potenti quanto ad affliggere quelle
dei derelitti.
Cos, terminati i rudimenti alla corte paterna, il giovanotto si
iscrisse nel 1554 all'universit di Aschaffenburg, dove ricevette
gli strumenti essenziali per poter condurre al meglio la carriera
che il destino gli aveva consegnato.
Tre anni dopo ottenne il canonicato a Wiirzburg, la citt alla
quale legher la maggior parte delle sue imprese: ne cominci a
frequentare il seminario, intraprendendo il sentiero della conoscenza
spirituale che lo porter prima a Magonza, nel 1559, e poi
a Colonia, presso il convento Tricoronatum dei gesuiti. Non dubitiamo
che nella famosa istituzione, oltre a cibarsi della sapienza
retorica e filosofica per la quale il futuro vescovo diverr celebre,
osannato dai suoi esegeti come un grande umanista, egli respir
anche i pessimi effluvi prodotti dai risentimenti della Controriforma,
di cui i valenti soldati della Compagnia di Ges furono
ardenti esportatori.
Dal 1561 poi comp il tour che, toccando le pi prestigiose sedi
universitarie europee - Lovanio, Douai, Parigi, Angers -, lo condusse
finalmente a Roma dove finalmente si laure in utroque
iure alla Sapienza.
Quando ritorn a Wurzburg, nel 1569, era un giovane dotto, allattato
alle feconde mammelle della conoscenza nelle quali parve
eccellere, almeno a detta dei contemporanei: questo per fugare
ogni dubbio circa l'atteggiamento consolatorio che porta spesso
ad associare la brutalit all'ignoranza e all'inconsapevolezza.
Come invece abbiamo appurato in molti altri precedenti, anche
nel caso di Julius la crudelt che tinger gran parte della sue esistenza
sar il prodotto di una mente lucida e raffinata, capace da
un lato di apprezzare la gloria dei testi e delle arti e la sollevazione
dello spirito da essi incentivata, mentre dall'altro riuscir a
compiere azioni esecrabili degne di una feroce bestialit.
Un ossimoro in cui ci si imbatte con frequenza disarmante nel
momento in cui si intraprende l'analisi del millenario percorso
storico della Chiesa.
Il riconoscimento delle sue fatiche gli frutt nel 1570 il posto
di decano del capitolo della cattedrale di Magonza a cui segu,
l'anno dopo, quello della cattedrale di Bamberga.
Finalmente nel 1573, a soli ventotto anni, il precoce Julius riusc
a salire sullo scranno di Wurzburg, eletto principe vescovo
ancor prima di ottenere l'ordinazione sacerdotale.
Ma la sua ambizione non pot contenersi in quella nomina seppur
prestigiosa. Brig sin da subito per assurgere alla carica di
arcivescovo di Magonza, ma una volta fallite le sue mire, triturate
nel gioco sotterraneo di alleanze ed elargizioni in cui soccombette
al pari di altri devoti signori, rinunzi al cardinalato, suscitando
un'enorme impressione in mezza Germania per un atto che appariva
dettato da profonda umilt, quando invece era solo il frutto
di un ben preciso calcolo politico.
D'altro canto, ben altra considerazione dovette imparare a concedergli
il suolo tedesco, scandalizzato dagli eventi con cui il
giovane vescovo allung le rapaci mani sulla ricca abbazia di
Fulda.
Deluso nelle sue aspirazioni, infatti, Julius aveva deciso che le
ingenti prebende della citt avrebbero costituito un indennizzo
sufficiente alla sua frustrazione.
Cos, colui che diventer il fustigatore dei protestanti in casa
propria, non prov il minimo imbarazzo a tramare con quelli del
capoluogo dell'Assia, dove la furia antiluterana del suo abate
Balthasar von Dembach aveva creato scontenti e malumori sempre
maggiori.
Fu anzi sfruttando il loro appoggio che Echter, la sera del 23
giugno del 1576 poteva piombare in casa dell'abate e,
disarmatane la servit, imprigionare il confessore gesuita
sorpreso nell'incursione.
Infischiandosene dell'abito che questi indossava, Julius
lo invi all'abate sfuggito al raid notturno con il seguente messaggio,
affinch fosse chiaro quanto gli convenisse abdicare: Se
il vostro signore non  d'accordo, allora mangi questa minestra o
salti questa finestra; se dovessero tornare ancora senza che l'abate
sia diventato pi arrendevole, lo faranno in tanti pezzi quante
sono le gocce di sangue nelle sue vene e lo abbatteranno come un
cane rognoso.
Non vi  dubbio che dietro la minaccia ventilata dall'Echter si
celassero gli appartenenti alla maggioranza del consiglio cittadino
della citt di Fulda e le sue corporazioni, alle quali si erano
uniti il principe elettore di Sassonia e i due langravi
dell'Assia, tutti ferventi protestanti, la cui aperta ostilit verso il furore
dell'abate avrebbe trasformato in cruenti fatti ci che sinora era
stato prospettato solo a parole.
Fu cos che, nolente e dolente, il povero Balthasar von Dembach
fu costretto a cedere il passo all'ambizione di Julius von
Mespelbrunn, creando uno scandalo che si sarebbe protratto per i
successivi ventisei anni.
Julius infatti in fretta e furia si fece eleggere abate del
monastero conteso, dopo di che, non pago, percorse a cavallo tutta la
regione, trascinandosi dietro il rivale mentre riceveva l'omaggio
dei nuovi sudditi attoniti.
Non appena l'ex abate riusc a sfuggire alle grinfie del rapace
vescovo si rifugi a Magonza dove, ritrattando le dimissioni
estortegli con la forza, chiese l'aiuto degli Stati cattolici generali
dell'impero.
Il 28 luglio del 1576 l'imperatore Massimiliano Secondo ordin il reinsediamento
dell'abate mentre lo stesso pontefice Gregorio 13esimo
cerc di correre ai ripari bersagliando il vescovo Julius di missive
e brevi nei quali la minaccia pi lieve apparve il bando ecclesiastico.
La Germania cattolica assistette indignata a quella che altro non
era se non una rapina a mano armata: i suoi principi protestarono
a viva voce in tutte le citt del regno, condannando Echter per la
sua azione disdicevole e disgustosa, come non manc di sottolineare
il duca bavarese Alberto V, condensando il pensiero di
tutti i fedeli che vedevano la loro causa tradita da colui che aveva
avuto l'ardire di operare in combutta con la velenosa setta protestante
pur di destituire un degno abate e impossessarsi del suo
territorio.
Ma Julius non fece una piega: senza minimamente cedere su
ci che considerava un suo diritto legittimo, era disposto ad
accettare il verdetto giudiziario che ne sancisse definitivamente
la legittimit: d'altronde la sfacciata ricchezza di cui disponeva,
figlia tra l'altro di un'accorta politica finanziaria che gli permetteva
di disboscare senza scrupoli le foreste del Rodano, lo rendeva
capace di ungere pesantemente gli ingranaggi di una giustizia che
non dubitava avrebbe peso a suo favore.
12.000 fiorini presero cos la via della corte imperiale, a cui
seguirono 50.000 fiorini per la banca Imhof di Norimberga, di cui
si assicur definitivamente l'appoggio in grazia di un'ulteriore
garanzia di 150.000 fiorini.
Se a questi argomenti decisamente convincenti il vescovo seppe
apporre anche l'intervento armato di 4000 cavalieri con cui gli
alleati luterani di Fulda erano disposti a perorare la sua causa, non
stupisce che il contenzioso si protrasse per quasi un trentennio, al
termine del quale, il 7 agosto del 1602, il misero von Dembach
vide infine riconosciuti i propri diritti violati e riusc a rientrare
nel suo antico principato giusto il tempo per morirci circa quattro
anni dopo.
Nel frattempo Julius ebbe tutto il tempo di realizzare le belle
opere per le quali ottenne giustamente fama imperitura.
La sua gloria di umanista si riflesse nella costruzione dell'universit
con cui dot nel 1582 l'amata Wiirzburg, non disdegnando
di strappare i terreni ai suoi antichi mentori gesuiti; n lo
inquietarono le grida degli ebrei che si levarono altissime quando
edific il celebratissimo ospedale, chiamato non senza una punta
di autocompiacimento Julius, su un'area in cui risiedevano le
tombe di quella comunit mai troppo vessata.
Ma ci non fu che il pallido riflesso dell'azione con cui il prode
vescovo si produsse contro tutto ci che potesse turbare la sua
sofisticata sensibilit.
In primis contro i malfattori comuni, nei cui confronti la Costituzione
criminale bamberghese del 1507 e il penoso Ordinamento
del tribunale militare di Carlo V promulgato nel 1532 gli
offrivano l'incomparabile opportunit di comminare, anche per
trasgressioni veniali, pene spropositate.
Si avvicendavano cos nelle gioiose galere di Wiirzburg tagli di
dita, mani e braccia, asportazioni di orecchie, nasi e lingue, oltre a
un campionario di svariate torture di cui il vescovo si preoccuper
di offrire corroborante spettacolo ai pii cittadini, lieti di constatare
quanto solerte fosse l'opera della loro guida temporale e religiosa.
Il cui sguardo benedicente non tard a posarsi anche sulla vituperata
setta luterana, verso la quale, a partire dagli anni Ottanta
del Cinquecento, inizi una vera e propria opera di epurazione.
Erano ormai lontani i tempi di Fulda, in cui i nuovi credenti erano
serviti a soddisfare le brame territoriali al Nord, e soprattutto
erano lontanissimi i vantaggi che questi potevano offrire, entro i
confini di casa, all'insaziabile vescovo.
Eppure l'ingordigia di Julius aveva trovato una nuova modalit
attraverso la quale sfruttare la presenza, o meglio l'assenza degli
evangelici: prenderli a pedate senza troppi complimenti comportava
un arricchimento immediato attraverso la confisca dei beni a
cui dovevano rinunciare tutti coloro che non volevano sottomettersi
alla pratica della confessione auricolare o accettare la comunione
tramite l'unico rito salvifico. Senza contare l'innegabile
privilegio di apparire come il campione della Controriforma, per
il quale ricevette plausi e incoraggiamenti, tra cui spicc quello
del duca Guglielmo V di Baviera, che lo incit a proseguire con
gagliardia nella sua azione.
Ecco che dunque Echter non manc di incolpare il protestantesimo
di ogni disgrazia occorsa nella sua diocesi, asserendo che
dalla nuova dottrina sarebbero scaturite ogni calamit, inimicizia,
diffidenza, malavita, disubbidienza, insurrezione e discordia,
invidia e odio, praticamente tutto ci per il quale se ne era avvalso
in precedenza per rendere un inferno la vita dell'antico rivale
fuldese e che ora, miracolosamente, riconosceva riprovevole.
Come prodigioso apparve l'avvalersi dei gesuiti dopo averne
confiscato terre a gog, e che non esit a impiegare nelle commissioni
che assai volenterosamente ispezionarono tutte le comunit
del territorio, affliggendole con implacabile intransigenza:
chiunque si rifiutava di abiurare la fede luterana veniva immediatamente
scacciato non senza che prima, unendo al danno della
perdita di casa o corte, fosse costretto a subire la beffa di pagare
una tassa aggiuntiva pari al due per cento del patrimonio che portentosamente
era riuscito a trarre in salvo.
 impressionante scorrere l'elenco delle citt coinvolte nel triste
fenomeno: da Hofheim a Karlstadt, da Munzerstadt a Dettelbach,
centinaia di famiglie furono costrette ad abbandonare la
terra bavarese dove avevano allignato sogni e speranze.
Ma questa non fu che l'innocua facciata del capolavoro attraverso
il quale l'efferatezza di Echter prese forma.
Trascinato da un furioso desiderio di eradicazione all'eresia,
divenne uno dei pi grandi persecutori dei protestanti, eletti improvvisamente
al rango di eretici al pari delle sette medievali
contro le quali si era gi scatenata l'offensiva dell'inquisizione.
Ma il vescovo and oltre: in un crescendo impressionante di
atrocit, egli associ i luterani a quell'ultimo male che aveva da
poco iniziato ad andare di moda, contro il quale si scaten trasformandosi
in un inesorabile cacciatore di streghe.
A partire dal 1590 nel territorio di Wiirzburg, i roghi iniziarono
a bruciare a ritmo sempre pi serrato tanto che al termine del
governo di Echter, secondo lo storico Weiss, essi avevano gi raggiunto
un macabro culmine.
Nell'arco di quindici anni, il solo ufficio di Rothenfels registr
quasi cento vittime a cui si sommarono, per il solo 1616, cinquanta
sventurate cadute vittima dell'orrore a Freudenburg.
Nella cittadina di Gerolzhofen nel settembre del 1616, un
anno prima della morte di questo magnifico esemplare di zelo
cattolico, vennero bruciate o uccise in vario modo novantanove
persone.
L'11 giugno 1617, tre mesi prima della sua dipartita, Echter fece
annunziare dal pulpito del duomo che nel giro di un anno, in suo
nome, erano stati bruciati pi di trecento tra eretici e streghe, un
numero in cui non furono compresi tutti coloro che erano morti
in carcere o sotto tortura.
Similmente  sconosciuto il numero dei processi intentati contro
le streghe in Franconia, i cui protocolli a tutt'oggi non sono
stati adeguatamente tradotti o analizzati con dovizia di particolari,
per tacere del numero di registri andati perduti pi o meno
volontariamente.
Spulciando tra le cronache coeve ci si imbatte con orrore nel
plauso sotterraneo con cui si elogiava il vescovo di Wurzburg per
aver iniziato a bruciare streghe in Franconia, augurandosi che
cos voglia continuare a fare per estirpare del tutto i parassiti o
nel compiacimento con cui un altro testimone sottolineava come
Sua Grazia abbia ordinato / e intimato ai funzionari / per tutte le
settimane / tranne che nei grandi giorni festivi / di preparare un
grande rogo / per tutti e a ogni occasione / farvene salire venticinque
o venti / per non meno di quindici per volta / e cos voglia
Sua Grazia Principesca / attraverso tutta la diocesi / portare avanti
senza sosta....
Probabilmente gli autori di analisi cos riguardose furono gli
stessi che intravedevano dietro la furia di Echter un riflesso del
suo speciale ascetismo.
Lo stesso che esprimeva attraverso l'amore per il lusso e la
pompa; o quello che lo spingeva a decorare dispendiosamente i
suoi palazzi o a dilettarsi nelle rappresentazioni fastose, nei tornei,
nelle processioni, nelle splendide feste familiari, nei festeggiamenti
che si protraevano per giorni e giorni; o nello sfoggio
della ricchezza anche nelle funzioni religiose.
Nei fatti Echter era una pura creatura del potere, di cui amava
sfoggiare la magnificenza al cospetto di ospiti illustri o nelle corti
straniere, come la volta in cui si present a Vienna con un seguito
di sessanta cavalli drappeggiati sontuosamente.
E come tale era attraversato da inquietudini profondi tali da
costringerlo, almeno nella vita privata, a disprezzare espressioni
vitali e genuine come pu essere il riso, considerate come inutili
o, peggio, offensive agli occhi di Dio.
Julius era uno di quelli che la notte si flagellava con un arsenale
incredibile di strumenti, uno a cui ripugnava qualsiasi genere di
fisicit e corporeit.
Un atteggiamento denunciato fin troppo marcatamente dalle testimonianze
iconografiche, in cui appare sempre ritratto con labbra
sottili e tese, lo sguardo spento di chi aborre la pienezza dei
sensi e la gioia delle sue delizie.
Facile intuire quanto la selva di desideri repressi sia stata il frutto
di un'educazione rigida e bigotta, quanto il lungo indottrinamento
con cui i grigi gesuiti hanno esasperato l'esaltazione delle
virt gradite al Signore abbia contribuito nel futuro vescovo ad
alimentare un'allucinata visione del mondo.
E quanto la crescita in un ambiente meramente mascolino, segnato
sin dai primi anni di vita verso un destino da chierico, abbia
spinto Echter a sviluppare una forma esasperata di misoginia.
A giudicare dal comportamento che egli ebbe con le donne della
sua stessa casata, una tale affermazione che rischierebbe essere
bollata come puerile interpretazione, frutto di una psicologia
spicciola, non sembra essere troppo distante dal vero.
Poco o niente si cur delle sue quattro sorelle; della madre non
si fa mai menzione nelle sue biografie, se non nel momento in
cui si rec da lei per impartirle personalmente l'estrema unzione,
quasi spinto dalla volont di assistere a un desiderato trapasso,
molto oltre la piet imposta dalla missione rituale.
In lui sembr riecheggiare lo spirito disumano, la maledizione di
quegli antichi monaci che non degnavano di uno sguardo neppure
la propria genitrice, capaci di comunicare con le donne solo attraverso
i sassi scagliati contro di loro, come fossero bestie immonde.
Fedele a questa tradizione egli divenne interprete perfetto delle
paure che attanaglieranno l'Europa, e anzi fu uno dei casi in cui
egli stesso sobill e instill quei fantasmi che sconvolgeranno le
coscienze in quella sventurata circostanza.
Fu lui che, accelerando nell'et e nello sclerotizzarsi delle sue
ossessioni, esercit una pressione sempre pi energica per alimentare
i roghi sino al parossismo, spronando gli indolenti, criticando
i negligenti e i titubanti, intraprendendo un'impresa pastorale
esaltata su larga scala come modello ideale di una caccia
alle streghe ben funzionante.
Fu il vescovo Julius che si preoccup di creare una fitta rete
con cui rendere edotti i confratelli stranieri, che forn aiuti per
il potenziamento dell'ufficio, che cerc di rendere pi efficaci
i tribunali grazie alla supervisione di appositi commissari alle
streghe, peritandosi di condannare gli accusati anche in palese
violazione del diritto allora vigente, giungendo addirittura a
disseppellire e bruciare i defunti come nel caso della sculdascia
Margaretha Scheubenassin, morta improvvisamente nel carcere di
Stollberg e giudicata indegna persino di giacere nella terra.
E fu sempre lui, l'ascetico Echter, che permise a minorenni,
bambini di et inferiore ai dieci anni, di fungere da testimoni in
quegli assurdi processi, in cui oltre a essere delatori dei loro stessi
genitori o di altri consanguinei, spesso finivano per
autodenunciare loro stessi, tanto che il grandioso Juliusspital, il grandioso
ospedale e orfanotrofio che aveva rappresentato il vanto della
gestione amministrativa del vescovo, fin per essere considerato
dal suo patrocinatore come un ricettacolo di giovani agenti del
demonio.
Naturalmente il tutto avveniva senza concedere ai condannati
nessun tipo di difesa, accusati di imputazioni assurde e ripetutamente
torturati spesso anche con l'ausilio di tenaglie roventi,
affinch confessassero reati troppo inverosimili per poter essere
stati commessi.
Non a caso nel 1589 il consigliere comunale di Colonia, Herman
Weinberg, annotava a proposito di queste accuse che parecchi
non ci credono affatto e la reputano fantasia, sogno, pazzia,
immaginazione, inettitudine; quanto a lui, affermava di non
aver mai visto una donna che fosse in grado di trasformare lepri,
cani, gatti, topi, serpenti, o di volare con un caprone attraverso il
camino....
Hans Sachs, celebre meistersinger rinascimentale cantava cos:
Cavalcare e fottere del diavolo /  solo chimera e fantasia / cos
come conosci Dio nella fede / allo stesso modo non ti nuoce
spettro alcuno e uomini assennati come Johann Weyer, alunno di
Agrippa di Nettesheim e medico personale del duca
Guglielmo V di Cleve, producevano opere come De prestigiis
daemonum in cui si stigmatizzava la follia imperante.
Ma tutto ci lasciava assolutamente indifferente Echter che anzi
continuava alacremente nella sua opera non senza dimostrare, bisogna
ammetterlo, una sorprendente vena di umanit.
Dopo aver ridotto quegli sventurati e quelle derelitte a una massa
di carne tremante e gemente, si preoccupava che ricevessero la
cura di medici e cerusici di modo che una volta rimessi un poco
in sesto, potesse tenderli di nuovo sul cavalletto.
Spesso, prima di essere bruciati, venivano di grazia strangolati
o decapitati, e se mai la sentenza prevedeva che essi dovessero
bruciare vivi, ebbe cura che fossero provvisti di sacchetti di
polvere da sparo, appesi al collo dei condannati per abbreviare la
procedura.
Inutile sottolineare quanto si premur che ogni esecuzione fosse
portata a termine da boia professionali, tagliagole e fuochisti
impeccabili, affinch i poveretti non dovessero patire troppo l'avvio
delle fiamme.
Insomma il buon Echter era un fan dei lavori fatti (mi si perdoni
la pessima battuta) come Dio comanda.
Per amor di verit bisogna ricordare come il vescovo avesse a
cura la salvezza di quelle tristi anime che avevano abbandonato
i sentieri della vera fede, a cui concedeva che fossero impartiti i
sacramenti nella speranza che nel loro viaggio dell'aldil giungessero
riconciliati con l'Altissimo.
Peccato che tanta delicatezza spesso e volentieri appariva inutile,
visto che quei miserabili, per sfuggire alle cure cos premurosamente
prestate, si toglievano ci che restava della loro miserevole
vita innanzi tempo: e contro i suicidi, si sa, non pu nulla
neppure l'azione del pi misericordioso salvatore.
Finalmente, dopo aver allietato la sua vecchiaia con uno
spettacolo cos pirotecnico, anche per il nostro vescovo giunse l'ora di
ascendere al cospetto di quel Dio per il quale si era cos valentemente
prodigato.
Non dubitiamo che il 9 settembre del 1617, quando il Signore
si trov di fronte quell'anima che a noi poveri mortali sarebbe
apparsa inequivocabilmente quella di un mostro, sia riuscito a
scovare, in virt della sua proverbiale saggezza, le fattezze nude
e crude di un uomo.

PARTE OTTAVA.
GLI ORRORI DEL NOVECENTO.
IL SECOLO BREVE MA NON TROPPO.
Capitolo 22.
Josef Roth.

Nel maggio del 1945, a Germania battuta, un imbarazzato quanto
risoluto diplomatico americano, Robert Daniel Murphy chiedeva
al cardinale Michael von Faulhaber, arcivescovo di Monaco
e Friesing, delucidazioni a proposito delle allarmanti notizie secondo
le quali alcuni membri del clero cattolico bavarese durante
la guerra avrebbero ceduto all'influenza del nazismo.
Alla scottante domanda, il cardinale rispose con un desolante
sfortunatamente  vero, ammettendo che cinque sacerdoti
dell'arcidiocesi si erano schierati con il partito, ma rassicurando
il funzionario che tutti erano stati sollevati da ogni incarico, aggiungendo
seraficamente che comunque tre di essi erano morti,
mentre i restanti due risultavano al momento irreperibili.
In realt, il fenomeno ebbe dimensioni drammaticamente pi
vaste di quanto l'elusiva risposta dell'alto prelato lasciava prospettare.
Comprensibile che il cardinale mostrasse reticenza nei confronti
di quelle che nella migliore delle interpretazioni apparivano
come manchevolezze alle quali la santa istituzione aveva pi e
pi volte soggiaciuto.
Logico che alle alte sfere cattoliche premesse di pi sottolineare
la persecuzione che la Chiesa aveva dovuto subire dalle famigerate
Schutzstaffel, meglio note come SS, o dalla temibile Geheime
Staatspolizei, la tentacolare polizia di Stato capace di far venire i
brividi a chiunque ne senta la macabra abbreviazione in Gestapo.
Le quali,  vero che ci furono, ma francamente non possono
bilanciare l'aderenza con la quale i fedeli di Cristo sposarono la
causa del nazifascismo, n nel numero n tantomeno nella sostanza.
E comunque la conta delle vittime per attestare la propria innocenza
appare uno strumento pietoso se non addirittura meschino,
dietro cui si cela un'implicita ammissione di colpa, tanto palese,
quanto goffo il tentativo di occultarla.
Basta leggere i documenti d'archivio, non necessariamente
quelli prodotti durante il famosissimo processo di Norimberga,
ma anche scambi epistolari, trascrizioni di comizi, resoconti dei
dibattiti, testate di giornali dell'epoca, libri pubblicati in quel
periodo, per rendersi conto che la cupa fascinazione che aveva
colto la stragrande maggioranza del popolo tedesco rap spesso e
volentieri gli esponenti del clero che anzi, a causa del ruolo che
ricoprivano, furono per certi versi anche pi suscettibili.
In effetti, i rapporti esistenti in Germania tra Stato e Chiesa mettevano
i poveri preti in una posizione precaria: non solo erano
religiosamente soggetti a Dio, ai propri vescovi e alle norme del
diritto canonico della Chiesa cattolica ma anche, ricoprendo posizioni
assimilabili a quelle di funzionari pubblici, erano costretti
a sottostare a precise regolamentazioni dello Stato.
E se lo Stato nel 1933 vir decisamente a destra, quanto lo poterono
permettere gli stretti angoli dei bracci della svastica, anche il
clero dovette adeguarsi a quella repentina deviazione.
Il punto  che in molti di questi, la virata non apparve affatto
spiacevole: anzi, in certo qual modo fu auspicata se nn addirittura
favorita ed esaltata.
Braune Pfarrer li chiamavano, Preti Bruni, per l'evidente richiamo
al colore delle camicie con cui si fasciavano i ferventi
seguaci di Hitler.
Tentare di comprendere i motivi della loro adesione  come annegare
in un torbido mare di passioni negate, desideri infranti,
aspirazioni disilluse, crudele rivalsa.
Con un percorso che li accomunava alla maggior parte dei nazionalsocialisti,
questi prelati si avvicinarono all'allucinato ometto
coi baffi per molteplici cause. Secondo alcuni, gli eventi che
succedettero alla disastrosa Grande guerra - disastrosa per la
Germania si intende - e la successiva costituzione della Repubblica
di Weimar avevano innescato un declino morale che solo il
messianico intervento di Hitler avrebbe fermato. Altri vedevano
l'iscrizione al partito come un mezzo di promozione sociale, attraverso
il quale dare una robusta sferzata alla propria carriera e
dimostrando una volta di pi che all'inizio di ogni grande orrore
ci sono piccolissime meschinit. Altri ancora sposarono la fede
nazista per dare libero sfogo al proprio debordante antisemitismo,
convinti pervicacemente che l'origine di ogni male tedesco fosse
da attribuire alla mai troppo maledetta razza giudaica.
Josef Roth incarn tutto ci.
Nato nel 1897 pass un'infanzia e una giovinezza senza particolari
sussulti o perlomeno senza compiere nulla di degno da
essere raccontato.
Ma ecco che negli ultimi due anni della prima guerra mondiale
lo troviamo arruolato come volontario nel 19 Fanteria della riserva
bavarese, dove le batoste collezionate a Verdun e le amarezze
patite nelle cosiddette Offensive di primavera devono aver
contribuito in maniera incisiva nel processo di indurimento cardiaco
di cui il giovane manifester presto i sintomi.
Tornato dal fronte, assecond la pulsione di abbandonarsi al
sacerdozio, in parte seguendo la singolare convinzione che in tal
modo avrebbe trovato il lenimento alle ferite che la dura vita di
trincea gli aveva regalato, in parte accondiscendendo a un'antica
vocazione che i cari genitori non avevano mai smesso di instillargli.
Cos nel 1918 l'ex soldato entr in seminario, riproponendo un
vecchio connubio che aveva fatto la fortuna di Santa Madre Chiesa
e la iattura di tanti poveretti, come testimoniano le gloriose
imprese compiute dagli antenati del famigerato ordine teutonico.
Lo studio della teologia, nelle cui trappole logiche si dibatteva
nell'arcidiocesi di Monaco e Freising durante l'ispido cammino
che conduceva al sacerdozio, non fu sufficiente a spegnere la
fiamma dell'ardore bellico. In quel periodo infatti, Roth continu
a frequentare i vecchi camerati, un'abitudine che protrasse
anche durante gli studi compiuti a Passau e Monaco tanto che tra
l'aprile e l'agosto del 1919 fu membro entusiasta dei Freikorps
Oberland.
Queste strutture, letteralmente Corpi Franchi, erano delle milizie
costituite da volonterosi e furono reclutate per la prima volta
da Federico Secondo di Prussia, nell'ambito della guerra dei Sette Anni
nel 18esimo secolo. Pi volte avevano fatto capolino nella storia tedesca,
come all'epoca delle campagne napoleoniche in cui si distinsero
per il valore patriottico con il quale seppero opporsi all'occupazione
francese, tanto da costituire un modello a cui si ispirarono
altre brigate. I Cacciatori delle Alpi, il corpo di combattenti con
cui Garibaldi infiamm la Lombardia durante la seconda guerra
di Indipendenza, ne rappresenta un illustre esemplare.
Quelli che si formarono in Germania all'indomani della sconfitta
o meglio del Dolchstofi, la pugnalata alle spalle con la quale
i reduci tedeschi alimentavano il mito del tradimento compiuto
ai danni della grande nazione perpetrato da ebrei, non allineati,
pacifisti e comunisti, furono appunto un'accozzaglia di gruppi
paramilitari con intenti ben diversi dai loro celebrati precursori.
In essi si ritrovarono tutti coloro che rifiutavano l'infamante
trattato di Versailles con il quale la patria era stata messa in ginocchio
e tutti quelli che, tornati alla vita civile, percepivano un
devastante scollamento con questa nuova condizione.
A stornare ogni dubbio sui sentimenti che alimentarono la scelta
di Roth, ci pens la successiva adesione al Wachregiment
Mnchen, una sorta di guardia d'lite formatasi all'interno del capoluogo
bavarese con intenzioni non proprio amichevoli.
Un impegno che port l'attivo Roth a partecipare alla
repressione della rivolta comunista deflagrata a Monaco all'inizio del
maggio 1919.
Instancabile, fu anche membro del Vlkischer Schutz-und
Trutzbund, la Lega popolare per la difesa e la protezione, un'organizzazione
ultranazionalista, antisemita e militarista che non
disdegnava di ricorrere alla violenza e allo spargimento di sangue
per perseguire i propri obiettivi. Pienamente coinvolto, Roth si
prodig affinch la Lega affondasse le sue radici anche all'interno
dell'universit bavarese.
Insomma il ritratto del giovane Josef era abbastanza netto.
Chi invece non riusc a scorgerlo, non si capisce bene se per
miopia, disinteresse o peggio, furono i suoi superiori in seminario
che, a dispetto della sua militanza nell'ultra destra - o forse proprio
per questo -, caldeggiarono l'ordinazione.
E cos il 29 giugno 1922 il cardinale Michael von Faulhaber,
proprio quello che rispondeva nicchiando alle preoccupazioni
dell'ambasciatore americano, lo consacrava sacerdote e lo nominava
vicario parrocchiale di Indersdorf, un paesello di novemila
anime adagiato nel land bavarese.
Nella particolarissima visione del mondo che Roth aveva, il
nuovo mandato sacerdotale si conciliava benissimo con gli entusiasmi
del combattente, che sin da subito si accordarono al nascente
movimento vlkisch, in cui convogliavano un degenerato
spirito di riscossa del popolo tedesco, il volk appunto, e antiche
trascendenze romantiche, destinate a precipitare poi nella palude
di sangue nazionalsocialista.
Nel giugno del 1923 il fervido prete patriota pubblic tre articoli
sulle pagine del Vlkischer Beobachter, l'Osservatore popolare
che dal 1920 rappresentava l'organo ufficiale della NSDAP,
l'acronimo dietro il quale si celava la quasi impronunciabile formula
della Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, il Partito
nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, la cui indiscutibile
fama non necessita ulteriori approfondimenti.
Il tenore di quegli interventi, intitolati I cattolici e gli ebrei, 
sufficientemente intuibile. Comunque, dubitando che ci potesse
essere qualcuno di lento comprendonio, il sacerdote rincar la
dose poco pi tardi con un saggio intitolato Il cattolicesimo e la
questione ebraica, uno scritto che la Franz Eher, la casa editrice
della NSDAP, fu orgogliosa di divulgare.
Precedendo il Mein Kampf di soli pochi anni, l'opera apparve
animata dalla stessa allucinata veemenza con la quale si individuava
nel popolo eletto da Dio il ricettacolo di ogni male.
Roth esortava i cattolici a sopravanzare il loro antisemitismo
catacombale e abbracciare in pieno l'insegnamento pi puro del
cristianesimo che rivelava un'opposizione sostanziale rispetto
all'ebraismo.
La sua convinzione, in contrasto con quella di teologi ben pi
assennati, lo spingeva a professare un antisemitismo razzista,
che, affatto in contrasto con i dettami del cristianesimo, ne incarnava
invece l'insegnamento pi profondo, anzi, saliva al rango di
dovere morale.
Gli ebrei, ammoniva, trasmettevano attraverso il sangue una
turpitudine a cui i buoni cristiani dovevano opporsi.
Di conseguenza, il comandamento evangelico dell'amore universale
doveva necessariamente escludere i giudei, poich sin
dall'inizio ogni circonciso costituiva un pericolo latente per
la religione e la morale cristiana e per questo motivo la razza
ebraica a causa dell'influenza immorale implicita nella sua natura
doveva essere eliminata dalla vita pubblica e dalla religione
del volk tedesco.
Sappiamo purtroppo quanto il suo insegnamento fu preso alla
lettera.
Ma Roth and oltre, tingendo il suo accorato appello di tragico
parossismo.
Egli assicurava i suoi lettori che questo era il solo modo di dimostrare
un genuino amore del prossimo verso gli ebrei.
I cattolici non dovevano nutrire scrupoli, poich la lotta patriottica
con la quale avrebbero difeso la patria dall'influenza ebraica
era simile al sentimento con cui Ges aveva scacciato i mercanti
dal tempio. Pi cristiano di cos!
Come se non bastasse, Roth considerava una distorsione di quel
benedetto comandamento non ostacolare ci che  indegno e impuro,
per cui porsi contro l'ebraismo era un puro atto di legittima
difesa.
Evidentemente il prete era assente il giorno in cui in seminario
si sviscerava il tema del porgi l'altra guancia ma in questo era
accomunato a una millenaria schiera di predecessori ai quali tale
lezione risultava particolarmente indigesta.
Un obiettivo cos salvifico, come quello cui tendeva l'ottimo
prelato, non avrebbe potuto essere conseguito se si considerava la
svastica come un semplice orpello ornamentale, limitandosi a registrare
i nuovi nomi germanici dei mesi o a scandire volgari
saggi e slogan antisemiti.
Poteva anzi risultare quasi inutile contenere l'influenza e l'attivit
degli ebrei genericamente, o promuovendo al massimo il
boicottaggio dei loro affari.
No. Il popolo tedesco era chiamato a fare di pi. Doveva colpire
con forza, rafforzando i metodi dell'inquisizione e cancellando
tutti i diritti di cittadinanza di quell'empia schiatta.
Ci significava espellerli da ogni incarico pubblico, negare
le licenze per ogni mestiere e commercio, proibire ogni attivit
pubblicistica e di propaganda, tutte misure che trovarono larga
disposizione nelle leggi con cui il Terzo Reich costell la sua disgraziata
esistenza.
Quelli che oggi ci appaiono i vaneggiamenti di un pazzo, all'epoca
ebbero vasta eco e incredibile seguito. E non solo nei nostalgici
della supremazia tedesca, ma anche in tanti altri fratelli che
avevano fatto della tonaca il loro abito quotidiano.
Roth citava nei suoi interventi le fatiche con cui il sacerdote
Philipp Haeuser aveva stillato il suo odio antisemita nell'opera
Ebreo e Cristiano, in cui giungeva a conclusioni non troppo difformi
da quelle dell'ex combattente.
Ma le farneticazioni espresse in quel delirio ebbero il plauso di
un gregge nutritissimo, a partire dal buon pastore Conrad Grber,
l'alto prelato di Friburgo le cui aderenze al partito nazista gli valsero
l'evidentissimo soprannome di Vescovo Bruno.
Lo stesso Faulhaber, chiamato a rimproverare Roth che aveva
dato alle stampe il suo saggio senza consultarlo, contravvenendo
alle norme del diritto canonico che prevedevano l'imprimatur di
un superiore, non condann le diaboliche affermazioni contenute
nel libro, dal momento che il cardinale non concesse mai la grazia
di rendere edotta la sua opinione, qualunque essa fosse.
Non stupisce dunque che nel fine settimana dell'1 e 2 settembre
del 1923 Roth fu scelto a presiedere un importante raduno organizzato
da gruppi di vlkisch invasati.
L'occasione era quanto mai sentita, ricorrendo in quella data il
Deutscher Tag, la celebrazione della vittoria con cui i tedeschi
avevano bastonato i francesi a Sedan nel 1870.
Pi di centomila persone si assieparono nel parco e nel campo
sportivo della Deutschhermwiese a Norimberga, tra cui spiccava
l'astro in ascesa, l'ex caporale Adolf Hitler.
Devono essere tremate le gambe a Roth di fronte a quell'adunata
oceanica: ma confidando nel sacro fuoco che agitava il suo
cuore impavido, sal sul palco improvvisato e invest quelle anime
assiepate ai suoi piedi con parole vorticose.
Egli band amore e perdono e predic vendetta e distruzione.
La Germania doveva liberarsi delle catene del trattato di Versailles,
affrontare a muso duro i suoi nemici e rimanere fedele
a Cristo, che finalmente si trasfigurava nella sua intima essenza
eroica e guerriera.
Ges, l'uomo eroico e possente che era stato messo in ginocchio
e frustato dai suoi avversari, colui che non aveva chiesto
a nessuno di compatirlo nel suo cammino verso la croce, era
venuto al mondo non per portare la pace, ma la spada, per accendere
il fuoco e bruciare il mondo.
Neppure Bernardo di Chiaravalle era giunto a tanto: la parabola,
originata da Agostino, toccava finalmente il suo apice.
Roth assicurava che se la Germania fosse riuscita a superare
l'immane compito che la aspettava, sarebbe sorto un nuovo popolo
tedesco che avrebbe finalmente posto fine al potere del
denaro ebraico e dei tirapiedi stranieri.
Tutto ci sarebbe avvenuto solo se il popolo tedesco avesse
scelto un cammino di salvezza attraverso la militanza, beninteso
quella armata. Agendo cos, il volk avrebbe difeso la sua etnicit,
rifiutandosi di cedere al falso sentimento dell'amore per il
prossimo, a quanto pare un pallino imprescindibile nel delirio di
onnipotenza di questo nuovo araldo della fede.
L'arringa si concluse con l'agghiacciante preghiera rivolta al
Padreterno affinch fosse la guida celeste nella lotta, anche se
questa fosse destinata a sprofondare nel sepolcro.
L'amen con cui la folla sterminata salut unanimemente le farneticazioni
di Roth ricacci la Germania indietro di almeno nove
secoli, quando di fronte ai sermoni febbricitanti dei predicatori
delle crociate, un coro altrettanto compatto sanciva l'inizio della
disastrosa avventura con un granitico Deus vult!
Quella sera stessa, un'immensa quanto lugubre processione
sciam per le strade di Norimberga, triste presagio di ci che sarebbe
avvenuto di l a poco.
Due mesi dopo, la sera tra l'8 e il 9 novembre, l'imbianchino
austriaco, a cui risuonavano ancora nelle orecchie quelle parole
cos simili ai suoi pensieri, tentava il famoso putsch della Birreria
di Monaco. Il tentativo di colpo di Stato fall come tutti sanno, ma
ormai gli eventi erano destinati a instradarsi verso una tragedia
epocale.
Roth, che a partire dal 1924 divenne vicario della parrocchia di
Sant'Ursula a Monaco, continu a dedicarsi anima e corpo alla
causa del partito.
Dal nuovo pulpito, situato nel cuore della capitale bavarese, poteva
raggiungere un considerevole numero di ferventi cattolici,
una posizione che si era ben meritato con i suoi interventi precedenti.
Inoltre, continuando un'intensa opera di pubblicazione di saggi
e articoli su riviste e giornali, egli propag con impegno raddoppiato
la diffusione della Weltanschauung nazionalsocialista, sforzando
di piegare i fedeli ai temi vlkisch, collaborando allo scopo
con lo Jungdo, lo Stahlheim e altre associazioni di destra.
Come molti preti bruni, anche Roth si considerava un profeta
del movimento vlkisch, chiamato a risvegliare e reclutare i dormienti
tedeschi, soprattutto i cattolici, che secondo l'aberrazione
del suo pensiero erano deputati a custodire quella causa e quel
destino.
Nel 1925, in una conferenza intitolata Dio e Patria, Roth sostenne
che l'essenza della germanit e di una volont nazionale
esisteva nei tedeschi in modo misterioso, e su questo non possiamo
che essere d'accordo.
Purtroppo il prete non si limit a contemplare l'insondabilit di
tale arcano, ma forniva gli ingredienti per addentrarsi in questo
dogma, districarlo e renderlo fattuale.
Stigmatizzando l'ignavia dei cattolici che aveva consegnato le
migliori organizzazioni patriottiche nelle mani dei protestanti o
addirittura in quelle dei nemici della Chiesa, neopagani imbevuti
di bestialit celticheggianti, egli li richiamava all'ordine, affinch
svolgessero il proprio dovere nel costruire su un'evidente base
cristiana quella che doveva essere la pi genuina
Volkgemeinschaft, la nazione tedesca.
Shakerando un improbabile cocktail in cui si mescolavano la
fratellanza nell'amore di Dio con lo spirito cameratesco nutrito
negli anni di trincea, Roth prospettava un movimento
nazionalista che risultasse come una conquista sacra, un percorso di iniziazione
che avrebbe condotto il popolo tedesco a un risveglio
spirituale.
La pubblicazione del saggio garant un'ampia eco a quelle che
con molta difficolt possono considerarsi le argomentazioni del
prelato.
Per le quali Roth si trov in difficolt con i suoi superiori ecclesiastici,
i quali, deo gratia, disapprovavano quanto espresso
nel testo e soprattutto la mancata richiesta di autorizzazione alla
pubblicazione, che ancora una volta sembr essere il vero motivo
di contrasto, pi che il tenore delle tesi sbandierate.
Comunque, la lettera pubblicata nel 1925 sul Warmia, il giornale
della Prussia orientale legato al Partito popolare tedesco nazionale,
con la quale Roth si giustificava accusando gli editori
della loro inopportuna tempestivit, sottolinea come all'epoca il
sacerdote non fosse ancora giunto a quel punto di rottura con la
Chiesa che invece segner l'ultima parte della sua esistenza.
Anzi in tale frangente egli sembrava propendere per una mediazione
tra i diversi orientamenti del suo animo esacerbato, tentando
ci che considerava una possibile sintesi tra cattolicesimo
e patriottismo.
Nonostante questa prudenza, egli non intendeva minimamente
rinunciare a ci che considerava essere una vera e propria missione.
Nel profondo egli era ancora un soldato che combatteva per
l'anima della patria, pronto ad affrontare chiunque o qualunque
cosa si ergesse come una minaccia per la Germania.
Nell'articolo Pacifismo cattolico? del 1926, Roth si scagliava
velenosamente contro il movimento pacifista che si irrobustiva
all'interno del cattolicesimo tedesco illanguidito dalle lusinghe
democratiche della Repubblica di Weimar.
Nel 1929 un saggio dello stesso tenore, Il cammino dei soldati
della prima linea, raccontava nel dettaglio le sofferenze che la
sua generazione doveva patire nella Germania postbellica, in cui
abili politici di ogni schieramento continuavano a maltrattare
lui e i suoi commilitoni, portando alla totale disgregazione della
comunit e distruggendo l'anima virile della nazione.
Eppure, in tutti questi interventi pubblicati dopo il putsch, Roth
fu ben attento a smorzare i toni con i quali aveva fustigato in precedenza
gli ebrei.
La lavata di capo subita dal vicario generale Michael
Buchberger all'indomani del discorso di Norimberga sembrava aver sortito
l'effetto desiderato.
Non era piaciuto affatto quell'uscita all'alto prelato, soprattutto
dopo che un influente membro della comunit ebraica aveva minacciato
di interrompere il flusso di donazioni che puntualmente
gratificavano gli istituti di beneficenza cattolici, qualora non fossero
stati adottati i provvedimenti adeguati al caso.
La Chiesa, fedele a se stessa, poteva tollerare che si istigasse
all'annientamento di un popolo ma solo nella misura in cui ci
non avesse minimamente intaccato la volont con cui quella brava
gente era disposta ad allentare i cordoni della borsa.
Ma l'estasi di Roth non poteva essere impastoiata in queste piccolezze
terrene e continu la sua folle corsa verso le pi alte vette
spirituali.
E cos nel 1930, abbandonato ogni timore reverenziale per una
gerarchia che sempre pi diffcilmente accettava come integra,
pubblic il discorso pronunciato per lo Stahlhelmtag di Monaco,
in cui si commemorava la nascita degli elmetti d'acciaio, ennesima
incarnazione ultranazionalista che la prolifera Germania
seppe partorire.
Nell'occasione Roth incit i cattolici a non permettere che la
loro vita spirituale fosse dominata da scrittori di mentalit ebraica
o di qualsiasi altra matrice che non contemplasse il vero cristianesimo,
inteso come religione di amore e sottomissione ma anche
di autorit e giustizia.
Il sacerdote cominciava a sospettare, come d'altronde tanti suoi
confratelli, che la Chiesa non fosse al passo con il risveglio e la
rinascita della Germania.
Era convinto che il cattolicesimo si fosse lasciato indebolire da
forze come il pacifismo, la democrazia, l'ebraismo e naturalmente,
dimostrandosi pi realista del re, il femminismo.
Nel saggio pubblicato nel 1932, Il femminismo nella vita pubblica
di oggi, condannava l'invasione con la quale l'elemento
muliebre intorpidiva il cristianesimo che si manifestava a suo
dire, fisicamente, nella mancanza di partecipazione maschile alla
vita liturgica della Chiesa, e teologicamente, nel troppo frequente
eccesso d'enfasi per il sociale e le questioni umanitarie.
Roth esortava i cattolici a combattere questa femminilizzazione
con assoluta fermezza, perch servire il prossimo non costituiva
l'essenza del cristianesimo. I cattolici non dovevano pi
desiderare misericordia ed elemosine ma pretendere autorit
e giustizia.
A sentire quelle sacrosante parole, Cirillo e tutti i Padri della
Chiesa stappavano champagne - della cui esistenza nel frattempo
saranno stati informati - nelle loro tombe.
Ma ancora non bastava all'arcangelo Gabriele redivivo, doveva
volare pi alto.
Cos, come aveva anticipato la politica razzista dei nazisti, Roth
si apprestava a offrire loro un fondamento, diciamo (rabbrividendo)
razionale all'eutanasia.
Ecco le perle delle sue elucubrazioni: L'umanesimo
femminil-sentimentale prova piet per il singolo criminale, dimenticando
Stato e societ; protegge con tutte le sue forze ci che  marcio
e indegno, ma allo stesso modo vuole abolire la protezione legale
per la vita nel suo rigoglio. In Germania manteniamo pi di
quattrocento manicomi e case di cura, la maggior parte dei quali
splendidamente arredati e ben attrezzati, per occuparci di centinaia
di migliaia d'individui incurabili, mentre centinaia di
migliaia di connazionali sani e intelligenti pagano l'affitto, soffrendo
privazioni per vivere in appartamenti senza nessuna comodit e
andando lentamente in malora.
Queste affermazioni, al cui cospetto i miserevoli parti cerebrali
dei nostri beceri populisti appaiono oggi innocui quanto le lallazioni
dei bambini, assunsero invece la consistenza di un orrore
schiacciante in considerazione dei fatti che da esse scaturirono.
Eppure, nessun funzionario delle diocesi trov nulla da ridire.
Gli auspici di Roth furono presto soddisfatti: il 30 gennaio 1933,
con l'appoggio di una schiera di politici conservatori, il presidente
Hindenburg nominava Hitler cancelliere della Germania.
Solo due mesi dopo, il 28 marzo, quel briciolo di coscienza che
restava nei vescovi tedeschi fu spazzato dalla revoca del divieto
nei confronti della NSDAP.
I cattolici tedeschi potevano finalmente aderire al Partito nazista
e professare la sua Weltanschauung, anche se presto i sacerdoti
scopriranno quanto fosse arduo conciliare il bruno delle camicie
con il nero dell'abito talare.
Non cos Roth, il quale nel momento in cui dovette scegliere
quale tinta dovesse indossare il suo cuore non ebbe esitazioni.
Scelse il marrone: d'altronde di nera c'era gi la sua anima.
Il suo zelo per il nazionalsocialismo fu cos forte che l'1 aprile
del 1934 consolid i suoi rapporti con la NSDAP ed entr nelle
SA, le Sturmabteilung, squadre di assalto che si apprestavano
a regolare i conti con gli appartenenti alle altre fazioni politiche.
Ma il suo coinvolgimento all'ombra della svastica non si limit
a qualche accoltellata per le strade.
A partire da quello stesso anno collabor alla creazione della
prima scuola superiore nazista, la Oberschule, aperta sul lago di
Stamberg, a Feldafing, nella diocesi di Augusta.
Pur essendo stato nominato insegnante di religione in altra sede,
presso la Maria-Theresia Realschule di Monaco, egli prefer profondere
il suo impegno per la scuola del partito.
In una lettera all'amico Lorenz Pieper, altro sacerdote pesantemente
coinvolto con il progetto hitleriano, decantava entusiasta
i prodigi della nuova struttura didattica, destinata a soppiantare
presto ci che Roth definiva un obsoleto sistema scolastico.
Molto meno entusiasta il parroco di Feldafing che si lamentava
con la Curia di come Roth si presentasse a lezione in perfetta tenuta
SA, impartendo lezioni che, secondo attendibili testimonianze,
riguardavano tutto tranne l'osservanza dei sacramenti cattolici
e l'insegnamento della dottrina del Signore.
Ma Roth aveva ben altro cui pensare, proiettato nel fulgido firmamento
del clero del nuovo Stato tedesco di cui si apprestava a
divenire la stella pi rappresentativa.
Nell'agosto del 1935, Hanns Kerl, ministro degli Affari religiosi,
lo invit a lavorare nel dicastero appena istituito secondo la
volont di Hitler, con l'evidente scopo di appianare una volta per
tutte i problemi sorti con le chiese cattoliche e protestanti.
La scelta di Roth fu quasi obbligata, vista la sua fedelt al nazismo
e allo Stato: egli rispose entusiasticamente, abbracciando il
matrimonio con la nuova creatura hitleriana che sanciva il definitivo
abbandono del credo cattolico.
Per i colleghi del ministero, Roth era Herr Kaplan, il Signor
Cappellano, una definizione che parrebbe mantenere un antico
retaggio pastorale. Tali reminiscenze rimasero per circoscritte
solo al nome, visto che il comportamento del cappellano apparve
dettato da ben altra ispirazione. Oltre a perseguitare tutti coloro di
cui fiutava il vago sentore ebraico, si dedic con rinnovato vigore
per screditare quella Chiesa di cui aveva tentato di sviscerare la
vera essenza, ma di cui non tollerava l'ingerenza negli affari dello
Stato.
Nel 1937 stil un Aktionsplan con cui affrontare l'esorbitante
potere che il cattolicesimo aveva da tempo accumulato in Germania.
Secondo il suo pensiero, la visione universalistica della Chiesa
era in stridente contraddizione con i presupposti del nazionalsocialismo
e per questo andava sradicata.
Suggeriva pertanto che lo Stato si liberasse gradualmente delle
pastoie ingenerate dal Concordato con il Vaticano, sino a giungere
al conseguimento di obiettivi pi mirati.
Il suo progetto prevedeva il potenziamento di scuole pubbliche
che dovevano sostituire quelle confessionali; la persecuzione giudiziaria
di tutti i preti che violassero le leggi, soprattutto quelle
inerenti gli abusi sessuali; l'abolizione delle associazioni religiose
e la soppressione dei giornali clericali; l'espulsione del nunzio
pontificio dal corpo diplomatico, soggetto alla diretta giurisdizione
del ministero degli Affari religiosi.
Insomma Roth verg un'agenda che avrebbe messo d'accordo
ogni laico degno di questo nome, confermando, se mai ce ne fosse
stato bisogno, la saggezza di quanti affermano che la strada per
l'inferno  lastricata di buone intenzioni.
Nelle sue rivendicazioni, come in quelle di molti altri nazisti,
tali misure avrebbero costretto la Chiesa, legalmente e finanziariamente,
a rinchiudersi nei confini del culto, senza pi riuscire a
esercitare nessuna ingerenza politica nello Stato.
Un uomo d'azione come aveva dimostrato di essere Roth non
poteva per limitarsi alle parole e difatti, dopo aver tentato inutilmente
di entrare nelle SS nel 1936, per nulla frustrato dal veto
con cui Heydrich gli imped tale onore, inizi a collaborare molto
attivamente con la Gestapo per denunciare ed eliminare tutti coloro
che (paradossalmente) aveva amato come fratelli sino a poco
prima.
Furono tanti i sacerdoti che per una semplice parola sbagliata
pronunciata durante un'omelia o confessata all'interno di una lettera
videro spalancarsi le porte della prigione, dove gli aguzzini
erano pi che scrupolosi nell'appurare quanto l'accusa di tradimento
formulata nei confronti dei malcapitati fosse fondata.
Roth divenne dunque un influente uomo di potere, a cui ci si
rivolgeva per ottenere favori e spesso per tentare di salvarsi la
pelle.
Poter assaporare l'ebbrezza di un potere capace di dispensare
la vita e la morte deve aver costituito una forte attrattiva, come
puntualizz pi di una volta la Santa Sede che lo accusava di
aver voltato le spalle a Santa Romana Chiesa per assecondare un
desiderio triviale quanto la sua piccola e personale ascesa sociale.
Forse ci fu vero, ma certamente non costitu la motivazione dominante
come abbiamo tentato di spiegare sino a ora.
N si pu ritenere esaustiva l'altra molla che a detta di molti
avrebbe spinto Roth a rinnegare il sacerdozio per la sua insofferenza
nei confronti del voto del celibato.
Eh s, come spesso accade nelle miserevoli vicende umane, a
un certo punto della sua vita fece la sua comparsa uno dei pi
potenti motori immobili, espressione di quel sesso tanto esecrato
ma alle cui lusinghe neppure un campione di misoginia come
Roth seppe rinunciare, perpetrando una condanna che si ripeteva
praticamente con lo stesso copione, sin dai tempi in cui il genere
umano passeggiava nell'Eden.
La fortunata capace di distogliere Roth dalla sua passione per
la croce uncinata fu una tale Kthe S., una creatura che univa alle
innegabili doti persuasive anche una buona dose di incostanza.
Sembra infatti che, nonostante avesse da poco divorziato col
marito - una condizione che avrebbe gettato il sacerdote nell'orrore
se ancora avesse tributato all'antica fede uno straccio di credito
- tornava ripetutamente sui suoi passi frequentando assiduamente
l'ormai ex coniuge da cui non riusciva a separarsi.
Inutile sottolineare quanto la cosa gettasse nel profondo sconforto
il cuore innamorato di Roth, che per la dama sembrava predisposto
a fare follie. La doppia infedelt della pulzella gli avr
procurato notti insonni e turbamenti laceranti.
Purtroppo non sapremo mai come si sarebbe risolta l'ingarbugliata
questione poich il 5 luglio 1941 il focoso cappellano smise
di calcare le scene di questa landa di lacrime. Mentre era in
vacanza a Rattenberg Am Inn, in compagnia della famiglia, Josef
Roth moriva annegato.
Fatale fu un gorgo che rovesci la canoa pieghevole su cui l'aitante
prelato pagaiava, inabissandolo nelle pericolose correnti
dalle quali il corpo di Roth era destinato a uscire solo due settimane
dopo, impigliato a una grata in un ramo del fiume crudele.
La morte prematura di Roth colse tutti di sorpresa al punto che
pi di uno dubit che fosse un incidente.
Un amico del defunto, Leonhard Wackerl, raccont che Roth
gli aveva confidato quanto la vita che stava conducendo a Berlino
lo rendesse infelice. Se non fosse stato per la guerra, aggiungeva
il Kaplan, avrebbe abbandonato la capitale per una tranquilla diocesi
al lontano dalla ribalta.
Parole incredibili se associate al furore che ha determinato le
scelte crudeli di questo scurissimo personaggio, ma che diventano
improvvisamente comprensibili non appena si scopre che
Roth era entrato in contrasto con Joseph Goebbels, stella del firmamento
nazista tanto fulgida quanto letale. Tanto da far supporre
che forse fu lo stesso Roth a cercare gli abbracci del fiume in
un ultimo disperato afflato suicida.
Forse, nell'estremo della sua esistenza, il sacerdote che per tutta
la vita non aveva mai smesso di appartenere alla Chiesa cattolica,
pur confondendo l'ombra della croce con quella della svastica, si
era reso conto di quanto fosse stato blasfemo trasfigurare l'immagine
del Cristo con quella di un tragico dittatore monorchide.

Capitolo 23.
Alojzij e Vktor Stepinac.

L'1 ottobre 1998 l'allora papa Giovanni Paolo Secondo si apprestava a
raggiungere Zagabria.
Nulla di strano per un pontefice che aveva fatto del Programma
Millemiglia Alitalia uno dei punti di forza della propria catechesi,
tanto da toccare la ragguardevole cifra delle centoquattro sortite
internazionali che l'hanno consegnato alla Storia come il papa
che ha viaggiato pi di tutti i suoi predecessori messi insieme.
Peccato che il rilievo di quella particolare occasione andasse
ben oltre la statistica di quel lodevolissimo traguardo, tanto che
la vigilia della partenza fu accompagnata da un nutrito coro di
polemiche, tra cui spiccavano voci vibranti verso il puro biasimo.
Il motivo della visita pastorale, infatti, aveva procurato pi di
un semplice mal di pancia a tutti coloro che, dotati di un minimo
di rimembranza storica, trovarono oltraggioso che il pontefice si
apprestasse a compiere un gesto che nella migliore delle ipotesi
andrebbe interpretato come provocatorio, vale a dire la beatificazione
di Alojzije Viktor Stepinac.
Nominato arcivescovo di Zagabria nel 1937, primate cattolico
di Croazia lungo gli anni devastanti della seconda guerra mondiale,
costui fu una delle figure pi scabrose e controverse della
Chiesa cattolica, di cui forse riusc a raggiungere gli abissi pi
oscuri.
Fu lui infatti che auspic, appoggi, benedisse e incentiv gli
orrori di una delle pi sanguinarie dittature che mai ebbero la
sventura di manifestarsi nella storia d'Europa, la cui scia di
sangue, violenza, tortura e massacro appare tanto pi agghiacciante
quanto pi misconosciuta: quella degli Ustascio, il delirio
nazional-teocratico che devast la Croazia tra il 1941 e il 1945.
Forse le efferatezze perpetrate durante quel lustro nefasto non
hanno lasciato la dovuta traccia nella memoria collettiva, molto
pi suggestionata dagli orrori commessi dal fascismo e in misura
maggiore dal nazismo, che proprio in quegli anni manifestavano
il loro volto pi crudele: eppure furono tali da suscitare il ribrezzo
(almeno in parte) di quegli stessi totalitarismi all'ombra dei quali
si erano nutrite e avevano prosperato.
Il sentiero che propizi l'avvento di una simile barbarie affonda
le sue origini in un passato lontano, in cui si iniziarono ad accumulare
le tensioni proprie di una terra di confine sospesa tra due
mondi, quello latino e quello orientale, ciclicamente contrapposti
e inconciliabili.
Qui si affastellarono nel corso dei secoli le esperienze di etnie
differenti, costrette a coesistere sotto il giogo asburgico in un
lembo di territorio relativamente angusto, in cui tentarono pervicacemente
di mantenere intatte la propria identit culturale e
religiosa.
Con l'avanzare degli anni l'antica terra degli illiri assomigli
sempre pi a una polveriera disposta a deflagrare alla minima
scintilla.
Quando la fine del primo conflitto mondiale sanc lo sgretolamento
degli imperi centrali, dalle macerie fumanti di quello
asburgico sorse il Regno federativo degli Slavi del "Sud, meglio
noti come Jugoslavi, alla cui base c'era l'intento di unificare in
una struttura monarchica le popolazioni serbe, croate, slovene,
montenegrine e macedoni, assegnando pari dignit a ogni etnia:
peccato che nei fatti il governo centrale di Belgrado sorto nel giugno
del 1921 divenne un'estensione della Serbia, tanto da fornire
al nascente Stato anche un sovrano, Alessandro, appartenente alla
stirpe dei Karadjordjevic, che governava quelle terre sin dal 1842.
Appare quasi superfluo sottolineare quanto fosse fragile questa
creatura. Mal visto all'esterno, dove si ingrossava il fronte del
dissenso alimentato da Italia, Ungheria e Bulgaria che rivendicavano
rispettivamente Dalmazia, Vojvodina e Macedonia; mal
tollerato dalla Chiesa di Roma, che deprecava la sua maggioranza
ortodossa, il nascente regno di Jugoslavia appariva dilaniato da
spinte indipendentistiche interne, la pi forte delle quali era costituita
dalle ambizioni del separatismo croato.
Soprattutto da quelle esercitate dal margine pi estremista di
questa frangia, il Partito croato del Diritto, il cui esponente pi
intransigente, Ante Pavelic, diverr il macabro protagonista degli
orrori successivi.
Costui, annegando sempre pi in un gorgo delirante, radicalizz
gli accenti fascistoidi di cui era innervata l'ideologia del partito.
Giunse cos a prospettare la nascita di un libero Stato della Croazia
fondato su un popolo che attribuiva al contadino la nobilt
su cui affondare le radici; su tale pietra d'angolo, andava innestata
la famiglia, come perno di una societ che riconoscesse nel
cattolicesimo la sua unica guida spirituale: il tutto condito da una
feroce avversione nei confronti della democrazia liberale, del comunismo
e ovviamente del capitalismo plutocratico.
Con simili premesse Pavelic fri tra i primi a godere del trattamento
previsto dalla Legge per la sicurezza dello Stato, con la
quale il sovrano Alessandro nel 1929 concedeva alla polizia ampi
poteri al fine di soffocare tutte le voci di dissenso che agitavano il
fin troppo sgangherato regno di Jugoslavia.
Fuggito alla cattura, Pavelic ripar in quella che dovette riconoscere
come la sua terra d'elezione, la quale non poteva che essere
l'Italia mussoliniana.
All'ombra del Fascio, questo folle pot serenamente ingozzare i
suoi fulgidi ideali, che ingrossarono sino a superare i confini della
precedente formazione politica e creare un nuovo movimento
ben pi estremista. Alle primarie farneticazioni se ne aggiunsero
di ben pi spropositate, attingendo dal superomismo di matrice
nazista l'idea della presunta superiorit razziale dei croati rispetto
ai serbi, a cui si associava il culto autoritario del capo-condottiero
assoluto, saccheggiato dalle immagini degenerate del Duce e del
Fuhrer. Rimaneva costante l'obiettivo della creazione di uno Stato
indipendente croato da perseguire con tutti i mezzi, specialmente
illeciti, e la matrice spirituale di un cattolicesimo oscurantista
e fanatico. Tutto ci prese il nome di Ustascio, letteralmente
Insorto, mutuato dal verbo serbo-croato ustati dall'identico
significato.
L'Italia fascista non forn solo un imprimatur ideologico, ma
garant anche appoggio logistico e materiale grazie al quale il
movimento pot ingrossare e armare le proprie fila, addestrarle
militarmente e organizzarsi per passare presto dalle parole ai fatti.
Gi nel 1934 un commando ustascia riusc ad assassinare re
Alessandro durante un viaggio diplomatico a Marsiglia, senza
per scalfire l'assetto politico in Jugoslavia, dove la reggenza
venne assunta da Paolo, cugino del monarca ucciso.
Ma ormai era solo una questione di tempo.
Nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, Mussolini
acceler i tempi dell'occupazione albanese propiziando una
politica che mirava al disgregamento dello Stato jugoslavo; l'attivismo
ustascia fu febbrile. Alla fine anche le resistenze di Hitler,
che intendeva inizialmente tenere l'area danubiana-balcanica
fuori dal conflitto, furono vinte.
La Jugoslavia aveva le ore contate.
Il 6 aprile 1941, senza alcuna preventiva dichiarazione di guerra,
le truppe dell'Asse penetrarono da nord, dalle coste dalmate
e da sud. Fu l'operazione Castigo, condotta dai nazifascisti mediante
24 divisioni tedesche, 23 italiane e 6 brigate ungheresi, con
l'appoggio di 2.200 aerei da combattimento.
Il 17 aprile ogni forma armata di resistenza organizzata jugoslava
cess di esistere, tranne sparute frange di ispirazione
monarchico-nazionalista che si rifugeranno nelle montagne sotto la
guida del colonnello Dragoljub Draza Mihailovic; da luglio,
dopo l'invasione tedesca della Russia, cominci anche l'epica
esperienza dei partigiani comunisti di Josip Broz, meglio noto
come il maresciallo Tito.
La Jugoslavia venne cancellata dalle mappe, un riguardo che
la sua popolazione inerme avrebbe preferito milioni di volte se
avesse saputo quanto le stava per succedere.
Germania e Italia si spartirono come lupi famelici quella preda
ridotta all'impotenza, riservando succulenti briciole a Ungheria e
Bulgaria, non dimenticando di foraggiare anche le fedeli stirpi di
origine tedesca, il cosiddetto Volkdeutsche Verwaltung cui viene
affidata l'amministrazione del Banato orientale, oltre il Danubio.
La Croazia, come molti avranno intuito, era gi stata promossa
a Stato indipendente sin dal 12 aprile, alla cui guida ovviamente
era stato insediato il molto collaborativo Ante Pavelic.
Questi, misconoscendo di essere il dittatore fantoccio posto al
vertice di uno Stato fittizio dagli interessi congiunti di Italia e
Germania, si present al popolo con l'altisonante carica di
Poglavnik, la versione croata del Duce o del Fhrer, annunciando
subito quale sarebbe stato il programma che avrebbe attuato nella
risorta patria croata, talmente semplice da poter essere condensato
in una sola parola: sterminio, con la benedizione della strapotente
Chiesa cattolica che trovava in Stepinac uno dei pi ardenti
sostenitori.
Costui era nato a Brezaric, un villaggio situato a 40 chilometri
da Zagabria, l'8 maggio 1898.
Figlio del possidente Josip Stepinac e della sua seconda moglie
Barbara Penic, Alojzije Viktor era il quinto di otto figli avuti
dalla coppia, cui se ne univano altri tre avuti dal padre in
un precedente matrimonio. Magari sar stato proprio il dover
condividere l'affetto dei genitori con un cos nutrito gruppo di
fratelli a determinare un'acrimonia cos violenta, sedimentata in
un animo che invece necessitava di attenzioni particolari, esclusive:
non ci  dato saperlo. Ci che sappiamo  che il fanciullo
frequent la scuola elementare di Krasic e che nel 1909 si trasfer
a Zagabria.
Qui, si era iscritto all'orfanotrofio vescovile e in seguito aveva
frequentato il ginnasio della Citt Alta. Negli anni del liceo,
il suo padre spirituale fu don Josip Lescar, parroco della chiesa
di San Pietro a Zagabria, dal quale evidentemente non impar
nulla visto che questi sar uno dei pochissimi religiosi cattolici
che avverser apertamente i crimini di cui si macchier Pavelic,
guadagnandone in cambio un'esemplare condanna a morte.
Per amor di verit va ammesso che nell'occasione Stepinac
tributer il rispetto dovuto all'antico maestro, opponendosi fortemente
alla sentenza tanto da riuscire a ottenere la grazia. La
qual cosa, se da un lato getta una seppur flebile fiammella sull'altrimenti
oscura biografia di Stepinac, dall'altro conferma quanto
dovesse essere influente la sua autorit all'interno del regime, in
cui inequivocabilmente occupava un ruolo chiave.
Una precisazione doverosa rivolta verso tutti coloro, e sono
tanti, che nonostante le schiaccianti prove e le strazianti testimonianze
dei sopravvissuti abbiano dimostrato la pi totale adesione
del cardinale e il suo coinvolgimento nelle responsabilit delle
efferatezze compiute dagli ustascia, si ostinano a considerare il
monsignore come la vittima designata di una congiura di matrice
comunista, perpetrata dai seguaci di Tito che una volta giunti al
potere si sarebbero scagliati contro il povero Stepinac con l'esecrando
obiettivo di screditare la Chiesa cattolica.
Che la veneranda istituzione non sia monda da colpe appare
ormai un fatto talmente incontrovertibile da non sprecare neppure
un fiato per dimostrarlo. Quanto alla pretesa innocenza del
monsignore di Zagabria, basta leggere gli atti del processo che lo
condannarono per farsi un'idea di quale fosse la sua concezione
di araldo luminoso della fede. Semmai appare vero il contrario,
che la difesa a oltranza di un personaggio cos oscuro sia il frutto
pregiudizievole di chi, incurante di una ricostruzione coscienziosa
delle fonti storiche, adotta queste riplasmandole in chiave revisionista,
ritorcendo le stesse contro chiunque osi gettare un'ombra
sopra la vita o le opere di quei diletti interpreti dell'amorevole
messaggio divino.
Il quale, nel caso di Stepinac, sub una distorsione tale da risuonare
molto pi come un canto di guerra e di morte.
La stessa che il giovane Alojzije cerc di distribuire ecumenicamente
quando allo scoppio del primo conflitto mondiale, dopo
aver diligentemente conseguito il diploma, fu arruolato tra le file
dell'esercito austroungarico.
Dopo un corso semestrale di allievo ufficiale a Rijeka, che gli
valse il grado di sottotenente, egli fu dislocato sul fronte italiano,
dove nel giugno del 1918 fu fatto prigioniero durante le battaglie
nella zona del Piave.
Gi in tale frangente, Stepinac dette prova delle sue inclinazioni
umane. Secondo quanto riportato dalla storica Annie Lacroix-Riz
nel suo saggio Le Vatican, l'Europe et le Reich, il prode combattente
durante la cattivit si infiltr in ambienti serbi per svolgere
attivit di spionaggio a favore degli imperi centrali; a cui fa seguito
la successiva nota, tanto asciutta quanto allusiva: Un fatto
normale, poich egli dipendeva dall'Austria-Ungheria, ma da tali
attivit egli si procur relazioni utili.
Quanto utili, lo dimostr la sfolgorante carriera che lo proiett
nelle pi alte sfere dell'aristocrazia ecclesiastica.
Non prima per di aver tentato di ottenere un posto nel mondo
indossando abiti secolari, o forse, tentando di ripercorrere goffamente
quelli che sembrano smaccatamente i pilastri su cui si poggiava
la delirante ideologia ustascia.
Nel 1919, al suo ritorno in patria, Stepinac si era iscritto alla
facolt di Agronomia presso l'universit di Zagabria, un impegno
che abbandon quasi subito per recarsi nel podere di famiglia
e dedicarsi all'attivit di agricoltore. Non erano forse i
contadini le solide fondamenta della patria?
Ma andiamo avanti. In quel periodo, addirittura, strinse una relazione
con una giovane maestra di Brezaric, tale Marija Horvat,
una passione sbocciata probabilmente in ottemperanza al comandamento
che riconosceva nella famiglia la struttura portante del
glorioso popolo croato.
Ma neppure questo funzion: fu a quel punto che Stepinac comprese
che forse a lui era riservato il ruolo pi splendente dell'armoniosa
architettura ustascia, quello cio dell'infallibile guida
spirituale cattolica.
Cos nel 1924, rotto il fidanzamento, Alojzije intraprese un
cammino destinato a convolare a ben pi solenni nozze con Santa
Romana Chiesa.
E dove poteva condurre tale scelta maturata in chi sentiva impresso
su di s il bacio ardente del Cristo Salvatore? Ma a Roma
naturalmente, dove pot abbeverare la sua sete di conoscenza
mistica alla fonte pi diretta e pura e dove indubitabilmente attinse
a quel sacro insegnamento cogliendone l'essenza pi intima
e vera.
Fu grazie all'illuminazione ricevuta nel Collegio
Germanicum-Hungaricum e alla sapienza maturata presso l'Universit Pontificia
Gregoriana che Stepinac, ottenuta la laurea in Teologia e Filosofia,
il 26 ottobre 1930 finalmente veniva ordinato sacerdote,
celebrando la sua prima messa nientemeno che nella basilica di
Santa Maria Maggiore.
Pregno di questa conoscenza, il prelato poteva soddisfacentemente
rientrare a Zagabria, dove lo attendeva un radioso avvenire
nell'arcidiocesi croata. Il 29 maggio 1934, Pio 11esimo lo proclamava
il pi giovane vescovo della Chiesa dell'epoca, a cui segu, il 7
dicembre del 1937, la guida dell'arcidiocesi zagabrese.
Fu in tale ruolo, quello cio di primate della Chiesa cattolica
croata, che Stepinac visse l'avvento al potere di Ante Pavelic,
non prima di aver dimostrato doti di grande attivismo e di intensa
capacit organizzativa che gli avevano permesso di potenziare la
gi capillare rete parrocchiale presente nello Stato e di aver promosso
la diffusione di una stampa religiosa in cui svettavano le
sue posizioni di fervente indipendentista croato.
A ci si associavano l'integralismo religioso e un anticomunismo
viscerale - secondo il quale auspicava che in un futuro non
troppo lontano una statua della madre di Dio verr posata sul
Cremlino - che non lasciavano molti dubbi riguardo la disposizione
d'animo con cui l'arcivescovo accoglieva l'insediamento
del Poglavnik: semmai instillarono qualche perplessit a proposito
di quella sfolgorante sapienza di cui si pascette negli anni della
formazione romana.
Comunque il 15 aprile, all'arrivo di Pavelic in citt, l'arcivescovo
non riusc a contenere la sua gioia e rivolse un commosso
benvenuto all'assassino di re Alessandro e imminente dittatore-
genocida. Il grande uomo  giunto per realizzare il maggior
compito della sua intera esistenza, dir entusiasta.
Quale fosse questo compito venne subito rivelato il giorno successivo.
Nonostante il movimento ustascia non avesse mai elaborato
un preciso programma politico che andasse oltre l'indipendentismo
croato e un costante richiamo ideologico-religioso
al cattolicesimo integralista, ci pens il Poglavnik a fornire una
sorta di dichiarazione d'intenti che prospettasse il nuovo corso
della nazione croata.
Non per niente era illuminato dal Signore, una condizione che
ratific solennemente quando quello stesso 16 aprile impetr la
benedizione di Pio 12esimo con il seguente accorato messaggio, secondo
molti ispirato dallo stesso Stepinac: La divina Provvidenza
mi ha affidato le redini del governo, il mio proposito  che il popolo
resti fedele al suo glorioso passato, al Santo Apostolo Pietro
e ai suoi successori, e che la nostra Nazione, compenetrata dalle
parole del Santo Vangelo, diventi il Regno di Dio.  per assolvere
tale compito grandioso che imploro umilmente Vostra Santit di
concedermi il Suo appoggio.
Ci detto, stil quella maledetta agenda che culmin in un preciso
imperativo: l'azione dello Stato doveva essere finalizzata a
fare della Croazia la patria di un popolo puro nel corpo e nello
spirito, privo di commistioni razziali e depurato degli individui
estranei alla sua fede cattolica.
Stiamo parlando di una nazione che all'epoca contava circa sei
milioni e mezzo di abitanti di cui due milioni erano gli odiati serbi
di confessione ortodossa, ai quali si aggiungevano non meno
di 90.000 ebrei.
Per la verit la questione giudaica non stava troppo a cuore a
Pavelic: considerava irrilevante la presenza numerica degli ebrei
in Croazia, senza contare che la moglie e alti gerarchi ustascia denunciavano
discendenze israelitiche. Ma c'era da rendere conto
all'alleato nazista e, dunque, anche gli ebrei furono invitati all'orribile
festa che si accingeva ad apparecchiare.
Gi il 18 aprile venivano emanate le prime leggi razziali: si prevedeva
la nomina di commissari statali nelle imprese private di
propriet serba o ebrea e si disponeva la confisca dei loro automezzi;
una seconda ordinanza promulgata quello stesso giorno
autorizzava l'arresto di tutti i serbi e di tutti gli ebrei comunisti,
anche in presenza di semplici indizi.
Ci fu un crescendo scandito al ritmo di una legge al giorno:
entro la fine del mese i cittadini serbi dovevano circolare con un
bracciale di colore blu su cui fosse impressa la lettera p di
Pravoslavni (ortodosso), mentre gli ebrei erano costretti a portare la
stella di David sulla manica e in seguito sulla schiena; la scrittura
cirillica era bandita e nei locali pubblici della capitale cominciarono
a essere appesi cartelli che intimavano l'interdizione di accesso
a serbi, ebrei, zingari e cani.
Ma questo non fu che il preludio alla crociata etnico-religiosa
che il Poglavnik si apprestava a scatenare contro ci che veniva
percepito come il problema serbo, alla cui soluzione incitavano
i giornali cattolici come il Katolicki Tjednik di Sarajevo e
ancor pi l'arcivescovo Stepinac.
Questi il 28 aprile, diffondeva una lettera pastorale nella quale
esortava il clero cattolico a sostenere il nuovo Stato non in quanto
croato, ma in quanto rappresentante la Santa Chiesa Cattolica,
specificando quanto segue:  facile qui ravvisare la mano di
Dio. Quanto  avvenuto  la realizzazione di un ideale accarezzato
e desiderato da tanto tempo.
Quanto era avvenuto in quell'aprile del 1941 era l'inizio di una
soluzione finale se possibile pi atroce di quella realizzata dai
nazisti.
Nelle prime sei settimane di vita della nuova Croazia furono
assassinati tre vescovi, pi di cento preti e monaci ortodossi e
180.000 fra serbi ed ebrei. Le chiese ortodosse vennero distrutte,
trasformate in stalle, depredate: quelle sopravvissute, vennero
trasformate in luoghi di culto cattolico, secondo un ordine
dell'ordinariato episcopale.
Il mese seguente vennero ammazzati oltre 100.000 serbi, tra cui
donne, vecchi, bambini. La chiesa di Glina venne trasformata in
un mattatoio. Le uniformi dei macellai, costantemente intrise di
sangue, dovettero essere cambiate pi e pi volte. In seguito l
verranno ritrovati bambini infilzati negli spiedi, con le membra
ancora contratte negli spasmi della sofferenza.
Entro il novembre del 1941 furono uccisi altri cinque vescovi e
non meno di trecento preti ortodossi: l'ottantenne metropolita di
Sarajevo Petar Simonie venne sgozzato, mentre contemporaneamente
l'arcivescovo cattolico della citt Ivan Saric componeva
odi in onore di Pavelic ed esaltava nel giornale diocesano i nuovimetodi rivoluzionari al servizio della verit, della giustizia e
dell'onore.
Nel marzo del 1942 a Zagabria, dove risiedevano il primate
Stepinac e il nunzio apostolico Marcone, il metropolita ortodosso
Antonij Dositej fu torturato al punto che divenne pazzo: il suo
cadavere fu privato degli organi genitali e impalato.
L'ottantunenne vescovo di Banja Luka, monsignor Platon
Jovanovic, fu arrestato nonostante la promessa con cui il vescovo
cattolico Jozo Garic gli aveva assicurato salva la vita; condotto
fuori citt in compagnia del sacerdote ortodosso Duran Sabotic,
che sub la medesima tortura, gli venne strappata la barba, simbolodistintivo dei pope, per poi essere straziato con asportazione di
occhi, naso e orecchie, prima di essere giustiziato.
Il vescovo di Ototac, monsignor Branko Dobrosavljevic fu arrestato
insieme a suo figlio: il ragazzo fu fatto a pezzi a colpi di
scure in presenza del padre, al quale vennero poi strappati barba,
capelli e occhi prima di incappare nella stessa sorte del figlio.
E cos via in una sterminata galleria di orrore e sangue che non
sembr turbare minimamente l'arcivescovo Stepinac il quale,
anzi, seppe risolvere a vantaggio del clero da lui guidato la distruzione
della Chiesa ortodossa e l'uccisione dei suoi religiosi.
Allestendo specificamente due strutture ad hoc, il Consiglio di
Stato per la Ricostruzione e il Comitato per la confisca delle chiese
ortodosse e dei relativi beni, egli si assunse sulle spalle il gravoso
compito di saccheggiare sistematicamente i beni della confessione
rivale, traslandoli in seno all'accogliente Chiesa cattolica croata.
Un'attivit alla quale collaborarono alacremente tutti gli esponenti
del clero cattolico i quali, va ammesso, non difettarono di
esprimere il loro zelo neppure nell'adempimento delle altre mansioni
cui la nazione di Dio puntualmente li chiamava.
Molti preti cattolici infatti si iscrissero al Partito ustascia, come
il gi menzionato arcivescovo di Sarajevo Ivan Saric che dalle
colonne del Katolicki Tjednik tuonava che il cattolicesimo andava
proclamato con l'aiuto dei cannoni, delle mitragliatrici, dei
carri armati e delle bombe. Vescovi e sacerdoti cattolici sedevano
nel Sobor, il parlamento croato, che apriva le sue sedute al
canto del Veni creator spiritus.
A tali nobili iniziative ci si apprestava con prediche quotidiane,
in cui non era raro trovare propositi di questo tipo: Finora,
fratelli, abbiamo lavorato per la nostra religione con la croce e il
breviario; ora  giunto il momento della pistola e del mitra, o
anche: Non  pi un peccato uccidere un bambino di sette anni,
qualora violi le leggi degli Ustascia. Bench porti una tonaca,
spesso devo por mano al mitra!. Non desta meraviglia dunque
che il prete cattolico Bozidar Bralo, consigliere della famigerata
Crna Leggija, la Legione Nera, trasmigrasse da un luogo
all'altro agitando il mitragliatore e gridando: A morte i Serbi!,
massacrandone poi centottanta ad Altpasin Most; che il gesuita
Dragutin Kamber, capo della polizia di Doboj, in Bosnia, partecipasse
personalmente all'assassinio di centinaia di ortodossi;
che i preti cattolici Ilija Tomas e Marko Hovko prendessero parte
attiva all'uccisione bestiale di 559 uomini, donne e bambini serbi
a Prebilovici e a Surmanci, in Herzegovina; che il curato di
Rogolje sterminasse quattrocento ortodossi.
In quest'opera barbarica di sterminio accumularono dei meriti
particolari i figli di san Francesco, che fin dal principio avevano
messo a disposizione degli ustascia i propri conventi, trasformati
in depositi d'armi.
Sin da quando, nell'aprile del 1941, il regime aveva istituito i primi
campi di sterminio, i logor, eufemisticamente definiti campi di
internamento e di lavoro, i francescani esercitavano il mestiere di
veri e propri boia: cos nel campo di Jadovno, Pag, Ogulin,
Jastrebarsko, Koprivnica, Krapje, Zenica, Stara Gradiska,
Djakovo, Lobograd, Tenje e Sanica. Eppure nessuno degli orrori qui commessi
riusc a reggere il confronto con quanto avvenne all'interno del
campo della morte di Jasenovac, sulle rive della Sava, in cui furono
trucidati circa 700.000 internati, secondo la testimonianza fornita
successivamente dal ministro dell'Interno Andrija Artukovic.
Questo fu il regno indiscusso di frate Miroslav Filipovic
Majstorovic, meglio conosciuto come fra' Satana.
Quando il 10 giugno del 1942 egli divenne il comandante del
campo, era gi accompagnato da una robusta fama: il francescano
infatti aveva guidato nell'ottobre del 1941 una brigata delle
squadracce della morte meglio note come Guardie del corpo del
Poglavnik, i cui rastrellamenti nella zona di Baja Luka e Motica
avevano provocato il massacro di 4.800 serbi. Nel frangente il
frate ebbe modo di mettersi in mostra in almeno due episodi memorabili:
durante l'eccidio di Motica, quando di fronte al turbamento
suscitato nei suoi stessi camerati, orripilati nel vederlo trafiggere
un bambino, url: Io sto convertendo il diavolo in nome
di Dio, seguite il mio esempio!; nel corso del rastrellamento della
scuola elementare di Krivaja, quando dopo aver ordinato alla
maestra di indicargli quali fossero gli alunni ortodossi, li separ
dal gruppo dei restanti cattolici e musulmani e si scagli su di
essi sgozzandoli alla presenza dei compagni, i quali seppur sopravvissuti,
avranno benedetto il frate dell'impagabile privilegio
di recare impresse, per il resto della loro esistenza, le scene di
quella mattanza.
Ma forse, la palma dell'oscenit spett a Petar Brzica, gi allievo
del collegio francescano di Siroki Brijeg e membro della
confraternita dei crociati. Nella sola notte del 29 agosto del 1942
egli fu in grado di uccidere 1.300 persone, la cui gola fu tagliata
con una speciale lama ricurva, il graviso, uno strumento realizzato
dagli ustascia per mietere il maggior numero di vittime nel
minor tempo possibile e realizzata per gentile concessione della
fabbrica tedesca Solingen.
Fu questo lo spirito che il 21 maggio 1941 a Knin spinse il francescano
padre Simic a rispondere al comandante italiano della
divisione Sassari che gli chiedeva le linee direttrici della sua politica,
in questo modo: Uccidere tutti i serbi nel pi breve tempo
possibile. E poich il generale non voleva credere alle proprie
orecchie, il buon frate ribad prontamente: Uccidere tutti i serbi
nel pi breve tempo possibile.  questo il nostro programma.
In realt persino i fascisti italiani provavano ribrezzo di fronte
alla bestialit degli ustascia, tanto da infastidire i cattolici croati
e naturalmente il pio Stepinac, il quale osserv malevolmente in
una missiva di protesta inviata a Raffaele Casertano, ambasciatore
italiano a Zagabria, che nei territori croati passati all'amministrazione
italiana si poteva notare una continua decadenza della
vita religiosa e una certa tendenza a passare dal cattolicesimo ad
atteggiamenti scismatici.
Gli eccessi furono talmente virulenti che il generale Mario
Roatta, comandante della Seconda Armata italiana, minacci di
aprire il fuoco contro gli ustascia che intendevano penetrare nei
territori controllati dagli italiani, e gli stessi tedeschi, diplomatici,
militari e uomini dei servizi segreti, inviarono proteste contro il
terrore ustascia al comando supremo della Wehrmacht e
all'Uffcio Esteri.
Il 17 febbraio 1942 il capo dei Servizi di Sicurezza scrisse al
comando centrale delle SS:  possibile calcolare a circa 300.000
il numero dei pravoslavi uccisi o torturati sadicamente a morte
dai croati [...] In proposito  necessario notare che in fondo 
la Chiesa cattolica a favorire tali mostruosit con le sue misure
a favore delle conversioni e con la sua politica delle conversioni
coatte, perseguite proprio con l'aiuto degli ustascia [...] E un
fatto che i serbi che vivono in Croazia e che si sono convertiti al
cattolicesimo vivono indisturbati nelle proprie case.
Lo stesso Ribbentrop, il potentissimo ministro degli Esteri della
Germania nazista, incaric l'ambasciatore tedesco a Zagabria
di esprimere la profonda costernazione del governo del Reich a
causa degli orribili eccessi degli ustascia, elementi criminali.
Insomma fascisti italiani e nazisti tedeschi si dimostrarono addirittura
scandalizzati dal comportamento criminale del regime
croato; soltanto la Chiesa cattolica croata e il suo capo Stepinac
apparvero entusiasti di quanto stava avvenendo nella Nezavisna
Drzava Hrvatska, lo Stato Indipendente Croato.
Al punto da adoperarsi a favore di un rapido riconoscimento
formale della nuova Croazia da parte del Vaticano, che per parte
sua continu ipocritamente a mantenere rapporti diplomatici col
governo jugoslavo in esilio.
Troppe furono le occasioni in cui il monsignore apparve andare
a braccetto con quell'orco di Pavelic, a partire da quel lauto
pranzo offerto nella sede arcivescovile il 16 aprile del 1941
per festeggiare l'insediamento del tiranno al governo: e chiss
se costui abbia voluto omaggiare il banchetto con le delizie da
cui sembrava non separarsi mai, quel paniere di vimini ricolmo
di bulbi oculari strappati ai serbi dagli amati ustascia, che tanto
sconvolsero Curzio Malaparte il quale durante un incontro con il
Plogavnik li aveva disgraziatamente scambiati per ostriche.
O quando, verso la met di giugno del 1941, la sollecitudine
di Stepinac spinger il vicario generale Josip Lach a riassumere
l'atteggiamento della Chiesa croata verso il nuovo regime con i
seguenti toni: Questo ordinariato far di tutto affinch gli intenti
del governo croato siano realizzati nel modo pi ampio possibile,
ma con un'unica riserva che questo ministero non potr mai eliminare:
e cio che mai e in nessun caso venga violata la suprema
legge del Vangelo di Cristo.
Ma evidentemente fu questa a doversi piegare alle esigenze del
regime, quando l'arcivescovo impose di celebrare solennemente
gli anniversari della fondazione del nuovo Stato e di intonare il Te
Deum in tutte le chiese in occasione del compleanno del Poglavnik.
D'altro canto ci pens Nikola Rusinovic, rappresentante del
governo ustascia in Vaticano dall'autunno del 1941 al luglio del
1942, a informarci dettagliatamente riguardo l'atteggiamento di
Stepinac verso il regime criminale di Pavelic. Egli afferm di essere
a conoscenza di un dattiloscritto di nove pagine che l'arcivescovo
aveva fatto pervenire al Santo Padre, in cui valutava in
modo assai favorevole la situazione del Paese e lodava l'opera e
gli sforzi del governo.
In particolare egli si serv delle espressioni pi esaltanti a proposito
dei tentativi e degli sforzi del Poglavnik per riordinare tutto
come prima dell'avvento serbo, esaltando il suo comportamento
religioso e l'atteggiamento nei confronti della Chiesa.
E dunque mentre italiani, tedeschi, croati in esilio stigmatizzavano
il comportamento criminale del governo di Pavelic;
mentre anche il settimanale londinese New Review accusava
Pavelic di essere unanimemente considerato il peggior criminale
del 1941; mentre Veceslav Vilder, membro del governo
jugoslavo in esilio a Londra, a sua volta affermava che intorno
a Stepinac, arcivescovo di Zagabria, vengono perpetrate le
pi orribili nefandezze. Il sangue dei fratelli scorre a fiumi...
e non sentiamo levarsi la voce sdegnata dell'arcivescovo. Al
contrario leggiamo che prende parte alle parate dei nazisti e dei
fascisti; mentre accadeva tutto ci, Stepinac taceva e collaborava,
conferendo col Vaticano, con Pio 12esimo, col segretario di
Stato Maglione, con altri prelati e cardinali e anche col futuro
papa monsignor Montini.
Ancora, in un memorandum del maggio del 1943 inviato alla
Curia romana, Stepinac sottolineava i meriti degli ustascia nella
conversione degli ortodossi, ringraziava soprattutto i francescani
e pregava il papa di ricordarsi nelle sue preghiere dei croati.
Della visita del primate croato in Vaticano, dal 26 maggio al
3 giugno del 1943, siamo informati dal rappresentante ustascia
presso la Santa Sede, il principe Erwin Lobkowicz, il quale scrisse:
L'arcivescovo ha fornito informazioni assai positive sulla
Croazia [...] ha sottaciuto alcune cose con le quali non era completamente
d'accordo, per far apparire la Croazia nella miglior
luce possibile [...] Ha anche giustificato e motivato i metodi usati
verso gli ebrei dagli ustascia.
Forte di tale impegno, nel 1944 Stepinac venne decorato da
Pavelic con la Gran Croce con Stella e il 7 luglio dello stesso anno
il monsignore rispose sollecitando affinch tutti si ponessero a
difesa dello Stato, per edificarlo e sostenerlo con sempre maggiore
energia.
Il regime iniziava a sgretolarsi sotto i rovesci subiti dall'Asse
nelle vicende belliche, eppure il 25 marzo del 1945, il primate
aveva ancora la sfacciataggine di pubblicare un manifesto a favore
della Grande Croazia.
La quale tra il 1941 e il 1945 trucid non meno di 750.000
persone, secondo una stima approssimativa che non avremo mai
modo di appurare con certezza.
Eppure la Chiesa, che durante quell'eccidio sembrava muta,
trov improvvisamente la voce il 2 giugno del 1945, dopo che
l'esercito di liberazione di Tito cominci a chiedere conto di tutti
questi misfatti, pur evitando di presentarlo a Stepinac per ragioni
di realpolitik.
Ci non imped a Pio 12esimo di lamentare in pi di un Paese uccisioni
di preti, deportazioni di civili, esecuzioni di cittadini senza
processo o per vendette private e di dolersi delle non meno
tristi notizie che ci provengono dalla Slovenia e dalla Croazia.
Tutta l'indifferenza ostentata quando il regime di Pavelic ammazzava,
squartava, affogava, decapitava, strangolava, seppelliva
vivi e crocifiggeva centinaia di migliaia di serbi, zingari, ebrei,
ortodossi, si tramut in un'accorata paterna preoccupazione non
appena i rossi mostrarono le loro sacrosante ragioni di rivalsa, accumulate
dopo un'ostinata guerra partigiana contro gli ustascia.
Di fronte al clima di crociata con cui la Santa Sede rifiut la
volenterosa proposta del nuovo governo jugoslavo di richiamare
a Roma Stepinac per evitare di rispondere delle accuse che da
pi parti cominciavano a piovere - alla quale anzi il papa rispose
confermando pervicacemente l'arcivescovo nel suo ruolo - alla
magistratura di Zagabria non rimase che istruire il processo che
inizi il 30 luglio del 1946.
L'11 ottobre questo era gi finito e Stepinac ne usciva condannato
a sedici anni di lavori forzati.
Una pena che non scont mai, dal momento che il verdetto fu
immantinente commutato negli arresti domiciliari.
Il Vaticano non si diede per vinto, e ormai deciso a fare dell'arcivescovo
un martire della barbarie anticattolica dei comunisti,
lo elegger alla carica cardinalizia il 12 gennaio 1953, una gioia
che Stepinac non pot mai assaporare interamente, visto che non
gli fu mai permesso di andare a Roma per indossare la porpora
come di rito.
Sette anni dopo, nel 1960, il cardinale virtuale moriva per una
malattia genetica contratta durante la detenzione. L'anno prima
era passato a miglior vita anche Ante Pavelic, cui l'ignominiosa
fuga attraverso il quanto mai eloquente Rat Channell, il canale
dei topi con cui varie entit cattoliche, appoggiandosi alla rete di
intelligence statunitense, propiziarono la misericordiosa fuga di
migliaia di criminali di guerra, non fu propriamente fausta. Ferito
nel 1957 in un attentato a Buenos Aires, nonostante la protezione
dell'abbraccio peronista, finir i suoi giorni nell'altrettanto accogliente
seno della Spagna franchista: a dimostrazione di quanto,
nonostante possa essere amorevole la solidariet che ogni dittatore
nutre nei confronti di chi riconosca come simile, non pu nulla
contro la giustizia quando questa si ricorda di albergare anche in
questa terra.
Il che purtroppo avviene con una rarit desolante.
Sull'intera vicenda cal implacabile la spugna revisionista della
Chiesa, cui premeva soprattutto mettere al riparo da imbarazzanti
connessioni l'operato di Pio 12esimo: poi pi nulla, sino a quel fatidico
viaggio del 1998 dal quale abbiamo ritessuto le fila di questa
orribile vicenda.
In quel frangente lo spettro di Alojzije torn prepotentemente
sulla ribalta della Storia, agitato dal clamore con cui le opposte
fazioni della sua memoria si fronteggiarono: vittima o carnefice
che fosse, la Chiesa come sempre prevaric i dubbi umani, tributandogli
i fasti della beatificazione, ai quali Giovanni Paolo Secondo lo
elevava sabato 3 ottobre 1998, di fronte a una folla sterminata e
festante di 500.000 persone.
Quel giorno neanche un fiato fu proferito in accenno all'olocausto
balcanico: chiss se sette anni dopo, al momento della
sua morte, le centinaia di migliaia di anime cos proditoriamente
ignorate abbiano accolto il papa polacco con lo stesso assordante
silenzio.
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Capitolo 24.
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...
Athanase Seromba.
...
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...
Tra l'aprile e il luglio del 1994, di fronte alla sconcertante indifferenza del mondo, magari troppo impegnato a pregustare l'imminenza dei campionati di calcio e a soddisfare tutti i riti che quella lobotomia planetaria comporta, si scatenava nel Ruanda, un minuscolo Stato dell'Africa centro-orientale, uno dei pi spaventosi
genocidi che la storia del Novecento ricordi. E dire che quel secolo ne aveva gi visti tanti, ma evidentemente mai abbastanza.
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Gli echi di quel massacro giunsero soffusi, attenuati dall'ipocrita consapevolezza che sempre avvolge le cose d'Africa, confinata, nel nostro cinico sistema di valori, al rango di terra predestinata alla sofferenza se non alla pura e semplice iattura. Come se una forza immanente avesse stabilito che quel continente dovesse
svolgere nella Storia il ruolo di contraltare dell'opulenza occidentale, nel quale rispecchiarsi e sospirare benedicenti la sorte che non ci ha condannato a patire i natali in quelle regioni piagate dal destino.
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Peccato che quella condanna, cos consolatoriamente attribuita a una metafisica sorte avversa, sia stata proditoriamente emessa dall'uomo occidentale attraverso una centenaria politica di sfruttamento e prevaricazione che pur con le dovute modifiche continua pervicacemente ad attuare. La rinnovata coscienza con cui le nuove generazioni intendono seppellire un passato scabroso, ammette con fastidio le evidenze di un presente altrettanto triste, di cui tollera l'esistenza solo se edulcorata dai filtri dei media o attraverso la testimonianza degli operatori di pace in cui si esalta l'impegno volto a mondare i peccati collettivi.
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I quali benefattori spesso e volentieri agiscono sotto l'immensa ala di Santa Romana Chiesa, il cui vizio di prodigarsi nel mondo non sembra affievolirsi con il passare del tempo n tantomeno con l'estensione dello spazio geografico. Anzi, sempre fedele alla convinzione di esercitare un mandato divino di salvezza, essa appare anche pi presente laddove le contingenze umane rendono le anime pi pronte ad accogliere il suo edificante insegnamento, tanto pi incisivo quanto pi miserevoli le condizioni di chi  stato scelto per recepirlo.
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Che dietro questa missione si celino prospettive molto pi basse,  stato ampiamente dimostrato anche in questo volume. Come anche il fatto che l'adempimento di un mandato cos onorevole, abbia necessariamente lasciato dietro di s una scia di morti, riempiendo di scheletri un armadio costantemente ingrandito nel tentativo di contenerli tutti.
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Dopo i fatti del Ruanda quel nascondiglio non  potuto pi bastare: troppi i corpi da celare, troppe le membra fatte a pezzi, i cui macabri resti puntavano il loro dito accusatore contro coloro i quali li avevano cos barbaramente trucidati. Tra questi spiccavano uomini che, al pari di Athanase Seromba, indossavano gli abiti di chi cinicamente si autoprofessa interprete dell'amore universale coniugato dal Cristo, ma a giudicare dalla crudelt delle loro azioni, sembra che di quella lezione essi abbiano appreso solo la parte relativa alla croce e al dolore del suo supplizio. Un dolore che hanno voluto e saputo dispensare agli altri spesso con fredda e mostruosa determinazione.
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Ci  quanto ha fatto Athanase, il cui nome cos simile al personaggio con il quale abbiamo iniziato questo lungo cammino, chiude idealmente il cerchio di nefandezze che abbiamo sin qui dolorosamente tracciato. La sua opera si iscrisse in quella tragica spirale in cui durante quegli allucinati mesi del 1994, il Ruanda visse una sorta di follia collettiva.
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Fu come se in quella notte del 6 aprile, il Paese delle mille colline fosse stato rapito e proiettato in una dimensione parallela, un mondo di orrore svincolato da leggi umane e divine, dove era possibile distinguere solo il rosso del sangue e lo scintillio dei machete che affondava impietosamente nelle carni straziate di coloro che solo pochi istanti prima erano chiamati compagni.
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Uomo contro uomo, e sempre pi spesso contro donne e bambini, senza pi alcun legame, senza nessuna parentela. Non esistevano pi vincoli d'amicizia, non esistevano pi coniugi: solo l'etnia determin il confine tra vittima e carnefice, in un asettico, crudelissimo
discrimine. Cos gli hutu fondamentalisti, forti dell'appoggio armato degli Interahamwe, una milizia paramilitare che in lingua kinyarwanda significa pi o meno coloro che combattono insieme, iniziarono il genocidio del Ruanda, un'ingiustificata e ingiustificabile caccia all'uomo perpetrata contro tutsi e hutu moderati.
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Un genocidio che, prove alla mano, era stato preparato meticolosamente. Mentre i notabili del regime hutu al potere nei mesi precedenti avevano comprato armi, munizioni e perfino machete, dai microfoni di Radio Television Libre des Mille Collines (RTLM), emittente legata al regime hutu, gli speaker, tra cui si distinse per
la veemenza un personaggio raccapricciante come l'italo-belga Giorgio Ruggiu, non fecero altro che eccitare gli animi con slogan di questo tenore: Schiacciate gli inyenzi, gli scarafaggi, riempite le tombe.
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L'ONU fece ci che ha sempre fatto, vale a dire un beneamato nulla, e al Palazzo di Vetro di New York, le cui fragili pareti mai come in quell'occasione hanno rischiato di infrangersi al suono di quelle urla disperate, si decise di ignorare gli accorati appelli del generale canadese Romeo Dallaire, capo di un piccolo contingente di caschi blu di stanza a Kigali che aveva annunciato con settimane, se non mesi di anticipo, la preparazione del genocidio.
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Per la verit i fatti si svolsero in una modalit leggermente pi articolata ma lo vedremo pi tardi, quando scopriremo su chi ricada la colpa delle pesantissime responsabilit dell'intera vicenda. Cos, nel misero arco di cento giorni vennero sterminati un milione di tutsi e hutu moderati. Un'ecatombe.
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Il mondo diplomatico che aveva assistito inerte, finalmente si dest, e seppur a mattanza finita, nel novembre successivo spinse il Consiglio di Sicurezza dell'ONU a emanare la risoluzione n 955 con la quale si costituiva ad Arusha, una citt tanzanese alle falde del Kilimangiaro, un tribunale per i crimini commessi in Ruanda.
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Nelle maglie degli investigatori internazionali fin cos anche padre Athanase, il quale prima di quell'aprile 1994 era conosciuto come un'anima pia.
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All'epoca dei fatti era un prete cattolico di trentun anni di etnia hutu, che operava nella parrocchia di Nyange, un villaggio della diocesi di Kibungo situata sul versante sud-orientale del Ruanda. Ogni mattina all'alba - racconteranno dieci anni dopo i suoi sconsolati parrocchiani - scendeva nella sua chiesa, preparava i
paramenti, li indossava in attesa dei fedeli per la messa. Distribuiva una parola buona per ciascuno, portava conforto alla sua gente oberata dalla fame e dalla povert, non si lasciava sfuggire nessuna occasione per aiutare i pi indigenti. Poi la trasformazione da pio a demonio.
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Seromba, assieme al borgomastro e all'ispettore di polizia, prepar e mise in pratica un piano diabolico destinato a sterminare la popolazione tutsi della zona.
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Durante la caccia all'uomo che si scaten in quella maledetta primavera del '94, il prete incoraggi quei poveri cristi in fuga disperata nelle campagne a ripararsi nella parrocchia. Il ministro di Dio li attrasse in chiesa usando tutta la sua autorit di religioso e promettendo loro protezione. Assicurava tutti infatti che l, al cospetto di Ges e della Madonna, protettrice del Ruanda, sarebbero stati in salvo.
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Intere famiglie, certe che gli Interahamwe avrebbero rispettato il tempio, come gi accaduto durante i massacri degli anni precedenti, accettarono l'ospitalit offerta dall'abate. Ma una volta dentro, scoprirono di essere in trappola. Nessuno diede loro acqua e cibo per giorni e padre Seromba respinse il denaro dei rifugiati offerto per acquistare pane e frutta. Si rifiut persino di celebrare la messa.
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Secondo l'atto d'accusa del Tribunale dell'ONU, il prete ordin ai gendarmi di sparare su quanti, calandosi dalle finestre, cercavano di rubare frutti dal bananeto alle spalle della parrocchia. Nella chiesa intanto, i bambini, in preda a febbre e dissenteria, piangevano in continuazione. Mancava l'aria, l dove duemila persone vivevano nella disperazione in un luogo che poteva contenerne al massimo 1500.
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Il 13 aprile matur il primo attacco: i miliziani estremisti circondarono l'edificio, dopodich iniziarono a sparare raffiche di fucile e a tirare granate all'interno dove erano assiepati i civili inermi. Nella confusione, tra urla e schizzi di sangue, qualcuno riusc a scappare, ma venne catturato e giustiziato sul posto, come raccontarono i testimoni che sentirono il sacerdote ordinare ai soldati di chiudere tutte le porte e di freddare i trenta tutsi bloccati mentre erano in fuga.
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Il 16 aprile, Seromba e le autorit locali decisero di compiere quella che assomigliava a tutti gli effetti una soluzione finale. Chiamarono infatti gli autisti di due bulldozer della societ italiana Astaldi, che stava costruendo la strada da Gitarama a Kibuye, con l'intento di mettere in pratica un disegno micidiale: seppellire i rifugiati sotto le macerie del luogo sacro.
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Gli hutu sono tanti. Questa chiesa verr ricostruita in tre giorni fu l'agghiacciante sentenza dell'abate mentre intimava all'autista attonito l'ordine di procedere. Pochi minuti prima un suo collega, che si era rifiutato di agire, era stato ammazzato con un colpo alla testa.
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Cos, con movimenti coordinati, le due macchine demolirono i muri della chiesa, mentre la popolazione del villaggio, armata di machete e bastoni, circondava l'area per attaccare chi cercasse di fuggire. Nessuno dei duemila tutsi sfuggir al massacro. Ma saranno proprio i loro fratelli che nel giugno del 1994 vinceranno la guerra inaugurata con il genocidio e Seromba, temendo giustamente rappresaglie, fu costretto a fuggire.
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Prima in Zaire, l'attuale Repubblica Democratica del Congo, poi in Italia. Quando giunse a Firenze, nell'estate del 1997, fu raccomandato da una lettera del vescovo di Nyundo, che lodava le sue doti di religioso semplice e devoto. Il prelato chiedeva alla diocesi fiorentina di dargli accoglienza per un certo periodo: affermava di essere un profugo proveniente dallo Zaire e che si chiamasse Anastasio Sumba Bura.
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La curia toscana pens bene di trovargli un posticino nella parrocchia dell'Immacolata a Montughi. Tutto sembr finire l. Ma il sacerdote, forte di un appoggio cos formidabile, non aveva fatto i conti con la tenacia degli uomini e delle donne di African Rights, un'associazione che nella sua vocazione vantava anche l'impegno nella ricerca dei colpevoli di quegli orribili delitti ruandesi.
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A questa, il nome del neo curato fiorentino inocul da subito qualche legittimo sospetto: si cominci quindi a investigare, a scattare foto, a convocare testimoni.
Il risultato dell'indagine non lasci dubbi: Atanasio Sumba Bura altri non era se non Athanase Seromba, il prete ricercato dalla polizia di mezzo mondo.
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Solo nel novembre del 1999, dopo che un articolo del britannico Sunday Times svelava i retroscena dell'incresciosa vicenda, la magistratura italiana si decise ad aprire un fascicolo. Il prete ovviamente negava e raccontava le sue verit mentre la curia fiorentina fu la prima a battersi strenuamente in difesa di Sumba Bura.
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Il sacerdote appariva intoccabile: prima venne trasferito in una parrocchia fuori citt, poi scomparve del tutto. La magistratura lo cercava, ma Sumba Bura era come un fantasma. Il Vaticano, interpellato, fece spallucce, dichiarando la sua totale estraneit alla vicenda. Eppure si scoprir in seguito che la tana dell'ineffabile sacerdote fu nientemeno che il palazzo vescovile di Firenze, a un tiro di schioppo dal duomo di Santa Maria del Fiore.
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Nel frattempo si moltiplicavano le lettere ufficiali con cui African Rights chiedeva l'attiva collaborazione per rendere giustizia alle vittime del genocidio ruandese: missive inoltrate sia al cardinale di Firenze, sia all'allora papa Giovanni Paolo Secondo che ricevettero come risposta un assordante silenzio.
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Solo nel 2001 l'arcidiocesi di Firenze permise a Seromba, che miracolosamente non veniva pi chiamato Sumba Bura, di uscire allo scoperto dopo due anni di latitanza: il prete, bont sua, si disse finalmente disposto a rispondere davanti alla legge per tutte le accuse che lo riguardano.
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Il procuratore generale del Tribunale internazionale per il Ruanda era Carla del Ponte, un tipo tosto, amica di Giovanni Falcone e collaboratrice nelle indagini italiane su mafia e corruzione. Il 12 luglio 2001 la del Ponte emise un ordine di cattura internazionale per quattro ruandesi, fra cui comparve Athanase Seromba: ma mentre gli altri tre furono consegnati alle autorit competenti dagli Stati europei in cui si trovavano (Olanda, Belgio e Svizzera), il sacerdote rimase al suo posto.
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L'Italia, che, forse giova ricordare, all'epoca vantava come ministro della Giustizia del governo berlusconiano il leghista Roberto Castelli, dichiarava l'impossibilit di una simile estradizione per mancata approvazione delle relative leggi di ratifica. All'invito della Procura speciale di formulare un veloce decreto legge, il ministero rispondeva picche, adducendo scuse inconcludenti biascicate nel solito modo: Per un decreto ci vuole tempo, occorre vagliare, vedere; salvo concludere con serafico fatalismo: Il Ruanda  migliaia di chilometri lontano.
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Carla del Ponte, che non riteneva quella distanza cos insormontabile, premette per un incontro con Berlusconi, il quale, fedele alla sua rinomata passione per le toghe, naturalmente rifiut. Il Vaticano, dal canto suo, avviava trattative private con il tribunale e con le autorit ruandesi e poneva le sue condizioni, intimando
che ogni contatto dovesse passare direttamente dalla Santa Sede, senza ingerenze dello Stato italiano.
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Finalmente nel febbraio 2002, il tribunale internazionale ottenne l'estradizione: Seromba veniva consegnato alle autorit giudicanti giusto pochi mesi prima che l'Italia approvasse la legge sulla estradizione dei perseguiti dal tribunale internazionale, che avrebbe comportato imbarazzanti perquisizioni negli archivi e
nelle parrocchie.
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L'avvocato di Seromba, il beninese Alfred Pognon, uno dei benemeriti fondatori di Avvocati Senza Frontiere, in un'intervista concessa ai quotidiani italiani nel settembre del 2004, mentre ad Arusha si celebrava il processo, ostentava tranquillit: Il mio cliente  una vittima - sostenne sicuro - e il tribunale  dell'ONU  politicizzato. Quei giudici vogliono condannare gli accusati per giustificare la loro esistenza e la loro burocrazia ignava che costa milioni di dollari. Attraverso Seromba intendono colpire la Chiesa e noi dobbiamo impedirlo. Dimostrer la sua innocenza.
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Ma le prove e le testimonianze apparvero schiaccianti, cos l'indomito leguleio non riusc a far assolvere il prelato, nonostante - sostennero sottovoce alla procura del Tribunale - le pesanti pressioni del Vaticano sui magistrati. Il 13 dicembre 2006 il tribunale condannava Athanase Seromba a quindici anni di carcere, ritenendo acclarato il suo sostegno e la sua complicit con gli autori del massacro.
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Nel marzo del 2008, la Corte d'appello ribalt un verdetto che tutto sommato poteva considerarsi mite, comminando invece la durissima pena dell'ergastolo: per il prete non si trattava pi di semplice connivenza, bens venne riconosciuto come esecutore materiale di quella strage.
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Dal 27 giugno 2009 Seromba  stato trasferito nella prigione di Akpro-Missrt a Port-Novo, in Benin, dove attualmente sta scontando ci a cui la giustizia terrena ha deciso di condannarlo: durante tutto l'iter giudiziario e a quanto risulta neppure ora che  chiuso in gabbia per la vita, il prete non ha mai mostrato segni di pentimento.
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Sin qui la vicenda di Seromba, di cui, se ci limitassimo alla nuda cronaca, riproporremmo l'ennesima versione di una storica accondiscendenza della Chiesa romana ai crimini pi efferati, della sua atavica manifestazione attraverso personaggi sanguinari, della sua cronica volont di nascondere, dimenticare, distorcere. Ma non renderemmo giustizia a quelle molteplici vittime. Ci che successe al Ruanda in quel disgraziato 1994 merita infatti un commento pi profondo, uno sforzo maggiore nel tentativo di comprendere ci che a prima vista appare solo la declinazione della follia dietro cui invece si sedimenta un processo razionale, cinico e determinato perseguito quasi scientificamente da soggetti che hanno contribuito a costruire un impianto mistificatorio dietro il quale celare i propri interessi.
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A partire dall'assioma che cataloga quell'immane mattanza come un conflitto di origine etnica, uno scontro secolare in cui hutu e tutsi si sono scannati e continuano a farlo per affermare quale dei due gruppi debba prevalere. Nonostante tale interpretazione sia stata autorevolmente confutata essa ricorre ancora nelle argomentazioni di molti.
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Eppure non c' pi uno straccio di storico che si ostini a sostenere che i cosiddetti hutu e i cosiddetti tutsi abbiano elementi di diversit che li possano classificare come differenti etnie: ammesso che il termine stesso abbia una qualche valenza analitica effettiva e non vada stralciata per quello che  effettivamente, un'invenzione dell'antropologia europea ottocentesca.
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Hutu e tutsi parlano la stessa lingua, praticano la stessa religione, hanno gli stessi usi e costumi, vivono mirabilmente mischiati negli stessi villaggi e negli stessi quartieri urbani e non presentano alcuna chiara distinzione somatica come vorrebbe la versione pi arcaicamente razziale dell'etnicismo; inoltre da sempre hanno praticato indistintamente agricoltura e allevamento, con buona pace di quell'altra interpretazione sociale dell'etnia che riconosceva negli hutu un popolo di agricoltori oppressi dagli infidi pastori tutsi.
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 lecito dunque chiedersi perch si continui a blaterare di conflitto tra due etnie, o peggio di prevaricazione dei tutsi nei confronti degli hutu. Ma soprattutto  obbligatorio domandarsi quali conseguenze abbia continuare a diffondere affermazioni ormai smentite dalla ricerca scientifica, dalla storia e soprattutto dal buon senso.
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La teoria dell'origine camitica dei tutsi, etnia malvagia di oppressori che sarebbe strisciata dalla regione abissina o egiziana per soggiogare i poveri hutu, dipinti come gli ingenui e buoni abitanti originari della zona dei Grandi Laghi, gioca su questo scenario lo stesso ruolo che interpreta nella questione ebraica il
famigerato Protocollo dei savi di Sion. Questo testo, com' noto, fu una bufala costruita ad arte nella Russia zarista, eppure il presunto complotto ebraico che vi sarebbe contenuto viene periodicamente rispolverato come giustificazione dell'antiebraismo: cos al tempo dei nazisti, cos nella Russia staliniana, cos nel ventre molle dell'odierno estremismo islamico.
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Allo stesso modo la falsa storia dell'invasione dei Grandi Laghi da parte di una popolazione estranea, i tutsi camitici, dedita a opprimere gli abitanti originari, gli sprovveduti hutu, continua a circolare a pi livelli: nonostante sia smaccatamente falsa essa serve a dimostrare la necessit dello scontro tra queste presunte
etnie.
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E chi poteva avere interesse ad alimentare un mito cos dannoso quanto fazioso? Certamente chi riteneva tale mito utile al mantenimento del potere.
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L'antropologo Ugo Fabietti, nel suo illuminante saggio: L'identit etnica, attribuisce al primo arcivescovo cattolico del Paese, Lon Classe, la formulazione di tale aberrazione intorno agli anni Venti del secolo scorso: il sant'uomo si sarebbe spinto fino a considerare i tutsi di origine ariana, mentre alcuni suoi successori
avrebbero ridimensionato tale teoria, rintracciando in essi pi caute origini tra le trib perdute della Cristianit. Ancora oggi c' chi specula su tali fantasie come se fossero una verit dimostrata.
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Ora, se si trattasse solo di spiegare a qualche prete missionario che le sue concezioni, recepite in lontani anni di studio nei polverosi seminari sono ormai superate, equivarrebbe alla proverbiale scoperta dell'uovo di Colombo. Il punto  che si continua a propagandare queste arcaiche e definitivamente erronee verit assecondando lo spirito maligno di quelle forze politiche e sociali che non hanno nessun interesse a riconoscere le ragioni della riconciliazione se non addirittura della pace, e che continuano invece ad agitare lo spauracchio ruandese come strumento benemerito di consenso politico.
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Eppure  ormai arcinoto che in Ruanda la suddivisione della popolazione in base alla supposta etnia fu un'invenzione dei canaglieschi amministratori coloniali: prima i tedeschi e poi i belgi che sublimemente li imitarono.
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Per chi fosse ancorato a un'interpretazione che limitasse la vicenda allo scontro di opposte fazioni degne di un match calcistico varrebbe forse la pena leggere gli storici africani che forse della questione hanno un punto di vista sensibilmente meno superficiale. Il pi noto di questi, Joseph Ki-Zerbo, nella sua Storia dell'Africa Nera stampata nel 1977, descriveva chiaramente come nell'antico Ruanda precoloniale esistessero due gruppi sociali all'interno di uno stesso popolo, la cui diversit risiedeva non nell'etnia, bens nella diversa posizione in relazione al potere: tutsi era dunque il nome assegnato all'aristocrazia.
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Ci che rendeva i tutsi superiori era il possesso della ricchezza, la stessa che garantiva l'appartenenza al potere aristocratico rappresentato dalla monarchia locale. Da queste parti, ricchezza si traduceva inderogabilmente con il bestiame e non con il fatto di essere pastori, dato che tale nobile attivit, soprattutto se esercitata alle dipendenze del padrone del bestiame, poteva essere esercitata da chiunque.
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Tale premessa d'ineguaglianza - scriveva lo storico congolese Elikia M'Bokolo nella sua opera L'Afrique moderne - si  rapidamente incarnata in un contratto di servaggio pastorale: gli hutu diventavano clienti del signore tutsi e gli fornivano prestazioni in cambio di protezione, proprio come avveniva nell'Europa medievale.
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Figure sociali dunque, per giunta affatto statiche e naturali: molto pi simili alla categoria sociologica di classe sociale che non agli ingombranti retaggi della vetusta etnologia europea che le voleva sinonimi di razza, trib o casta.
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La conquista coloniale si inser dunque su una societ complessa, attraversata da distinzioni di classe che si disegnavano in relazione all'accesso alla ricchezza e al potere. Qui, come altrove in Africa, quello sparuto gruppo di amministratori, militari, medici e religiosi che venne con l'unico intento di fare man bassa, poggi il proprio dominio sulla minoranza privilegiata, che pur di mantenere il suo status divenne intermediaria del nuovo potere.
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Cos per la maggioranza, ormai classificata per volere dello stesso potere coloniale come hutu in senso etnico e quindi immutabile, si spalancavano le porte delle piantagioni e delle miniere, mentre la minoranza godeva delle briciole concesse dai padroni, accedendo alla formazione scolastica, ai bassi gradi dell'amministrazione e dell'esercito e a una risicata partecipazione all'economia esportatrice. In cambio, questi fortunati divennero i pi feroci oppressori dei loro fratelli, distinguendosi nell'imposizione degli obblighi lavorativi, del pagamento delle imposte e della connessa repressione violenta di ogni trasgressione o ribellione.
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Al termine del periodo coloniale, le due classi avevano ormai ruoli rigidamente predeterminati dalla relazione con il potere e l'economia coloniale e l'appartenenza all'una o all'altra classe era addirittura iscritta sulla carta d'identit come appartenenza etnica e quindi naturale.
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Non prima che la Chiesa cattolica potesse svolgere il luminoso ruolo di dispensatrice dell'ideologia dell'origine naturale della divisione etnica e quindi della sua inamovibilit. I missionari che per primi calcarono quelle terre alla fine dell'Ottocento, appartenenti alla rilucente Congregazione dei Padri Bianchi, avevano ricevuto precise istruzioni su come comportarsi: In una societ violenta, suddivisa in una moltitudine di trib che vivono allo stato patriarcale - scriveva il cardinale Lavigerie nel 1878 - ci che importa soprattutto  conquistare lo spirito dei capi. ... Non si dovr mai omettere di far osservare che questa dottrina  di fatto favorevole al loro potere, poich essa insegna chi sono i veri rappresentanti di Dio sulla terra dal punto di vista temporale.
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Alla faccia del messaggio evangelico di amore universale.
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La Chiesa molto opportunamente scelse di rafforzare la locale struttura di potere per perpetuare se stessa, mentre agli hutu, la maggioranza oppressa, concedeva l'elemosina di consolatorie pratiche religiose. Tuttavia la benemerita istituzione ebbe la sfacciataggine di reclutare proprio tra le classi povere la maggioranza degli esponenti del clero indigeno, di cui Seromba costituir un disgraziato esempio: d'altronde a quei poveracci non restava che intraprendere la via delle missioni per sfuggire al duro regime delle corves imposte dai capi e dai militari.
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La collaborazione tra potere coloniale e Chiesa cattolica si fece ancora pi intensa con il passaggio del dominio dai tedeschi ai belgi, negli anni successivi alla prima guerra mondiale. Come scriveva padre Lon Classe, vicario generale in Ruanda nel 1918: La nostra volont  che il governo belga possa il pi presto possibile
restare il padrone definitivo dei destini di questo Paese.
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A loro volta i nuovi signori erano perfettamente consci che, per poter sfruttare con profitto le terre di cui erano entrati in possesso, avrebbero dovuto utilizzare la strategia cos brillantemente sperimentata dai loro predecessori. In un memorandum del ministro delle Colonie del 1920, si leggeva candidamente che il potere belga ha per base il mantenimento delle istituzioni indigene ... al fine di non ridurre troppo o annichilire il ruolo dei grandi feudatari.
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La Chiesa diede a quest'obiettivo politico il contributo di una serie di studi etnografici che sostenevano l'analisi razziale della realt locale e la superiorit naturale dei tutsi, in particolare con il testo di padre Pags Unroyaume hamite au centre de l'Afrique e con l'opuscolo Ruanda del canonico Louis de Lacger, che ebbero amplissima diffusione. In questi capolavori scientifici, si affermava la storiella della razza camitica dei tutsi, la quale veniva presentata come naturalmente superiore e incline al comando e dunque l'alleato ideale del potere coloniale.
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Cos quando i belgi attuarono una riforma amministrativa che indeboliva l'autorit del sovrano tradizionale a vantaggio di una rete di amministratori locali pi docili, questi ultimi furono scovati con il sostegno esplicito della Chiesa presso la cosiddetta aristocrazia tutsi.
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L'educazione di questo ceto illusoriamente dominante ma servile nella sostanza, venne effettuata presso istituti creati ad hoc, mentre gli hutu potevano al massimo accedere alle scuole missionarie, dove l'insegnamento era indirizzato nel senso della riaffermazione dei presupposti culturali di quella gerarchizzazione etnico razziale che nella realt si stava realizzando come fondamento della politica dell'amministrazione coloniale. Pi chiaro di cos...
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Ci innesc un processo di conversione di massa dei notabili tutsi per i quali convertirsi al cattolicesimo costituiva il fragile miraggio del mantenimento di una posizione dominante. Con la fine della seconda guerra mondiale, il potere coloniale inizi a sgretolarsi sotto i colpi di nuove istanze che premevano per una liberalizzazione dei mercati e il conseguente smantellamento degli ambiti privilegiati di sfruttamento rappresentati dai marcescenti imperi coloniali. Qui come altrove si affacci la speranza di un'emancipazione dalla soffocante tutela dell'uomo bianco.
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Paradossalmente l'opposizione pi radicale nasceva proprio in seno ai ceti sociali che il potere morente aveva privilegiato: fu l'ex aristocrazia tutsi, trasformata ormai in piccola borghesia amministrativa, militare e commerciale, a guidare i sentimenti indipendentisti. Ma ovviamente l'autorit coloniale, fedele a se stessa, tent l'ultima carta per conservare un controllo almeno indiretto sui nuovi Stati indipendenti e sulle loro risorse, iniziando ad appoggiare la costituzione di forze locali pi moderate ancora disposte a collaborare con un potere sul viale del tramonto.
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Nel caso specifico del Ruanda questo signific sostenere la creazione di entit politiche che rappresentassero proprio quella maggioranza hutu, fino ad allora confinata nei sottoscala dei palazzi del potere. Il compito di creare quest'inedita intellighenzia fu assunto, guarda caso, dalla Chiesa cattolica ruandese, che attraverso questo vergognoso voltafaccia otteneva due importanti risultati.
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Il primo fu di apparire finalmente come paladina della maggioranza oppressa, una missione che fino a quel momento aveva saggiamente gettato alle ortiche spremendosi in un molto pi proficuo appoggio alla gerarchia tradizionale. N si preoccup che tale svolta, orientata ancora sotto l'insegna dell'ideologia razziale, procur il primo massacro con i quale gli hutu fecero comprendere ai rivali quanto fosse ormai cambiato il vento.
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Nell'inaccettabile sfavillio della sua faccia di bronzo, monsignor Perraudin, massimo rappresentante cattolico in Ruanda, cos scriveva nel suo messaggio quaresimale del 1959, proprio alla vigilia della prima mattanza tutsi: Ci sono realmente in Ruanda diverse razze nettamente caratterizzate ... Le ricchezze da una parte e il potere politico e giudiziario dall'altra sono in realt in proporzione considerevole nelle mani di genti di una stessa razza, quella tutsi, alla cui espansione aveva collaborato alacremente proprio la stessa Chiesa che ora ne deplorava gli eccessi!
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Cos quel primo massacro fu ricordato come un necessario passaggio per la fondazione della nuova storia ruandese. Il secondo risultato che la Chiesa otteneva riscoprendosi pr hutu, era di agire ancora una volta per la continuit sostanziale dei rapporti di potere. Con la genialit che le fu sempre propria, questa riusc a incanalare il risentimento accumulato in anni di sfruttamento non verso il potere coloniale, vero colpevole di quella triste condizione, bens verso chi ne era stato in qualche modo l'interfaccia locale: il ceto privilegiato tutsi, adesso fautore di una pi radicale versione dell'indipendentismo.
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Con queste premesse, la rivolta contadina del 1959 assunse facilmente una coloritura etnica e fu l'atto di nascita dei massacri che si perpetreranno senza soluzione di continuit sino a culminare nel genocidio del 1994. Nel frattempo l'ascesa del nuovo ceto politico assumer presto i tratti di un famelico clan aggrappato al potere e allo sfruttamento delle risorse del Paese, mascherando le proprie pratiche di arricchimento dietro l'ideologia del riscatto hutu, mentre la maggioranza della popolazione - proprio quegli hutu che avrebbero dovuto essere riscattati - sprofondava ulteriormente nella miseria.
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Nel corso degli anni gli esuli ruandesi fuggiti ai vari massacri, in maggioranza esponenti di famiglie classificate come tutsi provenienti da tutti i ceti sociali, iniziarono a organizzarsi e costituirono una crescente minaccia per il potere hutu insediato a Kigali. Ma anche in Ruanda, come in molti scenari africani, la vera e
propria svolta pot concretizzarsi solo dopo la fine della guerra fredda.
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E qui veniamo alle vere cause dell'eccidio del 1994: la brama di potere per cui Stati Uniti e Francia hanno giocato nella regione una sordida partita.
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Prima del 1989 gli interessi francesi e statunitensi sul suolo africano, per quanto occasionalmente divergenti sul piano economico, erano accomunati dalle strategie di contenimento della concorrente presenza sovietica: sostenevano insieme regimi corrotti e sanguinari come quello di Mobutu in Congo, mentre potevano al contempo appoggiare l'hutu power ruandese e un regime politico monopolizzato dai partiti tutsi in Burundi.
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Dopo la caduta del muro di Berlino per le divergenze tra i due Paesi occidentali diventarono evidenti in molti scenari africani, compresa l'area dei Grandi Laghi.
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A partire dal 1989 gli usa iniziarono palesemente ad appoggiare il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), il partito dei tutsi che, estromessi dal potere, meditavano vendetta, iniziando dal 1990 attacchi armati alle frontiere del potere hutu di Kigali. Altrettanto evidente era che la Francia si fosse schierata a difesa dell'hutu power di Kigali, mantenendo questa difesa anche dopo che quest'ultimo aveva mostrato il proprio volto pi atroce con il genocidio del 1994. Anzi fu proprio la Francia ad addestrare gli squadroni della morte che furono tra i pi attivi nella carneficina: all'epoca andava di moda una mostruosa crasi, Mitterahamwe, con cui si evidenziava l'empio connubio tra l'allora inquilino dell'Eliseo Francis Mitterrand, e quella banda di assassini dell'interahamwe.
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Quello che avvenne il 6 aprile del 1994, vale a dire l'assassinio del presidente ruandese Juvnal Habyarimana, non  stato che il pretesto scatenante una strategia gi predisposta da tempo e questo a prescindere da chi abbia perpetrato l'omicidio, sia gli hutu estremisti - che eliminavano cos il presidente che aveva ceduto,
sottoscrivendo gli accordi di Arusha per la condivisione del potere con i tutsi, e creavano un martire da addebitare al FPR - o effettivamente proprio il FPR, per sbloccare una situazione di stallo facendo precipitare la crisi.
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Il 7 aprile a Kigali e nelle zone controllate dalle forze governative, con il pretesto di una vendetta trasversale, iniziarono i massacri della popolazione nelle proporzioni che abbiamo visto in precedenza. L'eccidio si fermer nel luglio del 1994 quando il FPR avr la meglio sugli avversari. Ma non sar che una breve pausa, subito spezzata dalla rivalsa con cui i vincitori iniziavano la mattanza dei vinti, in una spirale di violenza che sembr non avere mai fine.
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Nel mezzo spicc come abbiamo visto l'indifferenza del mondo, dovuta, ora lo sappiamo, ai vergognosi traffici di Stati Uniti e Francia: l'ONU rimase immobile a causa del veto del Paese a stelle e strisce, il quale addirittura non riconosceva che ci fosse in atto un genocidio e adduceva risibili scuse come il colore da dipingere
sui mezzi blindati per ritardare l'intervento della forza militare; sulla Francia, ogni ulteriore commento sarebbe superfluo.
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Ma chi ne usc veramente a pezzi sul piano morale fu la Chiesa cattolica (rappresentata in quel territorio da un sacerdote di ideologia razzista, implicato in un sistema introdotto dagli europei), che a partire dai tardi anni Cinquanta del secolo scorso ha operato un clamoroso voltafaccia, abbandonando coloro che aveva
foraggiato fino a quel momento per schierarsi dalla parte di chi aveva contribuito a schiacciare, alimentando quel mito nefasto del rubando nyamwinshi, tipica espressione kinyarwanda che politicamente ha assunto il significato di maggioranza hutu.
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Sulla base di ci  stato possibile giustificare il genocidio con il pretesto della differenza etnica. Inoltre la Chiesa ha deciso di adottare il silenzio come strategia per coprire chi come Seromba si  macchiato le mani di quel sangue. E non fu questo l'unico caso.
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Suor Gertrude, al secolo Consolata Mukangango, e suor Maria Kisit, altrimenti nota come Julienne Mukabutera, due monache dell'ordine benedettino che esercitavano nel convento di Sovu nel Butare, emularono il comportamento malvagio del prelato. Il 17 aprile del 1994 le due consorelle prestarono rifugio a un nutrito gruppo di persone che tentavano di sfuggire al massacro.
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Fu tale la carit cristiana che suor Gertrude, all'epoca madre superiora, intim loro di dirottare verso il vicino centro di assistenza sanitaria per non disturbare le attivit del convento e prevenire la distruzione dell'edificio, dopodich pens bene di rifiutare di fornirgli il cibo anche se le provviste erano pi che sufficienti.
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Le due suore si scopriranno amiche del leader della milizia, Emmanuel Rekerhao, tanto che lui stesso le avviser che il centro sarebbe stato attaccato a breve, come difatti avvenne il 22 aprile. Durante il massacro, circa settecento persone cercarono scampo nel garage della struttura. Fu allora che le due benedettine si assunsero personalmente il compito di porre fine alla sofferenza di quegli infelici: armate di due taniche di benzina, le vuotarono nel garage bruciando vivi tutti coloro che si trovavano all'interno.
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Non paghe, quando tre giorni dopo Rekerhao torn con i suoi uomini, le due sorelle di Sovu gli chiesero di eliminare quei fuggitivi ancora in vita: altri seicento sopravvissuti furono brutalmente trucidati.
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Per non parlare di monsignor Misago, vescovo di Gikongoro arrestato per sospetta complicit nel massacro di 150.000 tutsi della sua diocesi.
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Per difenderlo, un articolo dell'Osservatore Romano del maggio 1999 sosteneva che era in corso una campagna diffamatoria verso la Chiesa e il suo ruolo conciliatorio e - cosa pi importante - il Vaticano prendeva ufficialmente posizione sul genocidio, affermando che bisognava parlare di doppio genocidio: quello dei tutsi da parte degli hutu e quello degli hutu da parte del Fronte Patriottico Ruandese nelle zone via via occupate e nei campi profughi allestiti in Zaire. Questo secondo genocidio avrebbe prodotto oltre un milione di morti.
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Per inciso monsignor Misago, arrestato nel 1999 e poi assolto per gli episodi di partecipazione diretta al genocidio che gli venivano contestati, era quello stesso che pochi giorni dopo il genocidio del '94 invitava la sua stessa Chiesa cattolica d'appartenenza a farla finita con i preti tutsi, di cui la popolazione non voleva pi sentire parlare.
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Il racconto di tutto questo orrore non intende affermare la monolitica diabolicit di un organismo che invece ha dimostrato sempre di essere articolato e multisfaccettato. La Chiesa in Ruanda ha pagato un prezzo altissimo. Nei massacri perpetrati dai miliziani hutu, essa ha visto morire circa un terzo del suo clero: la gerarchia ecclesiastica  stata decapitata, mentre molti sono stati costretti a fuggire all'estero. Sono altres noti i casi di singole comunit o di singoli sacerdoti che hanno offerto rifugio ai fuggitivi di etnia opposta mettendo a rischio le loro vite.
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Ma  un fatto che il comportamento della Chiesa come corpo collettivo e le posizioni politiche assunte dai suoi esponenti rappresentativi, da cui derivano poi le spinte per il comportamento concreto dei suoi membri e dei suoi fedeli, l'ha portata nel migliore dei casi ad assumere una posizione ambigua durante quel massacro, se non apertamente colpevole come nei casi suddetti.
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Nel marzo del 1996 papa Giovanni Paolo Secondo, rivolgendosi al popolo ruandese, ha detto: La Chiesa non pu essere ritenuta responsabile per le colpe di coloro che hanno agito contro la legge del Vangelo: essi saranno chiamati a rendere conto delle proprie azioni. Tutti i membri della Chiesa che hanno peccato durante il genocidio dovranno avere il coraggio di assumersi le responsabilit dei loro atti, che sono contro Dio e contro tutti i credenti.
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Finora, al netto di clamorose smentite, nessuno di quei membri ha accennato al pi piccolo atto di contrizione: come disse Craxi in un memorabile quanto nefasto discorso alla Camera: Tutti colpevoli, nessun colpevole, inaugurando quella bestemmia giuridica che sembra la degna chiosa a tutta questa tristissima vicenda.
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FINE.
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